Casimirri, ultimo latitante di via Fani
Il cartellino segnaletico di Casimirri con foto e impronte digitali
Oggi è cittadino del Nicaragua dove ha un ristorante
Attorno alla vicenda di Aldo Moro, a distanza di 48 anni dalla strage di via Fani e dall’omicidio del leader della Democrazia cristiana, i coni d’ombra restano ancora moltissimi come gli articoli che abbiamo già pubblicato su iosonospartaco hanno messo in luce. Ci sono però anche aspetti di questa tragedia che paiono non lasciare margini di dubbio. Chi era nel commando di via Fani, chi si mosse ai margini della vicenda per intavolare una trattativa aggirando il no del governo, quali servizi segreti ebbero un ruolo nell’ostacolare una soluzione positiva, chi minacciò apertamente Moro affinché non proseguisse nella linea del compromesso storico.
L'agguato di via Fani in cui morirono i cinque della scorta di Moro (cr. AP Wikimedia commons)
Le ombre che restano però non sono di poco conto: chi era l’uomo che sparò la quasi totalità dei colpi di mitra in via Fani, chi erano gli uomini che custodivano Moro in via Montalcini 8, chi fu l’esecutore materiale dell’omicidio, dove questo venne commesso visto che sembra impossibile che i colpi siano stati sparati nel garage del luogo di prigionia? Come abbiamo accennato pochi giorni fa, resta un mistero anche il nome del contatto di don Cesare Curioni, incaricato da Paolo VI di aprire un canale di comunicazione con le Brigate rosse.

L'attore Paolo Pierobon nei panni di don Curioni
Due i nomi che hanno goduto di maggior credito: Tony Chichiarelli e Alessio Casimirri. Il primo era un falsario d’arte in contatto con i servizi segreti ma soprattutto con la banda della Magliana ed è l’uomo che realizzò materialmente il falso comunicato delle Br sul lago della Duchessa; il secondo era un brigatista cosiddetto irregolare (cioè mai passato in clandestinità) figlio di una cittadina vaticana e di un funzionario di alto rango sempre del Vaticano. E’ l’unico fra tutti i componenti del gruppo di fuoco di via Fani a non avere scontato un giorno di carcere.

Antonio Tony Chichiarelli (da sotto la pelle newsletter)
La possibilità che Chichiarelli o Casimirri siano stati il contatto di don Curioni viene esaminata ma alla fine esclusa nel saggio storico che rappresenta un punto di riferimento circa il coinvolgimento di Paolo VI nella trattativa per liberare Moro: il libro di Riccardo Ferrigato intitolato “Non doveva morire” delle edizioni San Paolo. Chichiarelli non potrà mai fornire la propria versione sulla trattativa Vaticano-Br perché è morto ammazzato nel 1984 dopo avere commesso la rapina del secolo; Casimirri invece si è rifatto una vita, fuggendo in Nicaragua dove da più di quarant’anni è un imprenditore della ristorazione, non facendo praticamente nulla per nascondersi nella latitanza. A Managua è titolare di un ristorante di pesce – la Cueva del buzo - che chiunque può trovare su Tripadvisor.
Casimirri nel suo ristorante di Managua (dal sito La Nacion)
Al di là della banale considerazione che chi è condannato all’ergastolo (e Casimirri ne ha più di uno nella fedina penale) dovrebbe stare in carcere, dietro la figura di questo brigatista si è giocata una delle più complesse partite diplomatiche dell’Italia che, al momento, non ne è uscita vincitrice.
Moro prigioniero delle Brigate Rosse (Wikimedia commons)
Casimirri era sposato con un’altra brigatista, Rita Algranati, e uscì dalle Br insieme a lei all’inizio degli anni 80, scegliendo la strada della fuga all’estero, con la Francia come prima meta, scelta condivisa con altri ricercati politici al sicuro grazie alla cosiddetta dottrina Mitterrand. Ma solo un paio di anni più tardi, finito il matrimonio con la Algranati, il salto in America e l’ingresso in Nicaragua grazie a un passaporto falso. Quali fossero le sue protezioni per passare l’oceano Atlantico è questione ancora da chiarire, ma da allora Casimirri si è inserito pienamente nella società nicaraguense, trovando anche una nuova moglie.
Il presidente del Nicaragua, Daniel Ortega Saavedra (Wikimedia commons)
Un rapporto non felicissimo, tant’è vero che la donna dopo qualche anno andò a denunciarlo alla polizia locale. Nessun provvedimento è stato comunque preso nei suoi confronti, godendo di ottimi rapporti con la politica di uno Stato che alla fine degli anni 70 era governato da una giunta marxista-sandinista con a capo Daniel Ortega e che adesso ha alla presidenza lo stesso Ortega che però va incasellato nella categoria dei dittatori visto il regime autoritario al quale ha sottoposto la sua nazione.
La Farnesina, sede del ministero degli Esteri (cr. C. Berlin Wikimedia commons)
Grazie al matrimonio Casimirri ha acquisito anche la cittadinanza nicaraguense, circostanza che lo ha blindato dato che la legislazione dello stato centroamericano vieta l’estradizione a qualsiasi titolo dei propri cittadini. Non si può dire che l’Italia non si sia mossa per eseguire le sentenze di condanna di Casimirri, al punto che un nuovo intervento del ministro degli Esteri, Tajani, per l’estradizione di Casimirri con l’aggiunta di accuse al regime di Ortega si è risolto con la rottura completa delle relazioni diplomatiche.
Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani (Wikimedia commons)
L’ex brigatista non è l’unico caso di latitante al sicuro in Nicaragua, anzi. Gli Stati Uniti, ma non solo, hanno un conto aperto per la presenza di personaggi in qualche modo legati al narcotraffico. In un quadro complesso nel quale non è possibile generalizzare, si deve ritenere che il regime di Ortega in qualche modo tragga utilità dalla presenza di queste persone ben consapevoli di essere legate a doppio filo all’appoggio del regime per sfuggire alla giustizia dei loro paesi. Una illustrazione illuminante della situazione di Casimirri in Nicaragua è reperibile nell’intervista (disponibile in rete) di Radio Radicale a Vladimiro Satta, scrittore e giornalista autorità in materia.
La ricostruzione di una possibile bandiera delle Br (cr. Loki 66 Wikimedia commons)
La situazione sembrò rovesciarsi nel 1993 quando due agenti dei servizi segreti andarono sotto copertura in Nicaragua per parlare con Casimirri. Difficile immaginare che l’ex brigatista fosse disponibile a consegnarsi alla giustizia, era più credibile che accettasse di parlare facendo luce su alcuni punti oscuri del caso Moro. Come andò a finire è cosa nota: la missione venne svelata da un servizio del giornale l’Unità e Casimirri non accettò più alcun confronto. Nulla lascia ritenere al momento che ci possano essere sviluppi positivi. Resta un caso a sé la latitanza dell’ex terrorista che tutti sanno dove si trova.
Il cadavere dell'agente Giulio Rivera, ucciso in via Fani (Wikimedia commons)
Da settimane stiamo esaminando gli aspetti controversi della strage di via Fani e dell’omicidio di Moro ma non abbiamo mai parlato del modo, in verità curioso, in cui si formarono le Brigate rosse, l’organizzazione terroristica che rischiò di far crollare l’ordinamento democratico italiano. Ne parleremo fra pochi giorni.
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