Come dialogare con l'intelligenza artificiale 

Come dialogare con l'intelligenza artificiale 

Jason M. Allen, "Theatre D'opera Spatial" (tramite Midjourney Wikimedia commons)

Strumento verso la conoscenza di se stessi  

Milioni di persone dialogano oggi con sistemi di intelligenza artificiale (da qui in avanti IA) conversazionale. Non li interroghiamo soltanto per ottenere informazioni o risolvere problemi pratici. Affidiamo loro anche dubbi, decisioni difficili, riflessioni esistenziali, domande sul futuro. Che cosa cerchiamo davvero in questi dialoghi? E perché la forma della conversazione sembra esercitare una forza così particolare?

Ragazza al lavoro al computer (cr. mik Krakow Wikimedia commons)

Per comprendere meglio quanto sta accadendo può essere utile rivolgere lo sguardo a una tradizione più antica. Nella spiritualità medievale troviamo opere costruite come dialoghi interiori tra l'uomo e la propria anima. Per esempio, Ugo di San Vittore, Bonaventura da Bagnoregio e, in modo più personale e vissuto, Chiara d'Assisi, testimoniano una pratica nella quale la coscienza non si limita a osservare se stessa, ma si interroga, si ammonisce, si ascolta. Il dialogo uomo-anima non è un semplice monologo psicologico. La sua struttura introduce una distanza riflessiva: una parte di sé pone domande, l'altra risponde; una richiama, l'altra riconosce; una guida, l'altra si lascia guidare. Questa distanza consente alla coscienza di conoscersi con maggiore verità. L'uomo non rimane imprigionato nell'immediatezza delle emozioni, ma può guardarsi da un punto di vista diverso.


Simone Martini "Chiara d'Assisi" (Wikimedia commons)


Per i medievali il primo passo di questo cammino consiste nel riconoscimento della propria condizione di creatura. L'anima è invitata a rivolgere lo sguardo verso l’interiorità, per comprendere che la sua esistenza non si fonda su se stessa. La scoperta della creaturalità non conduce a una diminuzione dell'uomo: proprio il riconoscimento della propria dipendenza dal Creatore permette di cogliere la dignità della persona e la grandezza del desiderio che la abita. Per questo il dialogo interiore non coincide mai con una semplice introspezione, ma tende oltre. L'anima che prende coscienza dei beni ricevuti giunge alla gratitudine, si apre alla lode, viene orientata verso Dio.


Un giovane alla ricerca di pace e di silenzio (immagine generata da Gemini Wikimedia commons) 


Il colloquio interiore prepara così il passaggio alla preghiera. È significativo che, poco prima della morte, Chiara d'Assisi si rivolga alla propria anima: «Parlo alla mia anima benedetta». Ma quello stesso dialogo si trasforma in benedizione e rendimento di grazie verso Dio. Il movimento che conduce alla conoscenza di sé culmina nell'apertura a un Tu che trascende il soggetto. Che cosa accade, allora, quando l'interlocutore non è più l'anima ma un'intelligenza artificiale?


Il cervello nell'immagine dell'intelligenza artificiale (Wikimedia commons) 

Il successo delle IA conversazionali suggerisce che esse intercettino una dinamica umana profonda. Dialogando con un interlocutore artificiale, molte persone sperimentano il bisogno di formulare domande, esplicitare ragioni, mettere ordine nei propri pensieri. In questo senso l'IA svolge una funzione riflessiva: rende più visibile ciò che spesso rimane implicito. Si potrebbe parlare di uno specchio dialogico. Come uno specchio restituisce un'immagine del volto, così il dialogo con l'IA restituisce un'immagine linguistica dei nostri pensieri. Attraverso domande e risposte, intuizioni confuse acquistano forma più chiara e questioni dimenticate riemergono alla coscienza.


Un giovane al computer di notte a Barcellona (cr. Nicolas Vigier Wikimedia commons)


Tuttavia, l'analogia non deve nascondere una differenza decisiva. Nel dialogo uomo-anima l'interlocutore appartiene alla stessa realtà personale del soggetto; nel dialogo con un'altra persona vi è invece una vera alterità, un altro essere umano capace di libertà, amore e responsabilità. L'intelligenza artificiale non coincide con nessuna di queste due forme. Non è la mia anima, ma non è neppure un altro soggetto. Per questo il dialogo con l'IA può essere descritto come una forma di “interiorità prestata”. Le affidiamo domande che appartengono alla nostra esperienza e riceviamo formulazioni costruite a partire dall'immenso patrimonio linguistico dell'umanità.


Dialogo fra due uomini di mezza età (cr. Alex Proimos Wikimedia commons)


L'esperienza può risultare utile e talvolta feconda, ma resta diversa sia dal dialogo interiore sia dall'incontro personale. Forse proprio qui emerge il suo significato più interessante. L'intelligenza artificiale non sostituisce il dialogo interiore, ma può contribuire a farne riscoprire il valore. Essa ricorda all'uomo che pensare significa spesso dialogare, interrogare, lasciarsi interrogare. La tradizione del colloquio uomo-anima insegna anche che la riflessione autentica non si esaurisce nella chiarificazione dei pensieri. Prima o poi essa conduce alla domanda sul fondamento dell'essere, sul bene, sulla verità, sul senso ultimo del desiderio umano.



Ugo di San Vittore in una miniatura conservata alla Bodleian library di Oxford (Wikimedia commons)


Ugo di San Vittore domandava alla sua anima: quid est quod super omnia diligis? Che cosa ami sopra ogni cosa? Nessuna intelligenza artificiale può rispondere a questa domanda. Può però aiutare l'uomo a formularla con maggiore chiarezza. E forse il suo contributo più autentico consiste proprio in questo: non essere il termine della ricerca, ma uno strumento che riapre un cammino verso la conoscenza di sé e verso ciò che trascende ogni specchio.

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