Il Papa: “Tu non hai esaudito la nostra supplica”
Paolo VI legge il suo messaggio durante il funerale di Stato di Aldo Moro (cr. archivio Ansa Wikimedia commons)
I tentativi di Paolo VI di salvare la vita a Moro
“Tu non hai esaudito la nostra supplica per l’incolumità di Aldo Moro, di questo Uomo buono, mite, saggio, innocente ad amico; ma tu o Signore, non hai abbandonato il suo spirito immortale, segnato dalla Fede nel Cristo che è la risurrezione e la vita. Per lui, per lui. Signore ascoltaci”.

Paolo VI con Aldo Moro (dal profilo Fb Viaggio nella storia)
Per parlare di quanto la Chiesa di Paolo VI ha fatto pur di ottenere la liberazione di Aldo Moro forse è il caso, sovvertendo la logica, di partire dal fondo. Cioè da quella singolare messa funebre celebrata il 13 maggio (l’omicidio era avvenuto il 9 maggio) in assenza del defunto. Un funerale di Stato senza il morto, secondo la volontà della famiglia che non vuole personalità politiche attorno a sé, le stesse che avevano impedito ogni trattativa con le Brigate rosse. La salma di Moro era già stata tumulata il 10 maggio, all’indomani dell’uccisione, nel cimitero di Torrita Tiberina, alla presenza della sola famiglia e di pochi amici.
Il funerale di Stato di Moro: si riconoscono Leone, Ingrao, Andreotti, Colombo, Forlani, Fanfani (cr. archivio Ansa Wikimedia commons)
Ma lo Stato non rinuncia al funerale pubblico andando contro, l’ennesima volta, alla volontà di Moro e organizza questa parata di personalità per celebrare un politico ammazzato dal terrorismo e nemmeno presente con le sue spoglie mortali. Il Papa presiede il funerale, scelta sofferta di un uomo malato nel fisico e prostrato dal fallimento di ogni tentativo di liberare l’ostaggio, suo amico personale dai tempi della militanza fra gli universitari cattolici dei quali Montini era stato assistente ecclesiastico nazionale.

Moro con la moglie Eleonora Chiavarelli (dal profilo Fb Grazia Musso)
Paolo VI va in San Giovanni in Laterano e pronuncia un discorso dal sapore della tragedia personale, nel quale è compresa la frase che avete letto all’inizio di questo articolo, della quale abbiamo riportato anche la punteggiatura e l’uso delle maiuscole. Sono parole di un Papa che sembra rimproverare a Dio di non avere esaudito la preghiera per la salvezza di una vita, ma è anche la preghiera di un Papa che rinnova – e lo fa per tre volte – la richiesta di essere ascoltato. Un dramma interiore totale, al termine di 55 giorni vissuti nell’angoscia in una condizione di salute provata dalle malattie e dall’età. Paolo VI nel 1978 ha quasi 80 anni. In più deve avere pesato non poco la piccola frase scritta da Moro nella sua ultima lettera alla moglie, datata 5 maggio: “Il Papa ha fatto pochino, forse ne avrà scrupolo”.
La famiglia Moro ricevuta da Paolo VI nel 1964 (Wikimedia commons)
“Il Papa ha fatto pochino”. Cinque parole che suonano come una fucilata per il Paolo VI che ha dedicato tutto il proprio tempo a rivedere vivo l’amico Moro, senza riuscirci. Questo è il punto: nonostante gli sforzi, la mediazione del Vaticano con le Brigate rosse è fallita. Eppure si era arrivati davvero a credere che la liberazione di Moro fosse imminente.

Don Macchi (a sinistra) sorregge Paolo VI un mese prima della morte (Wikimedia commons)
Sui tentativi del Papa per riportare Moro alla famiglia molto è stato scritto, ma due sono i testi che potrebbero guidare in un percorso di comprensione e di scoperta, oltre all’edizione critica delle lettere di Moro a cura di Miguel Gotor: il primo è la cronologia delle azioni del Papa nei 55 giorni, curata dal suo segretario monsignor Pasquale Macchi, il secondo è un saggio molto documentato dal titolo “Non doveva morire” del giornalista Riccardo Ferrigato. Il primo risale al 1998, ventennale della morte di Moro, l’altro è datato 2018. Le principali fonti di informazioni restano però come sempre i lavori delle commissioni parlamentari d’inchiesta e le relative relazioni finali, consultabili da tutti grazie all’archivio Flamigni. Già i giornali dell’epoca, quasi monopolizzati dal rapimento di Moro, avevano rivelato come il Papa si stesse muovendo per aggirare il no dello Stato, della Dc e del Pci alla trattativa con le Br verso lo scambio di prigionieri. Ma per capire chi si stesse muovendo e in che modo si è dovuto attendere.

L'attore Paolo Pierobon interpreta don Curioni nel film "Esterno notte"
Oggi sappiamo che l’uomo incaricato di trovare un contatto con i brigatisti era don Cesare Curioni, già cappellano del carcere milanese di San Vittore ma all’epoca ispettore dei cappellani, in altre parole il capo dei cappellani. A lui fu chiesto di trovare attraverso le conoscenze carcerarie il modo di raggiungere i rapitori di Moro. Don Curioni – morto nel 1996 – lavorò ininterrottamente nei 55 giorni mantenendo con tutti il segreto più assoluto sul nome dei suoi interlocutori, anzi disponendo che tutto rimanesse segreto fino alla sua morte. Nel suo lavoro aveva un braccio destro, don Fabio Fabbri – morto nel 2022 -, sacerdote toscano che lo seguì passo passo a sua volta senza mai rivelare nulla.
I cardinali Ugo Poletti e Jean-Marie Villot (Wikimedia commons)
Il disegno dei Vaticano in sostanza è questo: visto il no assoluto del governo italiano a una trattativa per uno scambio di detenuti in cambio di Moro, si tenta la strada del pagamento di un forte riscatto, come se si trattasse di un sequestro a scopo di estorsione anziché di un rapimento politico. Due sono i cardinali ai quali Montini affida l’incarico di preparare il terreno: il vicario generale per Roma Ugo Poletti e il segretario di Stato Jean-Marie Villot. Il primo in particolare tiene i contatti con la famiglia di Moro, il secondo i rapporti con il governo italiano. Da quanto emerso in tempi recenti, il presidente del Consiglio Andreotti, non spostandosi di un millimetro dalla linea del no alla trattativa, è invece possibilista sul pagamento di un riscatto, azione che avrebbe riportato l’attentato delle Br nell’ambito di un’azione criminale, senza il loro riconoscimento come soggetto politico.
La lettera del Papa con evidenziata la frase "senza condizioni"
Tutto questo lascia aperti un sacco di problemi: come raccogliere i soldi, come contattare i brigatisti, a chi consegnare i soldi, come gestire la liberazione dell’ostaggio. Don Curioni non smette di parlare con persone e incontrarne altre ma la situazione resta in stallo. Siamo a metà aprile quando Paolo VI prende una decisione che ancora adesso è oggetto di dibattito: di proprio pugno scrive una lettera ai brigatisti rapitori di Moro. E’ la lettera resa nota il 21 aprile e passata alla storia per il suo inizio: “Io scrivo a voi, uomini delle Brigate rosse”, ma anche per una frase pesantissima: “Liberate Aldo Moro, senza condizioni”.
Don Fabio Fabbri
Su quale fosse la versione originale di questa lettera scritta di notte da Paolo VI le versioni non sono uniformi. Don Macchi sostiene che l’unico a intervenire nella stesura è il cardinale Casaroli, segretario del consiglio per gli affari pubblici della Chiesa. Casaroli, sempre secondo la ricostruzione di don Macchi, apporta alcune variazioni che subito il Papa inserisce nella lettera riscrivendola da capo. La versione definitiva è ultimata solo nel cuore della notte. Ma c’è anche un’altra versione secondo cui don Curioni avrebbe avuto un ruolo chiave anche in quella lettera, consigliando il Papa in una lunga telefonata della quale sarebbe stato testimone proprio don Fabbri.

La foto di Moro in prigionia scattata dai brigatisti (Wikimedia commons)
La lettera ha un effetto dirompente ma non nel senso sperato, anzi. Quel “senza condizioni” in sostanza chiude ogni possibilità di dialogo fra Br e Vaticano; secondo il racconto di alcuni fra i carcerieri, lo stesso Moro se ne sarebbe reso conto. Ma il lavoro di don Curioni intanto va avanti e il denaro alla fine viene raccolto. Stiamo parlando dell’equivalente di miliardi di lire, in dollari, raccolti in mazzette e chiusi in una valigia.
Moro con Paolo VI (dal profilo Fb Umberto Oppus)
Mentre qualche crepa sembra aprirsi nel fronte del no alla trattativa (oltre alla disponibilità dei socialisti), la mattina del 9 maggio inizia in Vaticano con la convinzione che la soluzione sia imminente al punto che diverse fra le persone coinvolte per trovare un contatto con i brigatisti vengono invitate – come riferisce Ferrigato nel suo saggio storico – a restare accanto al telefono lasciandolo sempre libero. Manca solo lo scambio fra i soldi e Moro.
La prima pagina de "La Stampa" con la notizia della lettera del Papa (Wikimedia commons)
Invece una telefonata arriva ma non in Vaticano, arriva a casa di Franco Tritto, assistente di Moro. E’ il brigatista Valerio Morucci, che dice di essere un certo dottor Nicolai; comunica l’uccisione di Moro e indica in via Caetani il luogo dove recuperarne il cadavere. Una telefonata tragica che precede di poco l’arrivo delle telecamere e l’apertura del bagagliaio della R4 rossa con il cadavere di Moro.
La salma di Paolo VI (cr. Ramon Gonzalez Wikimedia commons)
Il resto è tutto un’angoscia che si alimenta. Paolo VI parla della tragedia di Moro con chiunque lo incontri, compreso (secondo la testimonianza di don Macchi) un folto numero di bambini in attesa della prima comunione. Poco dopo, sofferente di cuore, si spegne nella residenza estiva di Castel Gandolfo. E’ il 6 agosto 1978, sono passati 89 giorni dall’uccisione del suo amico Aldo Moro. Resta un dubbio, non da poco. Con chi don Cesare Curioni aveva allacciato un rapporto per liberare Moro in cambio di soldi? Si possono fare diverse ipotesi e una di queste è molto interessante. Ne parleremo presto, e dovremo arrivare in America.
Riproduzione riservata