Zurlini, maestro dimenticato del cinema

Zurlini, maestro dimenticato del cinema

Particolare dal manifesto di "La ragazza con la valigia" di Zurlini

Un Leone d’oro, un David e la trilogia della Romagna

Regista e sceneggiatore atipico, irriducibile, figura geniale, colta, amante del bello e delle belle donne, ma anche dell’alcol, dedizione quest’ultima che in qualche modo lo condurrà a una morte prematura a 56 anni. Valerio Zurlini, nell’arco di un ventennio (dagli anni ‘50 ai ‘70) si conquistò il proprio posto nell’epoca d’oro del cinema italiano scegliendo coraggiosamente di non inseguire i generi pigliatutto del neorealismo e della commedia all’italiana, ma percorrendo la sua personalissima strada. Fatta di malinconia e introspezione, raccontando - anche attraverso di sé e i suoi alter ego – la solitudine dell’uomo, l’impossibilità di essere felici, l’effimero degli incontri amorosi, la caducità dei sentimenti.


Claudia Cardinale sul set di "La ragazza con la valigia" (dal sito ArtPhotolimited)

Di Valerio Zurlini (Bologna 1926 – Verona 1982) ricorre quest’anno il centenario della nascita. Un anniversario dimenticato, così come per buona parte incompreso è stato il suo lavoro di cineasta, che conta 8 lungometraggi, 13 documentari e numerosissimi progetti e sceneggiature lasciate nel cassetto, o poi realizzate da qualcun altro, anche a causa dei suoi non facili rapporti con i produttori.


Mastroianni e Perrin in "Cronaca familiare" (cr. Gawain78 Wikimedia commons)

Un artista consapevole del suo percorso fuori dagli schemi, ma che percepiva il suo isolamento quasi come un vanto: “Mi sento un autore che non ha un seguito, ma in questo paese che tende sempre ad aggregarsi, l’isolamento lo considero una qualità”.  

Trilogia romagnola

Seppure all’ombra di monumenti come Fellini, Visconti, Antonioni, Rossellini, di lui restano però grandi capolavori come “Cronaca familiare”, Leone d’Oro a Venezia nel ’62, “Il deserto dei tartari” David di Donatello per la migliore regia nel ’77, ma anche e forse soprattutto il trittico “Estate violenta” del ’59, con Jean Louis Trintignant ed Eleonora Rossi Drago, “La ragazza con la valigia” (1960) che fu trampolino di lancio per una giovanissima Claudia Cardinale, “La prima notte di quiete” (1972) con la straordinaria interpretazione di Alain Delon all’apice del suo fulgore.


Particolare dal manifesto di "Cronaca familiare"

Sono questi ultimi tre titoli a comporre la cosiddetta “Trilogia della Romagna” poiché tutti ambientati sulla Riviera tra Rimini e Riccione, i luoghi del cuore di Zurlini che da bambino trascorreva le estati nella villa di famiglia nei pressi di viale Ceccarini e dove poi, negli anni della giovinezza, amava passare gli inverni tra silenziose passeggiate sul mare o immergendosi nella lettura e nella scrittura.


Viale Ceccarini negli anni 50 (dalla pagina Fb Gian Carlo Pellegrino)

Riccione rimane l’unico luogo – scriverà il regista nella sua autobiografia “Gli anni delle immagini perdute” – nel quale in qualche modo io riesca a riconoscermi e a rintracciare una continuità di vita, perché nei rari viali ancora verdi o nella spiaggia che l’autunno o l’inverno restituiscono a una vasta solitudine desolata ma non opprimente, è custodita tutta l’ingenuità della mia infanzia e vi riecheggiano gli interrogativi senza risposta della prima giovinezza”. Per inciso, anche questa autobiografia magistralmente scritta poco prima della morte, venne presto dimenticata.


Riccione in "Estate violenta" (dalla pagina Fb Vittorio Costa)

Sarà forse per il mio legame indissolubile con quei luoghi (sono nata, cresciuta e vivo a Rimini) ma credo che la filmografia per così dire “adriatica” sia quella che meglio esprime la cifra stilistica del regista. Come scrive la ricercatrice Federica Fioroni nel suo recente e ottimo saggio “Malinconia senza rimedio – Vita e cinema di Valerio Zurlini” (Mimesis Edizioni): “Più che un elemento decorativo facilmente identificabile, l’ambientazione adriatica diventa un paesaggio dell’anima, una metafora della condizione umana”.


Trintignant e Gassman in "Il sorpasso" di Dino Risi (Wikimedia commons)

Siamo molto lontani dalle atmosfere frizzanti e chiassose della Versilia de “Il sorpasso” di Dino Risi. Sulla sponda opposta, il cinema di Zurlini alza il velo su ciò che resta dopo l’abbuffata estiva. La macchina da presa va a scavare dentro scampoli desolati della Riviera d’autunno, quando le onde si gonfiano, le luci si spengono e la nebbia intride di malinconia e inganno anche il cuore dei suoi abitanti.

Regista partigiano

Solo “Estate violenta”, primo film della trilogia, è ambientato in una Riccione assolata, ma qui la cifra drammatica è data piuttosto dal particolare momento nel quale Zurlini sceglie di collocare la pellicola. Siamo cioè nel 1943, anno fatidico, che cambierà le sorti degli italiani. Nessun regista prima di lui si era avventurato nel racconto di un momento così tragico, che lui visse in prima persona e che lo porterà ad arruolarsi a soli 17 anni, come volontario nel Corpo italiano di Liberazione.


Trintignant ed Eleonora Rossi Drago in "Estate violenta" (cr. Gawain78 Wikimedia commons)

L’esperienza lo segnerà profondamente e non può che aver pesato sul suo travaglio esistenziale, travestito da malessere inquieto che, nella finzione filmica, si specchia e trasfigura nel mare d’inverno, nelle albe livide, nella tristezza grigia della provincia, in quella “malinconia senza rimedio” divenuta una sorta di manifesto poetico del regista.


Alain Delon e Sonia Petrova in "La prima notte di quiete" (Wikimedia commons)

Così come “La prima notte di quiete” ha magnificamente descritto. E’ questa l’opera che forse più di altre svela quel sentimento di ineluttabilità della condizione umana che Zurlini decise di rappresentare attraverso una Rimini dalle atmosfere noir, popolata da personaggi ambigui destinati al fallimento. Una sorta di Vitelloni vent’anni dopo, ma molto più loschi e alla deriva di quelli felliniani. In questo caso, il protagonista maschile Daniele Dominici, un Alain Delon nelle vesti di un professore di lettere bello e dannato, non è che l’alter ego di Zurlini stesso, intrappolato nella sua doppia vita e in un sentimento per l’allieva Vanina (Sonia Petrova) che non potrà mai sbocciare.


Il regista Valerio Zurlini (dal documentario "Gli anni delle immagini perdute") 

L’amore impossibile (filo conduttore anche degli altri due film della trilogia) non è certo la sola chiave di lettura di questo affresco tragico, che tra ombre e silenzi svela le molte facce della ricerca zurliniana sulla transitorietà delle cose in lotta per la sopravvivenza, per poi svanire e perdersi fino ad arrivare inevitabilmente alla “Prima notte di quiete”, per dirla con Goethe (da cui il regista ha certamente tratto il titolo-citazione) che così aveva descritto la morte, ovvero quel riposo assoluto e senza sogni dopo le fatiche della vita.

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