La mediazione impossibile per salvare Moro
La gabbia degli imputati nel processo a Torino contro il nucleo originario delle Brigate rosse (Wikimedia commons)
Nessun incontro con i brigatisti in carcere a Torino
Nei 55 giorni in cui Aldo Moro rimase sequestrato dalle Brigate Rosse, a fronte della linea della fermezza contro la trattativa non furono pochi i tentativi di trovare canali alternativi per raggiungere comunque i terroristi. Mentre la componente maggioritaria della Democrazia cristiana, il Partito comunista e il governo con l’esclusione dei socialisti erano chiari nel non aprire spiragli di trattativa e di riconoscimento politico delle Br, la famiglia Moro non smise mai di sollecitare chiunque avesse la credibilità politica e personale necessaria a un intervento perché si aprisse una strada di comunicazione alternativa ai canali ufficiali. Ma tutti questi tentativi non andarono a buon fine, in alcuni casi vennero addirittura esplicitamente fermati.

Il professor Corrado Corghi (cr. Enrico Rossi per Rossi fotografi)
Uno di questi episodi è venuto alla luce solo nel 2005, in seguito a un’intervista rilasciata a un periodico locale. Protagonista ne fu un esponente di spicco del cattolicesimo del dissenso, il professor Corrado Corghi (morto nel 2017 a 97 anni), fuoriuscito da tempo dalla Dc per sua esplicita dichiarazione perché stanco del vedere la ricerca del potere a scapito della politica come servizio. Corghi nella sua casa di Reggio Emilia aveva creato un laboratorio politico aperto a chiunque, diventando un mito per giovani di diversa provenienza e ceto sociale, desiderosi di prendere parte al rinnovamento della società, della Chiesa, della politica. Fra di loro anche alcuni che, pochi anni dopo, avrebbero preso la strada della lotta armata.

Regis Debray (cr. G. Hutchinson Wikimedia commons)
Corrado Corghi aveva avuto già un’esperienza di successo come mediatore, riuscendo a riportare a casa, in Francia, l’intellettuale Regis Debray che aveva tentato in maniera molto ingenua di unirsi ai guerriglieri di Che Guevara. Corghi trovò Debray e lo riportò in libertà viaggiando con lui su un’auto con insegne vaticane. Venne poi contattato nel 1974 – ma dalle stesse Br – per trovare un’uscita dignitosa dal sequestro del giudice Mario Sossi. Con l’appoggio del cardinale Pignedoli – suo conterraneo ed esponente della Chiesa progressista – trovò un accordo con Fidel Castro affinché accogliesse a Cuba alcuni brigatisti liberati in cambio di Sossi. A cose quasi fatte, Castro si tirò indietro per intervento del Pci che non desiderava alcun tipo di riconoscimento delle Br, tanto più da parte di un paese come Cuba simbolo dell’ortodossia comunista.

La gabbia degli imputati nel maxi processo di Torino, 1976 (da 9centro Polo900)
Il sequestro Moro era in corso ormai da giorni quando – anche questa volta sostenuto dal cardinale Pignedoli – Corghi tentò nuovamente una mossa fuori dalle righe per riportare a casa l’ostaggio. Il contesto era questo: a Torino si celebrava il primo maxi processo contro il nucleo originario delle Br, Corghi progettava di entrare nel carcere dove gli imputati erano detenuti per convincerli a inviare un messaggio ai brigatisti che tenevano prigioniero Moro affinché si convincessero che l’uccisione dell’ostaggio avrebbe avuto conseguenze catastrofiche per la loro battaglia politica. Tuttavia in giorni come quelli entrare in un carcere di massima sicurezza per parlare con detenuti politici era impresa difficilissima.
Franco Bonferroni e Arnaldo Forlani (Wikimedia commons)
Corghi chiese e ottenne aiuto. Si rivolse al senatore della Dc Franco Bonferroni - non proprio della sua stessa corrente politica dal momento che apparteneva alla destra democristiana - considerando che fra i due c’era reciproca stima, e gli chiese di organizzare un incontro con un membro del governo. Il ministro venne scelto nella persona di Arnaldo Forlani, titolare degli Esteri. Perché il ministro degli Esteri e non quello degli Interni? Perché agli Interni c’era Cossiga del quale, per ammissione di Corghi, ci si fidava poco.
Forlani con Andreotti al congresso della Dc nel 1989 (Wikimedia commons)
L’incontro avvenne in circostanze imprevedibili. Forlani fece entrare in ufficio Corghi e Bonferroni ma non appena capì di cosa si trattava fece cenno agli ospiti di tacere e li fece accomodare in un’altra stanzina, dove accese ad alto volume un televisore e una radio, temendo evidentemente la presenza di microfoni. Il colloquio fu cordiale ma non portò a niente, Forlani dichiarò che nulla poteva essere fatto per favorire questo incontro in carcere. Corghi molti anni dopo rievocando quei giorni dichiarò che molto dovevano avere pesato le pressioni straniere affinché Moro non tornasse vivo, Bonferroni riferì invece di avere avuto chiara impressione che tutta la partita Moro si giocasse su altri tavoli.

Papa Paolo VI con il presidente della Repubblica Giuseppe Saragat (cr. archivio Saragat Wikimedia commons)
Il finale della storia la conoscono tutti, altri tentativi di liberare Moro furono effettuati non nell’ombra ma di fronte al mondo, come quello di Papa Paolo VI che di Moro era amico personale. Non fu l’unico, ci fu anche un avvocato svizzero che si mise a disposizione della famiglia Moro ma qualcuno gli mise i bastoni fra le ruote. Di tutto questo avremo modo di parlare presto.
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