Il cieco di Siena e la strage futura

Il cieco di Siena e la strage futura

La vicenda del cieco Giuseppe Marchi nella matita dell'illustratore Mauro Moretti (cr. Mauro Moretti)

Riferì del rapimento Moro e degli omicidi prima che avvenissero

E’ il pomeriggio del 16 marzo 1978 e tutta Italia è davanti alla televisione per ascoltare le ultime notizie sul rapimento di Aldo Moro e sull’uccisione dei cinque uomini della sua scorta quando il poliziotto di servizio alla sala operativa della questura di Siena riceve una telefonata su una delle linee del 113.


Un'immagjne recente di via Franciosa (cr. iosonospartaco.it)

Parla un uomo della città, dice di chiamarsi De Vivo, e racconta una vicenda che ha dell’assurdo. Ovviamente è perfettamente al corrente dei fatti di Roma e della strage compiuta dalle Brigate Rosse ma lui spiega al poliziotto che la sera precedente un suo conoscente, incontrato in un’osteria del centro, aveva riferito di una conversazione ascoltata da alcuni sconosciuti che accanto a casa sua parlavano fra loro del rapimento di Moro e dell’omicidio dei cinque di scorta. Tutto vero, tutto esatto, peccato che dovesse ancora accadere. Perché la strage e il rapimento sarebbero stati commessi la mattina del giorno dopo.


Piazza San Giovanni verso la quale si diresse l'auto dei tre (cr. iosonospartaco.it)


L’Italia è paralizzata dalla notizia di via Fani e anche un racconto in apparenza bizzarro come quello che arriva da Siena non può essere archiviato a cuor leggero. Anzi la polizia locale dà il via a un’indagine che pochi giorni più tardi sfocia in una informativa (in pratica un rapporto) trasmesso alla procura, alla procura di Roma e alla Digos, l’ufficio politico della questura della capitale. Si tratta del verbale degli interrogatori di tutte le persone che hanno ascoltato il racconto di questa persona sul rapimento di Moro; racconto veritiero, anche se i fatti dovevano ancora accadere.



Le parole su Moro sono state udite da un cieco che si aiutava con un cane (cr. H. Groh Wikimedia commons) 


Per sommi capi sono questi i fatti che danno vita a un altro dei misteri – o forse sarebbe meglio dire delle assurdità – che fanno da contorno al caso Moro; per la precisione è questo l’episodio entrato negli atti parlamentari come il caso del cieco di Siena. Il caso del cieco di Siena perché l’uomo che percepì la conversazione fra tre persone non poté fornire altri particolari sui connotati di questi uomini proprio perché da diversi anni aveva perso completamente la vista. Era cieco e si spostava in centro a Siena con l’aiuto di un cane addestrato e del bastone bianco.


Un'altra immagine di via Franciosa (cr. iosonospartaco.it)


Giuseppe Marchi – questo il suo nome – abitava in via Franciosa al numero 20, nella contrada della Selva. Via Franciosa è una via piuttosto stretta che unisce piazza San Giovanni (il retro del Duomo, per chi non è esperto della città) alla piazzetta della contrada e può essere percorsa nel giro di pochi minuti. Oggi come nel 1978 non è aperta al libero transito ma vi si può accedere in auto solo con un permesso.

Foto dall'alto della strage di via Fani (cr. AP Photo Wikimedia commons)

Il primo a essere ascoltato in questura il pomeriggio del 16 marzo è ovviamente il Marchi stesso che si presenta accompagnato dalla figlia. Il suo racconto ai poliziotti è chiarissimo. Verso le 19.15 del giorno precedente sta rincasando in via Franciosa aiutato dal cane quando trova l’accesso al portone sbarrato da un’auto. Scioglie il cane per qualche istante, il tempo sufficiente a sentire tre persone che parlano fra loro. Tutte hanno un accento straniero, e uno dice agli altri due: “Hanno rapito Moro e le guardie del corpo”. Poi un rumore di portiere che si chiudono e l’auto parte in direzione di piazza San Giovanni.

Via Fani, una delle cinque vittime delle Br (Wikimedia commons) 

A quel punto Giuseppe Marchi sale in casa e cena con la moglie Maria Roggini con la quale sulle prime non fa parola di quanto ha appena sentito. Poi, finito di mangiare, il Marchi riprende il cane ed esce nuovamente, cosa che dopo cena non faceva quasi mai. Ridisceso in strada, va verso un’osteria che dista solo poche decine di metri e dove sa di trovare un gruppo di amici e conoscenti, fra i quali il titolare del locale. A tutti chiede se alla radio avessero parlato di qualche episodio particolare che vedesse coinvolto Aldo Moro. Nessuno ne sa niente, ma a tutti loro Marchi riferisce quanto aveva sentito dai tre individui vicini all’auto. Poco più tardi il cieco ritorna definitivamente a casa e solo allora racconta alla moglie quanto aveva sentito.



Il monumento ai caduti di via Fani (Wikimedia commons)


Il giorno dopo, la mattina del 16 marzo, questo bizzarro racconto diventa verità con le immagini della strage di via Fani che entrano nelle case di tutti gli italiani. Nel pomeriggio al 113 di Siena arriva la telefonata di un uomo che viene verbalizzato come “tale De Vivo” il quale riferisce le parole del cieco pronunciate il giorno prima.


La relazione scritta dalla questura di Siena sul caso del cieco (cr. Archivio Flamigni)

Nel giro di poche ore vengono rintracciate tutte le persone presenti la sera precedente nell’osteria oltre al cieco Giuseppe Marchi e alla moglie. Tutti sono ascoltati – presi a verbale come si dice in gergo poliziesco – e tutti confermano la stessa identica versione, a cominciare dal Marchi che riepiloga i fatti del giorno prima. Le versioni dei testimoni – Gabriele Lorenzini, Maria Roggini, Francesca Provvedi, Divo Falchi, Renata Carmignani e Pier Antonio Marchi (che non è parente del Giuseppe Marchi) – combaciano perfettamente, tutti hanno sentito la stessa identica frase dal cieco, tutti concordano nel dire che l’episodio è avvenuto la sera del 15 marzo, e tutti affermano con certezza che il cieco non fosse ubriaco, ammettendo però che in Siena era detto Beppe il bugiardo perché amante degli scherzi e dello spararle grosse.

Il verbale della deposizione di Giuseppe Marchi in questura (cr. Archivio Flamigni)

Pochi giorni più tardi, siamo al 22 marzo, il dirigente dell’ufficio politico della questura di Siena, dottor Giuseppe Agueci, trasmette gli atti a Roma facendoli precedere da una sua relazione. In queste righe il dirigente di polizia cita il soprannome Beppe il bugiardo ma non può fare a meno di rilevare come ben sei testimoni abbiano fornito versioni quasi perfettamente concordanti su quanto detto dal cieco. Nessuna possibilità quindi di fraintendimento circa la data, l’episodio è davvero accaduto nel tardo pomeriggio del 15 marzo. Resta da capire perché non sia stato ascoltato il De Vivo che telefonò al 113, persona che per altro non viene mai nominata dagli altri testimoni. In che circostanza udì la frase del Marchi? Nessuno gliel’ha chiesto.


Il senatore Sergio Flamigni, membro della commissione sul caso Moro (cr. Camera Wikimedia commons)  


La questura di Siena afferma di avere fatto controlli sugli affittacamere della zona per verificare la presenza di stranieri, di avere interpellato i vigili in servizio in zona considerando i limiti al traffico ma di non essere riuscita a isolare elementi che potessero aiutare a dare un nome e un volto ai tre dell’auto. Tutti questi verbali sono stati acquisiti dalla Commissione parlamentare d’indagine sul caso Moro e sono consultabili attraverso l’Archivio Flamigni, frutto del lavoro di ricerca del senatore Sergio Flamigni del Pci scomparso di recente a 100 anni.

Gli appunti alla relazione della questura di Siena (cr. Archivio Flamigni)

Nella parte del foglio rimasta bianca nella relazione del dirigente Agueci sono stati presi appunti a penna, scritti durante i lavori della Commissione parlamentare. E’ su questi appunti che vale la pena concentrarsi. Prima considerazione. I tre dell’auto danno l’impressione di aspettare il Marchi, o più verosimilmente di aspettare qualcuno che ascolti le loro parole. Hanno avuto tutto il tempo di parlare da soli, perché lo fanno quando c’è un estraneo che li sente? Forse perché il loro scopo è far arrivare un messaggio a qualcuno.





Foto di Moro durante la prigionia (Wikimedia commons)


Ma chi scrive va anche oltre. Forse a lasciare il messaggio è una parte dei servizi segreti che ha scelto Siena, cioè una città di provincia, non fidandosi di Roma. Come dire, attenzione a quello che sta per accadere sotto i vostri nasi, perché c’è chi non sta muovendo un dito per impedirlo. Ipotesi, certo, ma giova ricordare che secondo la ricostruzione minuziosa del senatore Flamigni – la voce più autorevole in questo campo – il ruolo dei servizi nel sequestro Moro fu pressoché nullo.

Il cadavere di Moro nel baule della R4 (Wikimedia commons)

La vicenda del cieco di Siena – come è ricordata nei verbali e nei saggi sul caso Moro – si chiude senza portare elementi utili alle indagini, relegata al ruolo di episodio inquietante nei 55 giorni cupi del rapimento. Un episodio dal sapore quasi esoterico, tanto che uno dei testimoni la mattina del 16 marzo andò da Giuseppe Marchi per apostrofarlo con la parola “indovino”. Mentre le Br processavano Moro per poi ucciderlo, nel mondo esterno c’era chi si rivolgeva all’occulto per trovarlo. Ma anche di questo torneremo a parlare.

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