Il popolo, le donne, i nemici

Fotogramma da "La notte di San Lorenzo" dei fratelli Taviani (cr. Pakdooik Wikimedia commons)
Il cinema della Resistenza fino al Duemila
Il 25 aprile l'Italia festeggia gli 80 anni dalla Liberazione. iosonospartaco affronta l'evento proponendo una serie di servizi in ambito storico e culturale
Le quattro giornate di Napoli, diretto da Nanni Loy nel 1962 con l’intento di onorare la prima città liberata d’Italia, è un film convinto, realizzato con l’impiego di grandi mezzi, e vuole restituire la coralità di una lotta urbana eroica e senza quartiere.
Un fotogramma da "Le quattro giornate di Napoli" di Nanny Loy (cr. Wikimedia commons)
Un anno prima il regista aveva girato Un giorno da leoni, storia di piccola Resistenza laziale altrettanto eroica e capace di guardare con flash efficaci l’altra parte, cioè il destino di sconfitta dei militari repubblichini. La chiusa, in proposito, offre a mio parere una delle immagini più emblematiche e pietose del periodo. Nella caserma dei militi fascisti un sottufficiale intrattiene una squadra per il programmatico addestramento formale. Tutto crolla e quel sottufficiale scoraggiato, davanti a una truppa di giovani e giovanissimi, dà i suoi ordini meccanicamente, come adempiendo a un compito obbligato e inutile; avverte cioè un senso di sconfitta ormai irrimediabile.
I ragazzi di Salò
Particolare attenzione all’altra parte viene da un film davvero insolito e al tempo accolto con perplessità: Tiro al piccione dell’esordiente Giuliano Montaldo, 1961. Un po’ come farà anni più tardi Louis Malle con Cognome e nome Lacombe Lucien (1974) Montaldo si sforza di affrontare il tema resistenziale cercando di comprendere i motivi della scelta compiuta dai “ragazzi di Salò”. Un’opera controcorrente, insomma, che come altre di sicuro spessore viene man mano dimenticata. Stesso discorso varrebbe per il notevole Il terrorista di Gian Franco de Bosio (1963).
Gian Maria Volonté e Anouk Aimée in "Il terrorista" di Gianfranco de Bosio (cr. Pèter Wikimedia commons)
Un film dialettico che mette insieme i contrasti nella Resistenza di Venezia e li documenta attraverso il dibattito interno al Cln subito dopo la svolta di Salerno, con la quale il Partito comunista indicava la necessità di una temporanea alleanza con le forze, politiche e militari, legate alla monarchia. De Bosio ha lavorato soprattutto per il teatro, ma questo film dimostra capacità di raccontare col cinema, e di usare con sobrio intento spettacolare la morfologia e gli scenari della città lagunare.
Cavani e non solo
Il passato resistenziale anima la crisi politica di un giornalista già intellettuale di partito in Le stagioni del nostro amore di Florestano Vancini (1966), mentre l’ottimo film di montaggio di Liliana Cavani: La donna nella Resistenza, 1965, è tenuto presente da diverse opere sul contributo femminile alla guerra di Liberazione, nell’ambito di una diseguale ripresa delle tematiche antifasciste e partigiane nel periodo successivo al ’68-’69. Penso a Libera amore mio, di Mauro Bolognini (1973) o a L’Agnese va a morire di Montaldo, 1976, tratto dall’omonimo romanzo di Renata Viganò. Sulla scia della Cavani, molti anni dopo, nel 2016, il mai troppo ricordato Daniele Segre realizzerà un film di montaggio e testimonianza intitolato Nome di battaglia donna.
Rod Steiger nei panni del Duce in "Mussolini: ultimo atto" di Carlo Lizzani (fotogramma Wikimedia commons)
Se l’irrequieto Valentino Orsini aveva tentato di riportare alla memoria la singolare vicenda di un partigiano anarcoide (medaglia d’oro) con Corbari, 1970, e Lizzani, rievocato il ruolo partigiano nella cattura del Duce e di Claretta Petacci in Mussolini ultimo atto, 1974, per ordine sparso Antifascismo e Resistenza torneranno sugli schermi fino a tempi recentissimi. Nel 1979 Danielle Huillet e Jean-Marie Straub aprono la loro riflessione pavesiano-brechtiana con Dalla nube alla resistenza. Il sospetto di Maselli (che nel 1955 si era distinto esordendo con Gli sbandati) si affianca a Novecento di Bertolucci nel 1975-76 e, più o meno volontariamente segna, insieme al regista parmense, un estremo punto di caduta storico-ideologico.
I Taviani
Vi saranno poi, a indicare il bisogno di continuare riflessioni mai del tutto esaustive La notte di San Lorenzo di Paolo e Vittorio Taviani (1986), un tentativo forse poco riuscito di agganciare epica resistenziale ed epica classica, I piccoli maestri di Daniele Luchetti, del 1998, che traduce con onestà il bellissimo romanzo di Meneghello, la coraggiosa prova di Guido Chiesa con Il partigiano Johnny, del 2000 (il giovane regista torinese si era già segnalato per un felice ritratto in mediometraggio di Beppe Fenoglio), e, nel 2001, l’ottimo I nostri anni di Daniele Gaglianone che, sempre in chiave fenogliana, applica l’esperienza fatta presso l’Archivio torinese fondato da Paolo Gobetti.
Stefano Dionisi in "Il partigiano Johnny" di Guido Chiesa (fotogramma Wikimedia commons)
La storia non finisce e, dati i tempi, altro arriverà, oltre ai tentativi che sono continuati con piccole produzioni, esordi e serie televisive.
(2 - fine)
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