Umberto Eco, cultura alta e cultura pop

Umberto Eco, cultura alta e cultura pop

Umberto Eco riceve la laurea honoris causa all'università di Reggio Calabria (cr. Università di Reggio Calabria Wikimedia commons)

Dieci anni fa la morte del filosofo che anticipò i rapporti con le nuove tecnologie

La domanda, almeno per chi negli ultimi anni ha cercato di studiacchiare il coinventore della semiotica, nonché filosofo della narrazione (in assenza di possibilità di teoria), nonché ideologo della risata, nonché intellettuale-tramite del passaggio della cultura alta a quella bassa con sosta media andata e ritorno, al secolo Umberto Eco per non farla troppo lunga, sorge spontanea: il decennale celebrato della sua dipartita terrena, con tanto di numeri speciali di riviste, podcast specifici, trasmissioni tv, instant (e per certi versi distant) book, a lui sarebbe piaciuto così come si è dipanato? La risposta all'interrogativa indiretta ve la risparmiamo.


Eco nella sua casa milanese (cr. Aubrey Wikimedia commons)

Sì perché se c'è un elemento che connette tutta o quasi l'attività divulgativa ed editoriale di Eco, questi è stato l'anticipazione anche di decenni, di temi e problemi che si sarebbero rivelati attualissimi, in modo particolare nel campo del rapporto delle nuove generazioni coi sistemi di formazione e informazione e più in generale delle mutazioni cognitive dell'uomo davanti alle nuove tecnologie. In sostanza le metamorfosi neurolinguistiche transgenerazionali: essere colti - soleva ripetere - non significa ricordare tutte le nozioni, ma sapere dove andare a cercarle. Avrebbe preferito, alle retoriche litanie e ai piagnistei reiterati, magari una tavola rotonda sull'applicabilità delle sue teorie nel campo degli attuali problemi socio-culturali.

"Quando ho voglia di rilassarmi leggo un saggio di Engels, se invece ho voglia di impegnarmi leggo Corto Maltese".

Per dire innanzitutto che Eco è stato lo sdoganatore per eccellenza della cultura pop ma anche molto più giù. Materia bassa ed alta, come un alchimista cognitivo, miscelate senza confusione nello stesso alambicco del sapere per dire in sostanza che i processi culturali sono gli stessi ad ogni latitudine ed a fronte di qualsiasi materia. I "domini" come li chiamava in "Opera aperta", cioè gli argomenti, siano essi di altissima speculazione o fumetti usa e getta, prendono vita ugualmente dall'interesse e dalla partecipazione attiva del loro fruitore.


Corto Maltese sui muri di un paese (cr. Marmarygra Wikimedia commons)

Non sono totem immutabili ma in relazione con lo spazio-tempo della loro composizione e con quella del lettore che si alterna d'epoca in epoca. E' la prima delle caratteristiche, a modesto vedere di chi scrive (che non è uno studioso del valore dei segni ma un appassionato semplice) che marcano nitidamente il lascito dello studioso di Alessandria. Non a caso teorizzò l'importanza di Mike Bongiorno (non propriamente un Pico della Mirandola) nel processo di alfabetizzazione della società italiana.


Mike Bongiorno con Sabina Ciuffini durante il Rischiatutto (cr. Olycom Wikimedia commons)

"I social media danno diritto di parola a milioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. E' l'invasione degli imbecilli".  

Forse però l'ambito tecnico-linguistico (fisiologica scaturigine della semiosi) in cui Umberto Eco anticipò di decenni, almeno una trentina, è stato quello del progresso tecnico e dei cambiamenti di apprendimento delle nuove generazioni mediante l'uso di internet e dei social media.


Particolare dalla copertina di "Apocalittici e integrati"

Se in "Apocalittici e integrati" ma anche in "Kant e l'ornitorinco" (a proposito di Bongiorno) si celebrava in un certo senso la funzione della televisione quale mezzo di alfabetizzazione e raggiungimento di uno stesso status conoscitivo tra ceti e classi differenti, la decrittazione dei procedimenti incontrollati e incontrollabili delle fonti del computer, lo costrinse a rilasciare la famosa frase sugli imbecilli che sovrasta il qui presente paragrafo.


Eco alla Buchmesse di Francoforte nel 2011 (cr. JCS Wikimedia commons)

Senza assumere l'atteggiamento né da "apocalittico" né da "integrato", Eco mise in guardia dal rischio (poi rivelatosi financo ottimistico) della parificazione dei pareri di grandi esperti come di totali ignoranti e della conseguente incapacità di discernimento a fronte di una mole di input e informazioni contenute in internet. Eco si atteggiò sempre in modo entusiastico di fronte alle novità comunicative senza mai derogare però al suo ruolo di analizzatore dei fenomeni di uso ed abuso dei meccanismi di formazione di una notizia o di un prodotto editoriale.

Il decennale sarebbe passato dunque meno invano se la comunità scientifica che ancora ricorda il grande studioso, si fosse interrogata ad esempio su cosa avrebbe detto o fatto il grande compianto, davanti ad esempio all'Intelligenza artificiale.

 "Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus"  

Non fu però "Il nome della rosa" (55 milioni di copie vendute, tradotto in 40 lingue, tra i libri più influenti del '900) il romanzo che più egli amava. Anzi, arrivò (dicono i meglio informati), quasi a detestarlo. Fu altresì "Il pendolo di Foucault" nelle cui ultime 50 pagine circa, condensò il cuore della sua (non) filosofia. Noi però, facenti parte a pieno diritto di quel volgo che continua ad amare visceralmente "Il nome della rosa", chiuderemmo questo rapido e terribilmente deficitario ricordo di Eco, parlando della "Rosa". O meglio dell'atteggiamento culturale, anzi vitale, che lo stesso Eco praticò ed il cui uso propugnò rendendolo emblematico nel fantastico romanzo medievale. Cioè il riso.


La copertina de "Il nome della rosa"

Il nascondimento del secondo libro della Poetica di Aristotele che sta alla base della raffica di omicidi conventuali tra le dispute di monaci di differenti ordini col finale dell'abbazia in fiamme dopo la drammatica e divertentissima disputa dialettica tra il francescano Guglielmo da Baskerville (che certo rappresenta anche l'approccio scientifico-razionale pre-illuministico alla conoscenza di Dio) e il benedettino Jorge da Burgos (che certo rappresenta anche la sua controparte oscurantista e dogmatica), si risolve infatti "solamente" nel desiderio di non divulgare un'opera in cui il riso, la risata, l'atteggiamento ilare vengono oltremodo celebrati.


Aristotele in un affresco di Ludwig Seitz nei Musei Vaticani (Wikimedia commons)

"La risata uccide la paura - urla nel suo delirio l'antagonista benedettino - e senza paura non ci può essere fede. Colui che non teme il diavolo non ha più bisogno di Dio". Al contrario il francescano rivela: "Nel viso devastato dall'odio per la filosofia di Jorge, ho visto per la prima volta il ritratto dell'Anticristo... che può nascere dalla stessa pietà, dall'eccessivo amor di Dio o della verità, come l'eretico nasce dal santo o l'indemoniato dal veggente". Riso forse ancora più del dubbio, il giusto atteggiamento verso i segni, i soli che ci possono rivelare l'essenza parziale delle cose.

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