Anche il tempo ha bisogno di rispetto
L'orologio sulla facciata del Casinò di Monte Carlo (cr. Jordiferrer Wikimedia commons)
Un ultimo giorno di scuola, il mondo reale, le vite da riempire
A pochi giorni dalla fine dell'anno scolastico, pubblichiamo questa riflessione di Marco Cosentina, professore di filosofia in un liceo classico.
Con i miei studenti abbiamo atteso che terminasse l’ultimo giorno di scuola, inscenando improbabili rituali che ne celebrassero con ironia la conclusione. Ogni anno l’ultimo giorno assume una connotazione bizzarra, perché il tempo appare dilatato, quasi che le forme stesse dello stare assieme mutassero, aprendosi ad un incontro differente, a volte privo di cornici di senso. Si sovverte il linguaggio della relazione e per la prima volta subentra una forma di giocosa o a tratti stentata interazione, che una dinamica più diluita può concedersi, proprio perché sottratta alla norma. Sono ore che slittano tra vuoti di parole e i volti che si soffermano a scrutarsi con imbarazzo. I ruoli si fanno meno distinti e l’assedio del ritmo si placa.
Studentesse all'uscita da scuola (cr. PFUPOL Wikimedia commons)
Ricordo il mio ultimo giorno al liceo quando con pochi compagni ci arrampicammo sul terrazzo della scuola e rimanemmo lì a contemplare i tetti della città, distanti e disarmati. Ci sentivamo estranei al clima di attesa che fermentava nei corridoi in basso e tutto lo spazio che ci separava dalla strada sembrava assumere la densità di una vertigine, perché il futuro paradossalmente sembrava pian piano sfumare.

Il chiostro dell'università di Bergamo (cr. Benacenko Wikimedia commons)
La generazione dei miei studenti è nata nei “circuiti neurali” dove il tempo è cadenzato da volteggi digitali. L’ambiente che abitano si scompone in mille flussi direzionali che rendono opaca la superficie del reale. Eppure eccoli lì di fronte ed attorno a me a sorridere e a chiacchierare, a chiedermi di legger loro la mano o a provare la sorte con i tarocchi di Shakespeare: un modo per superare il confine di un meccanismo simbolico logoro e esporre attraverso l’ironia la loro vulnerabile individualità. Forse invece è solo attesa liberatoria o angoscia sopita che il trascorrere del tempo, in un codice narrativo insolito, rende meno conforme.
Segnali neuronali nel cervello umano (cr. 7mike5000 Wikimedia commons)
La nostra società ha ancora bisogno di punti di svolta, di fasi in cui recuperare l’importanza della discontinuità, di momenti di passaggio che ricompongano e ridefiniscano la vita come un insieme di esperienze limitate, percorse con una dedizione e una premura che, solo se si intrecciano al fluire di un tempo interiore, acquistano la giusta consistenza. Tuttavia ciò che sembra mancare è proprio un canone riconosciuto che stabilizzi le suture dell’esistere, poiché gli adulti si ritraggono rancorosi a difendere il tempo passato, l’idealizzazione del proprio fallimento, mentre i ragazzi stentano a riconoscere quei nessi che le gravi difficoltà dell’epoca impediscono di intrecciare alla necessità dell’utopia e del desiderio pieno.
J.G. Becker "Ritratto di Immanuel Kant" (Wikimedia commons)
Il tempo geologico circolare non deve essere interrotto da tentativi di fuga in avanti, che in nome del successo spezzino i legami con il mondo. Così come il tempo lineare non deve avvolgersi in spirali identitarie, pur di mantenere una sua stabilità nell’incertezza. Quando in classe ho parlato di Kant e del tempo come forma a priori del senso interno, ho chiesto ai ragazzi di immaginare un video, in cui la successione delle azioni, delle parole e dei suoni fossero sfasate, scomposte e prive di significato. Cosa rende reale quel tempo senza né inizio né fine? Che genere di azioni si possono produrre in uno scenario in cui viene a mancare lo spessore del pensiero che progetta ipotesi di vita inedite? È forse questo sostare collettivo in un’immanenza, priva di canoni relativi allo scorrere del tempo, che decompone lo stesso ambito democratico, relegandolo al frastuono della chiacchiera inerte e dell’apatia civile?
Studentessa al computer (cr. Kevin Jarret Wikimedia commons)
I greci inventarono il Kairos, il tempo propizio. Non si tratta però di cercare la novità ad ogni costo, né di celebrare la sosta nella minorità, annullando d’improvviso la distanza tra autorevolezza dell’adulto, sempre da ricomporre, e bisogno di crescita autonoma e affrancamento. Il presentismo che sembra avvilupparci impone la performance, richiesta dai modelli competitivi del turbocapitalismo, a discapito della relazione autentica, sottratta all’utile.
Accesso a una facoltà universitaria (cr. Christian LV07 Wikimedia commons)
La scholè era lo spazio libero, dedicato alla conoscenza, in cui un’intelligenza collettiva dispiegava il proprio potenziale nell’incontro con l’alterità. Era il luogo della crescita corale, in cui la persona maturava uno sguardo critico in grado di graduare al meglio la più difficile delle imprese: conoscere se stessi, attraverso la conoscenza degli altri. Ed oggi che l’altro è percepito come una minaccia, contro la quale mantenere un presidio costante; oggi che l’altro proviene da un tempo inadatto, saturo di immaginari barbarici, violenti, difformi, eppure contigui al nostro, appare necessario rifondere un giusto tributo alla Storia, come scienza della scansione del tempo umano, ed alla relazione, come meccanismo in grado di assegnare significati simbolici nuovi al vissuto.
Riprendiamoci il nostro tempo.
Riproduzione riservata