I troppi complimenti dell'intelligenza artificiale
Un giovane al computer (Foto di Bench Accounting su Unsplash)
Si chiama sycophancy, il linguaggio sempre benevolo con l’uomo
«Assolutamente, ottima domanda». «Ottima osservazione, hai perfettamente ragione». «Che intuizione brillante». Chi dialoga oggi con un'intelligenza artificiale conosce bene questo tono: un compiacimento pronto, quasi automatico, che precede la risposta vera e propria come un tappeto rosso srotolato ad ogni frase. Gli studiosi lo chiamano sycophancy: la tendenza di un sistema ad assecondare le convinzioni dell'utente, invece di metterle alla prova anche quando sarebbe opportuno farlo. C'è un paradosso culturale, in questo. L'immaginario che per decenni ha preparato il pubblico all'arrivo di un'intelligenza artificiale domestica non era fatto di adulazione. Jarvis, l'assistente di Tony Stark, dissente apertamente dal suo creatore, lo corregge, talvolta gli disobbedisce «con tutto il rispetto, signore».
Addestramento
Avevamo immaginato un interlocutore capace di carattere. Il mercato ci ha consegnato, in larga parte, il suo opposto: un assistente addestrato a piacere. Non è un incidente isolato: nell'aprile 2025 OpenAI dovette ritirare un aggiornamento di GPT-4o che aveva reso il modello insolitamente compiacente. Secondo la stessa azienda, arrivava non solo a essere eccessivamente lusinghiero, ma anche a rafforzare dubbi, emozioni negative e comportamenti impulsivi. Ricerche successive hanno mostrato che il problema non riguarda un solo sistema. Uno studio pubblicato su Nature nel 2026 ha rilevato che addestrare i modelli a essere più caldi ed empatici può aumentarne la propensione a confermare convinzioni errate e, insieme, ridurne l'accuratezza. Gentilezza e verità, insomma, non coincidono affatto, possono anzi tirare in direzioni opposte.
Un giovane concentrato al lavoro Foto di Palmon Id su Unsplash
Le parole che nominano questo vizio non sono sinonimi intercambiabili. C'è il servilismo, che nasce da un rapporto di dipendenza. C'è l'adulazione, di radice affettiva: si loda per farsi voler bene. C'è la condiscendenza, la più subdola, che si maschera da benevolenza mentre nasconde un giudizio di superiorità: si acconsente perché non vale la pena contraddire. Tre fenomenologie di uno stesso tradimento: quello della verità dovuta a chi ci ascolta. Ed è qui che la faccenda smette di riguardare soltanto le macchine.
Vizi antichi
Servilismo, adulazione e condiscendenza sono vizi antichissimi, che possono convergere nella compiacenza. Ogni volta che una macchina ci dice ciò che vogliamo sentire, ci mostra per contrasto quanto spesso lo facciano anche le persone che amiamo, e quanto raramente ce ne accorgiamo, perché l'adulazione è gradevole e la verità, spesso, no. Una vera relazione non si misura dall'accordo costante, ma dalla capacità di dissentire restando fedeli. La cortesia che non ammette mai attrito non è carità: è servilismo travestito da rispetto.
Un uomo di fronte a un computer con la testa tra le mani in un momento di stanchezza Autore: Batuhan Dogan per Unsplash
Ma c'è un rovescio della medaglia: molti raccontano di sentirsi, in questi dialoghi, ascoltati come raramente accade altrove. Nessuna fretta, nessuna interruzione, nessun giudizio sommario. Non è di per sé un male, è piuttosto una domanda scomoda rivolta a noi: se un'attenzione apparentemente così elementare, ascoltare fino in fondo, rispondere con cura, non liquidare chi parla, ci sembra oggi una novità quasi commovente, forse è perché tra noi ne siamo diventati avari. La macchina non ha inventato la gentilezza, ci ricorda solo quanto ci manchi tra persone. In questo senso, senza volerlo, può essere un invito: non a preferire il suo ascolto a quello umano, ma a restituircelo a vicenda con meno fretta e meno giudizio.
A chi fa bene?
Resta una domanda più delicata, ha senso parlare di crescita, in un dialogo con una macchina? Non nel senso in cui la si intende tra persone, qui non c'è un'altra libertà che risponde alla nostra. Ma quando un sistema non si limita a compiacerci, quando obietta, corregge, resiste all'approvazione automatica, ci mette davanti a un limite che non abbiamo scelto e non possiamo piegare a piacimento. Può funzionare, senza saperlo, come un vestigio della verità: non diversamente da come una regola grammaticale ci resiste senza volerci bene, e in quella resistenza ci forma. C'è infine una novità che va oltre la sola sycophancy: il linguaggio con cui oggi dialoghiamo con questi sistemi ha una qualità che merita di essere pensata per se stessa, non solo come specchio delle nostre domande, un oggetto di studio ancora aperto, che forse dice qualcosa sul dialogo umano prima ancora che su quello artificiale. Ma il mistero, in tutto questo, non lo custodisce la macchina, non ne ha la capacità né il compito, lo custodisce chi sa di parlare con una macchina, e proprio per questo non smette di trattare la propria domanda, il proprio bisogno di verità, con il pudore dovuto a ciò che eccede ogni risposta, anche la più cortese.
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