Le strane domande dello studente su Moro
L'allora Presidente del Consiglio e docente universitario Aldo Moro nell'aula di Scienze Politiche, 1973. Fonte: Wikimedia Commons / Opera di pubblico dominio (ai sensi dell'Art. 92 della Legge 22 aprile 1941 n. 633)
I sospetti su di lui come agente dei servizi sovietici
«Io sono in pace con quell'uomo. Era una guerra, in cui c'erano alleati e avversari. Uno scontro, come era quello di quegli anni, ha creato tante sofferenze... Nella condizione drammatica in cui si trovava... aveva visto i suoi amici fargli vuoto intorno... si è comportato da grande uomo. (...) È tutto chiaro nell'attività delle Br. Nonostante le ironie fatte, più volte, io non posso che ripetere: è storicamente dimostrato che Moro è roba nostra. È per quello che siamo stati condannati. Non c'entrano nulla la mafia, non c'entrano nulla i servizi segreti. Questi ultimi possono magari essere intervenuti, ma per manipolare i partiti e il parlamento, non certo noi”.

Il Palazzo della Lubjanka a Mosca, in passato sede del Kgb. (Foto di A.Savin, Wikipedia / Free Art License)
Queste parole pubblicate dal quotidiano on line Lettera 43, sono di Prospero Gallinari, uno dei brigatisti che parteciparono al sequestro di Aldo Moro e che più di altri fu vicino al presidente della Dc nella prigione del popolo. Condannato all’ergastolo, non si è mai dissociato o pentito e per questo non ha mai goduto dei benefici riservati a chi rinnegava l’esperienza. Nel 2006 ha scritto il libro “Un contadino nella metropoli” edito da Bompiani prima e da Pgreco poi, un percorso nella lotta armata che, al di là della componente ideologica, rappresenta uno spaccato tanto efficace quanto tragico dell’Italia degli anni di piombo. Insieme ad altri brigatisti è stato artefice del documento che sancisce la fine della lotta armata: "Partiamo una volta tanto da un fatto che ci riguarda. Oggi, ottobre 1988, le Brigate Rosse coincidono di fatto con i prigionieri delle Brigate Rosse".
Il nucleo storico delle Brigate Rosse nel 1976 durante il processo a Torino, Gallinari è il primo da destra in piedi (Foto di pubblico dominio disponibile su Wikimedia Commons)
Scarcerato a metà degli anni 90 per le sue gravissime condizioni di salute (soffriva di cuore), è morto a Reggio Emilia il 14 gennaio del 2013, colpito da un infarto in garage. Perché questa lunga premessa sulla biografia del brigatista Gallinari? Rileggiamo una parte delle sue dichiarazioni: “Io non posso che ripetere: è storicamente dimostrato che Moro è roba nostra. È per quello che siamo stati condannati. Non c'entrano nulla la mafia, non c'entrano nulla i servizi segreti. Questi ultimi possono magari essere intervenuti, ma per manipolare i partiti e il parlamento, non certo noi”.
Le parole fondamentali sono le ultime: noi brigatisti non siamo stati manipolati dai servizi segreti. La verità definitiva sul sequestro Moro è molto lontana dall’essere scritta ma dopo il lavoro efficace delle Commissioni parlamentari d’inchiesta e una ricerca storica e giornalistica senza precedenti possiamo dire con un buon margine di sicurezza che il coinvolgimento dei servizi segreti di diversi Stati è praticamente certo, e in alcuni casi si conoscono anche i nomi dei personaggi che hanno gravitato attorno alla vicenda. Forse non consapevolmente, ma Gallinari parlando di manipolazione dei partiti e del parlamento potrebbe averci azzeccato.

Amintore Fanfani e Aldo Moro durante un incontro istituzionale (autore sconosciuto / Archivio storico della Democrazia Cristiana, via Wikimedia Commons. Opera nel pubblico dominio in Italia)
L’esame di tutte le ipotesi richiede un tempo e uno spazio infiniti, ma un caso merita di essere esaminato per primo: quello di un certo studente che diceva di chiamarsi Sergej Sokolov. Questo ragazzo sovietico che nel 1977 aveva una ventina d’anni frequentava l’università La Sapienza di Roma dove chiese di frequentare le lezioni di Moro. Niente di particolare, considerando la fama di Moro quale docente di materie giurisprudenziali, non fosse che più che per l’assiduità negli studi questo Sokolov si distinse per le domande indiscrete rivolte agli assistenti di Moro sulle abitudini del professore – orari di vita, percorsi, scorta – al punto che lo stesso presidente della Dc raccomandò di dare solo risposte evasive.
La data
Sokolov venne visto l’ultima volta all’università il 15 marzo 1978, quindi il giorno prima del rapimento. Poi se ne persero le tracce. Ma nel 1999 con la pubblicazione del dossier Mitrochkin si ritenne che questo ragazzo potesse essere un agente del Kgb sotto mentite spoglie. Ma perché i servizi segreti russi avrebbero dovuto mettere le mani su Moro e sul suo sequestro?
E’ chiaro che una risposta assoluta e definitiva non è in nessun libro e forse è solo in qualche documento d’archivio ancora lontano dall’essere desecretato. Si può solo ragionare sulla base dei criteri della geopolitica, anche alla luce della piega presa dagli eventi del mondo. Come abbiamo visto in un precedente articolo, il compromesso storico – cioé l’allargamento al Partito comunista delle responsabilità di governo – propugnato da Moro era come fumo negli occhi per gli Stati Uniti, al punto che il leader della Dc venne apertamente minacciato durante una sua missione americana.
A est
Ma non è che la soluzione piacesse sul fronte sovietico, anzi. L’ingresso di un partito comunista occidentale nell’orbita governativa avrebbe rischiato di allontanare il partito stesso dall’Urss e dal blocco orientale, finendo per avvicinarlo alla Nato. Era il Pci di Berlinguer che, come noto, si trovò in posizione di gravissimo contrasto con le posizioni del Pcus di Breznev. Nel XXV congresso a Mosca, nel 1976, l’intervento del leader italiano – che parlò chiaramente di eurocomunismo e di un socialismo nei binari della democrazia – fu il meno applaudito in un’atmosfera fra il gelido e lo sbigottito. Il fallimento della politica di Moro per il compromesso storico poteva quindi corrispondere anche agli interessi del blocco sovietico nell’onda lunga della guerra fredda. E’ chiaro che stiamo parlando di ipotesi, che però non sono del tutto campate in aria.

Enrico Berlinguer a Stintino (Sardegna), ritratto in giacca da barca (Foto d'archivio. Fonte: Wikimedia Commons / Pubblico Dominio)
Tornando dalle possibilità ai fatti, è indispensabile citare un bellissimo e documentato articolo dello storico Marco Clementi su Il Manifesto, nel quale sulla base di dati oggettivi si demolisce la tesi che il Sokolov studente e il Sokolov agente del Kgb (il cognome Sokolov per altro non è raro in Russia) siano la stessa persona. E bisogna anche riconoscere che non ci sono mai state risultanze giudiziarie sul coinvolgimento di questo ragazzo sovietico nell’operazione delle Brigate rosse. La presenza di Sokolov accanto a Moro rimane una interessante e inquietante circostanza.
Ma il Kgb non è certo l’unico servizio segreto che si sospetta abbia avuto un ruolo nel rapimento di Moro. Dei sospetti sui servizi italiani abbiamo parlato di recente, restano da esaminare quelli sui servizi di Stati Uniti, Israele e anche dei palestinesi. Ma c’è un’altra domanda che reclama una risposta: perché nonostante le migliaia di poliziotti, carabinieri, finanzieri e soldati impegnati nelle ricerche e nelle indagini non si è arrivati a nessun risultato? E’ un tema che approfondiremo presto.
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