Mladic, le tenebre uscite dalla mente  

Mladic, le tenebre uscite dalla mente  

Il processo a Ratko Mladic alla Corte penale internazionale (Wikimedia commons)

I Balcani, la Jugoslavia e la morte del boia di Srebrenica

Pochi giorni fa è morto Ratko Mladic, all'ergastolo per genocidio come responsabile della strage di Srebrenica. Oggi ospitiamo l'analisi di Paolo Gandolfi sulla tragedia dei Balcani e sulla figura del generale al comando delle truppe serbe di Bosnia.

Qualcuno sostiene che nel 1995 il mondo era più felice. Forse no. Anche leggendo accidentalmente i social, soprattutto Facebook popolato da non più giovani, si trova un peana collettivo dei bei tempi andati e una lamentela costante verso il presente. Sappiamo invece che allora come oggi non erano rose e fiori. Per parlare di uno dei temi più cari a tutti, i soldi, tre anni prima il Governo aveva prelevato soldi dai conti correnti degli italiani, visto che lo Stato era in bancarotta. Un anno prima c’era stato il genocidio del Ruanda, con circa un milione di morti. Quello stesso anno un giovane estremista ebraico uccideva il primo ministro israeliano Yitzhak Rabin e con lui l’ultima vera speranza di pace per Israele e Palestina. Alle elezioni che seguirono vinse Benjamin Netanyahu, attuale primo ministro e ricercato dalla Corte penale dell’Aia per crimini di guerra e contro l’umanità.

Stretta di mano fra Rabin e Arafat, insieme a Clinton (cr. V. Musi Wikimedia commons)

Ebbene il 1995 non era un anno felice, tra il 6 e il 25 luglio si consuma a Srebrenica, in Bosnia, l’unico genocidio avvenuto in Europa dopo la fine del nazismo. Nel corso della guerra di Bosnia-Erzegovina, avvenuta tra 1990 e 1996, il comandante dei serbo-bosniaci Ratko Mladic ordinò l’uccisione di tutti gli uomini musulmani bosniaci tra 12 e 77 anni della città, circa 8.000, rendendosi primo responsabile di quello che è poi stato riconosciuto quale genocidio e per questo condannato all’ergastolo dalla corte per i crimini nelle guerre jugoslave. Condanna confermata da quella Corte Penale Internazionale, la stessa che nel 2026 cerca invano di accertare la verità per le gravi accuse a carico di Netanyahu.


Il sangue di Rabin sulla Bibbia (cr. Israel press agency Wikimedia commons)


Non ci sono tempi migliori e tempi peggiori, ci sono congiunture storiche, politiche, sociali, economiche che permettono ad alcune persone di fare uscire dal loro intimo qualcosa di oscuro, trasformandoli in assassini, con effetti devastanti, mostrando all’umanità la propria natura più tenebrosa. Una sorta di demone nascosto in una piega del cervello, che esce e si manifesta pienamente quando il potere perde la sua natura critica e diventa assoluto, nell’arbitrio di vita o di morte che prova, impugnando una pistola, lo studente di una scuola ebraica nel compiere il suo delirio messianico o il senso di onnipotenza che trasmette la veloce carriera militare di un giovane fabbro bosniaco, asceso al vertice di un piccolo esercito, coltivando nel rancore nazionalistico una fame insaziabile di vendetta.


A Banja Luca proteste per l'arresto di Mladic (cr. R. Nagraisalovic Wikimedia commons)


Nei giorni scorsi Mladic, il "boia di Srebrenica", è morto in carcere dov’è giusto che fosse. Confesso che non ho gioito, lo avrei fatto se in quegli anni fosse stato ucciso lui e non Rabin, ma oggi la morte in carcere di un assassino, anche se mai pentito, mi risveglia solo un po' di rabbia. C'è poco da gioire della morte di un vecchio criminale quando poteri ben più devastanti del piccolo esercito della Repubblica Serba di Bosnia sono fuori controllo, nelle mani di uomini evidentemente già catturati dal proprio demone. La morte di Mladic ci permette però di vedere come gli abissi del genere umano si manifestano alla convergenza di due percorsi. Da un lato la crisi del contesto sociale, politico ed economico di uno Stato, che indebolisce il controllo sui ruoli di potere, dall'altro la traiettoria di una persona sbagliata, che esercita il potere in base ad una natura maligna, che fino a quel punto era rimasta confinata.


Ritratto fotografico ufficiale di Tito (Wikimedia commons)

 
Il contesto in cui Mladic e altri hanno agito é quello della crisi della ex Jugoslavia, un paese comunista autonomo rispetto all'Urss, nato dalla forza della lotta partigiana e del suo comandante Josip Broz, Tito. Tito, che sconfisse sia Hitler sia Stalin, con la forza delle armi e con una ideologia allora potente aveva unito gli "slavi del sud". Si diceva, cinque popoli, quattro lingue, tre religioni, due alfabeti, un solo Tito.


Tito con Churchill (cr. governo del Regno Unito Wikimedia commons)


Autocrazia illiberale nata dalla sanguinosa guerra mondiale, nella storia della polveriera balcanica, la Jugoslavia di Tito fu un miracolo. Per quei popoli ostilità, tragedia, occupazioni e conflitti sono stati una costante per secoli. Veneziani, turchi e austriaci hanno al tempo stesso represso e forgiato popoli già frammentati da impervi confini fisici, ulteriormente confinati in forzose entità politiche e religiose. Con la morte di Tito l'equilibrio basato sulla forza del capo si perde, proprio nel momento in cui anche l'ideologia comunista si dissolveva e l'economia perdeva colpi. Un decennio di incertezza e le antiche divisioni riemergono.

Milosevic con il comandante della flotta Nato nel Mediterraneo, ammiraglio Lopez (cr. Usaf Wikimedia commons)

Qui occorre fissare un punto. In forme diverse, nelle ex repubbliche della federazione jugoslava i personaggi più oscuri scambiano rapidamente la propria ortodossia comunista con quella nazionalista e per farlo vanno a ripescare nel passato le peggiori nefandezze compiute dagli "altri" verso il proprio popolo. Tra questi personaggi si distinguono il croato Franjo Tudman e il serbo Slobodan Milosevic. Croazia e Serbia sono le due repubbliche più grandi e importanti della federazione e l'equilibrio titino era innanzitutto un equilibrio tra queste, un capo croato in una capitale serba. Entrambi intrapresero una rapida svolta nazionalista, dando il via alle guerre jugoslave. La Bosnia-Erzegovina era il cuore della ex Jugoslavia, vi convivevano tutte le contraddizioni e le divisioni della federazione, pronte ad esplodere. Questo si respirava a Saraievo nel mio viaggio del 1988.

Cimitero a Sarajevo dove sorgevano strutture sportive (cr. M. Haggert Wikimedia commons) 

Si aggiungono la debolezza della Russia che faceva temere ai serbi di ritrovarsi presto soli e l'incauto atteggiamento della Germania a favore alla disgregazione. In questo contesto il nazionalismo ha presto avvelenato la società, poi permesso ai politici senza scrupoli di cavalcare rabbia e paure e infine giustificato l'eliminazione di ogni forma di dissenso e critica.

Il percorso di Mladic è quello tipico di un militare, uno dei ruoli di potere potenzialmente più pericolosi e in cui è maggiore il rischio che gli intimi demoni si scatenino. Il padre era un partigiano bosniaco ucciso in battaglia dai fascisti croati alleati dei tedeschi. Nella Jugoslava comunista del croato Tito, in cui ogni conto col passato sembra essere saldato dalla vittoria dei "buoni" e dall’ "amore fraterno" tra i cinque popoli, il giovane Mladic fa carriera nell’esercito. Nella prima fase della dissoluzione, quando la Croazia vuole rendersi autonoma, si scatena la guerra con la ridotta Jugoslavia a traino serbo. Mladic può finalmente vendicarsi di chi gli ha ucciso il padre.

La bandiera dei cetnici serbi (Wikimedia commons)

Negli stati nati dalla dissoluzione jugoslava riappaiono immediatamente i simboli e i nomi di riferimento dei regimi fantoccio fascisti sconfitti da Tito, tanto in Croazia con gli ustascia che in Serbia con i cetnici. Come ora nella guerra tra Russia e Ucraina, anche allora le parti in conflitto fecero un largo abuso dell’epiteto fascista verso gli avversari, volendo attribuire un senso ideologico ad una guerra di natura esclusivamente nazionalistica.

Il memoriale al cimitero di Srebrenica (cr. Mazbin Wikimedia commons) 

Dopo la non riuscitissima guerra con la Croazia Mladic viene comunque promosso, ma per la mini-Jugoslavia di Milosevic nel 1992 arriva il colpo ferale, il distacco della Bosnia-Erzegovina, il suo luogo di nascita. Una vicenda che non poteva non andar male. Tutti gli intrecci etnico religiosi della ex Jugoslavia erano presenti in quello stato nascente, con l’aggravante di essere incastrati dentro confini incerti e arzigogolati, con un'infinità di enclave e sotto-enclave, tra cui quella di Srebrenica. La Bosnia-Erzegovina aveva inoltre, una economia debole e l’assenza di un potente padrino esterno, come lo erano la Germania per Slovenia e Croazia o la Russia per la Serbia.

Le tombe al cimitero di Srebrenica (cr. M. Buker Wikimedia commons)

Il rapporto formale tra Mladic e la Jugoslavia si interrompe con la scissione della Bosnia Erzegovina. La guerra é interna, tra tronconi dell'esercito e milizie dei tre gruppi nazionali, i bosniaci musulmani, maggioritari, i cattolici croato-bosniaci e i serbo-bosniaci ortodossi, a cui appartiene Mladic e di cui diventa il capo militare. E’ lui l’artefice dell’assedio di Sarajevo iniziato subito dopo il riconoscimento internazionale del nuovo Stato e sarà lui il comandante militare dell’autoproclamata repubblica Serbo-Bosniaca fino al 1996. Guidò lui personalmente il genocidio di Srebrenica.


Mladic all'aeroporto di Sarajevo (cr. Evstafiev Wikimedia commons)


Nonostante la guerra con i croati continuasse, per Mladic il nemico principale era diventato la maggioranza musulmana che governava la neonata repubblica. In una guerra piena di atrocità da ambo i lati, non c'era comunque ragione per il genocidio di Srebrenica, fu una scelta consapevole di Mladic. In quell'occasione aggiunse un tassello al mosaico del delirio di potere che lo porterà a morire in carcere. I musulmano-bosniaci, con cui c’erano stati decenni di pacifica convivenza, erano diventati i nemici di necessità, e per questo andava costruita una ragione che identificasse il nemico e lo qualificasse quale soggetto da annientare.

Sarajevo, donna piange sulla tomba del figlio (cr. Evstafiev Wikimedia commons)

Ecco che alla vendetta contro i “fascisti croati”, ancora viva nella memoria di molti, si aggiunge quella remota contro gli “oppressori ottomani”. All’epoca non c’erano ancora state le torri gemelle e la fobia cieca antislamica non era un tema della politica occidentale, ma Mladic ripescò il sofferente passato di sottomissione serba ai turchi per motivare il genocidio. La realtà è che l’uomo aveva un suo demone nascosto, il potere incontrollato raggiunto e il contesto gli permisero di liberarlo.

Il funerale delle vittime di Srebrenica (Wikimedia commons)

I turchi, la storia, gli ustascia, persino i crimini certamente compiuti contro i serbi non sono ragioni plausibili per il genocidio, neppure sommate tutte assieme. La ragione sta sempre nella convergenza dell’uomo che compie la scelta criminale e il contesto che gli permette di farlo. L’uomo se possibile va perseguito e punito, il contesto va compreso ed evitato, perché tende a ripetersi in luoghi e momenti diversi e potrebbe di nuovo incrociare l’uomo sbagliato.

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