Le Brigate rosse nate sull'Appennino

Le Brigate rosse nate sull'Appennino

Torino, gli imputati nel processo al nucleo originario delle Brigate Rosse, 1976 (Wikimedia commons)

Sei giorni per pianificare le strategie, poi la lunga scia di sangue  

Pubblichiamo oggi un articolo della pedagogista Pina Tromellini sulla nascita delle Brigate Rosse, avvenuta sull'Appennino, fra i monti che frequenta da sempre. Fra gli interrogativi ancora senza risposta sul caso Moro vi sono quelli sulla dinamica dell'agguato di via Fani, ne parleremo diffusamente fra pochi giorni.

L’Appennino è ricco di storia. Dall’anno mille ai giorni nostri ha lasciato tracce di lotte, soprusi e nello stesso tempo di una vita che cambia e resuscita. Terra di stupore e dolore, di fascino e di pianto, sospesa tra le contraddizioni come la vita di tutti i giorni.


Il comune di Casina visto dal castello di Sarzano (cr. paolo da reggio Wikimedia commons)


Dal 17 al 22 agosto del 1970 l’Appennino è stato protagonista di un evento che ha segnato la storia d’Italia: la nascita delle Brigate Rosse. Tra la chiesa romanica di Paullo e Pecorile, frazione di Casina (provincia di Reggio Emilia) a 650 metri di altitudine, nella locanda trattoria “da Gianni” arrivò per una vacanza un gruppo di giovani provenienti da Reggio Emilia, Milano, Trento. Numerosi e festanti, avevano voglia di fare camminate, di rilassarsi e di gustare i piatti accompagnati dal lambrusco.

Una delle cinque vittime della strage di via Fani (Wikimedia commons)

Dato l’alto numero dei villeggianti, venne avvertito il maresciallo dei carabinieri che accertò la tranquillità dei giovani e tutto finì lì. Loris Paroli, un giovane nato in quella zona, conosceva molto bene questo posto e insieme ad Alberto Franceschini lo consigliò perché lontano dalla città e adatto per un ritrovo che avrebbe dato inizio ad un evento particolare. Il gruppo era composito e poiché dovevano decidere il passaggio alla lotta armata, era opportuno essere lontani dalle questure e da orecchie indiscrete.


Via Emilia San Pietro a Reggio Emilia, in un appartamento si ritrovavano i giovani dissidenti della sinistra (Wikimedia commons) 


Alcuni provenivano da un luogo singolare quale un appartamento in centro a Reggio Emilia nel quale si trovavano ex iscritti al Pci radiati o dissidenti che non condividevano la linea politica del partito insieme a partigiani delusi dalla “rivoluzione tradita” in quanto la borghesia era sempre più forte e pareva non fosse cambiato nulla rispetto a prima. Nell’appartamento si riunivano anche cattolici di sinistra che volevano una chiesa meno istituzionale.


L'arresto di Curcio e Franceschini, 1974 (Wikimedia commons) 


Alberto Franceschini, Prospero Gallinari, Lauro Azzolini, Fabrizio Pelli, Roberto Ognibene, Loris Paroli erano giovani cresciuti nelle osterie con i partigiani che discutevano aspramente di un dopo tradito rispetto alle loro aspettative. Nel bosco, dietro alla locanda di Gianni, nascosta tra fitti alberi di faggio, c’era una casa disabitata, che esiste ancora oggi, dove il gruppo si ritrovava durante la giornata.

Renato Curcio e Mara Cagol nel giorno delle nozze, 1969 (Wikimedia commons)

Ai reggiani si erano aggiunti Renato Curcio e Mara Cagol oltre ad esponenti di un collettivo politico metropolitano che credeva nella guerriglia urbana. Franceschini e Curcio battezzarono il gruppo con il nome di Brigate Rosse. "Se vogliamo incidere - questo il senso della loro scelta - occorre un nome che i lavoratori riconoscano immediatamente. Un nome di continuità, rosse come le brigate partigiane, un nome che si firma con una stella a cinque punte".


Aldo Moro, prigioniero delle Brigate rosse, 1978 (Wikimedia commons)


La memoria è racchiusa nei boschi. Gli alberi conservano gli eventi e sono testimoni. In questi luoghi le emozioni si amplificano, oggi resta il dolore per il seguito di violenze che durò fino al 1980 e culminò con il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro. Nella casa tra i faggi vennero messe a punto le tesi più importanti della lotta armata la cui ideologia si basava sul marxismo-leninismo e sulla convinzione che l’ordine democratico italiano andasse abbattuto per instaurare la dittatura del proletariato. Ispirati dai collettivi operai e studenteschi di diverse città e dalla guerriglia americana dei tupamaros in Uruguay, i brigatisti in quei giorni delinearono i punti salienti della loro strategia: lo stato imperialista, dominato dalla borghesia e dal capitale doveva essere distrutto da una rivoluzione. Occorreva opporsi alla Nato, agli Stati Uniti e alle multinazionali.


Il giudice Mario Sossi, prigioniero della Br nel 1974 (Wikimedia commons)


L’indifferenza non è un atteggiamento dei montanari. Ripensando a quegli anni e a cosa era successo in luoghi oggi apparentemente addormentati, ci si chiede come allora non fosse stato possibile capire quanto stesse succedendo. Nella memoria restano il rumore degli spari, della distruzione e della violenza che investì l’Italia. Non si può leggere l’Appennino in modo semplicistico, la sua complessità si scopre gradualmente. Resta allora solo il silenzio per aiutare a capire. Un rifugio nel quale nascondersi per ritrovarsi e ascoltare la voce interiore.

 

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