Moro e via Fani, i dubbi, la moto, i servizi

Moro e via Fani, i dubbi, la moto, i servizi

La tecnica dell'agguato di via Fani in una foto dall'alto (cr. Ansa Wikimedia commons)

I testimoni parlano di una Honda, i brigatisti negano di averla usata

Immaginando di poter contenere tutto quanto è accaduto ed è legato al sequestro di Aldo Moro in un singolo libro (in realtà i libri scritti sul caso Moro bastano a riempire un’intera biblioteca), il primo mistero irrisolto lo troveremmo a pagina 1, nella descrizione dell’agguato di via Fani in cui le Brigate rosse rapiscono il presidente della Democrazia cristiana uccidendo i cinque uomini della scorta.

L'agguato di via Fani fotografato da un palazzo della zona (Wikimedia commons)

Dal punto di vista organizzativo, il blitz di via Fani rappresenta per le Br un pieno successo militare: cinque persone uccise – cioè l’intera scorta di Moro – e il rapimento dell’ostaggio senza causargli ferite, nessun brigatista caduto nell’operazione. Mai si era visto in azione un tale gruppo di fuoco, mai se ne sarebbe visto un altro in seguito. Ma quanti e quali sono i brigatisti in via Fani? I primi dubbi iniziano già qui, dal momento che le dichiarazioni di Valerio Morucci davanti alla Commissione parlamentare sul caso Moro riferiscono di 14 brigatisti nel gruppo di fuoco, salvo poi ritrattare parzialmente e ridurre il numero a 9.


In via Fani i cadaveri coperti dalle lenzuola (cr. AP Wikimedia commons) 


La tecnica utilizzata è quella del cancelletto, secondo cui all’auto della persona da rapire vengono sbarrate tutte le vie di fuga. La mattina del 16 marzo 1978 Moro esce da casa in via del Forte  Trionfale con la consueta scorta: lui sul sedile posteriore di una Fiat 130 non blindata con due persone armate alla guida e sul sedile del passeggero mentre una Alfetta con altre tre persone di scorta li segue. All’ingresso di via Fani si inserisce nel traffico una Fiat 128 con una targa del corpo diplomatico un tempo appartenuta all’ambasciata del Venezuela piazzandosi proprio davanti all’auto di Moro. L’utilitaria fa una brusca frenata e causa un tamponamento. A quel punto escono da dietro la siepe di un bar – chiuso da tempo – diversi brigatisti armati con mitragliette che fanno fuoco sulla scorta uccidendo subito quattro dei cinque agenti, mentre il quinto – Francesco Zizzi – muore poco dopo all’ospedale. Il gruppo di fuoco indossa divise azzurre, tipiche del personale di Alitalia, con tanto di berretto. Un particolare sul quale converrà fare qualche riflessione.

Via Fani, il monumento ai cinque caduti (cr. Giu Pepis Wikimedia commons)

Uccisa la scorta e prelevato a forza Moro, il presidente della Dc viene caricato su una Fiat 132 che arriva a retromarcia dall’incrocio con via Stresa. I testimoni sono molti, e tanti fra di loro forniscono particolari interessanti. Uno deve probabilmente la vita a una scelta dei brigatisti: si chiamava Antonio Spiriticchio ed era un fiorista ambulante. Tutti i giorni prendeva il furgone e si piazzava fra via Fani e via Stresa a vendere la propria merce. Alle 6.30 del 16 marzo trova le quattro gomme squarciate e non va al lavoro. Il danneggiamento gli ha salvato la vita perché in via Fani si sarebbe trovato sulla linea di fuoco dei brigatisti. Perché le Br lo hanno tenuto lontano? Per salvare la vita di un uomo che non aveva nulla a che fare con la loro battaglia o semplicemente per non trovarsi un testimone in più e un ostacolo nella loro azione? Ognuno può scegliere la risposta che preferisce, difficilmente la giustizia ce ne darà una definitiva.



La brigatista Barbara Balzerani, morta nel 2024 (foto tratta da un giornale Wikimedia commons)


Fra quelli che devono la vita a un puro caso c’è anche un ragazzo che all’epoca ha 23 anni, Giovanni Intrevado, agente di polizia da poco in servizio. Libero dal servizio, con la sua 500 va dalla fidanzata che abita da quelle parti. Di fronte al massacro scende dall’auto e si avvicina ma contro di lui si para la brigatista Barbara Balzerani, armata con una mitraglietta, che gli impone di arretrare. Pochi giorni dopo Intrevado testimonia in procura affermando di non avere agito perché la pistola in dotazione si era inceppata. Benedetto inceppamento, perché se il giovane avesse fatto fuoco ci avrebbe rimesso la pelle anche lui.

Moro prigioniero delle Brigate rosse (Wikimedia commons)

Lo stesso agente di polizia insieme ad altri testimoni non ha dubbi nell’affermare che durante l’azione in via Fani è passata anche una moto Honda blu con due persone in sella; il passeggero avrebbe avuto anche lui una mitraglietta, dalla quale sarebbero partiti alcuni colpi contro il motorino di un ingegnere di passaggio, Alessandro Marini. Dalla mitraglietta sarebbe poi caduto un caricatore.


Donald Sutherland protagonista del film "Piazza delle cinque lune" (cr. Festival Tv Montecarlo Wikimedia commons) 


Al di là di una serie infinita di incongruenze sui due personaggi in moto (chi aveva il volto coperto e chi no) e sulla effettività degli spari, la presenza di una moto Honda si ritrova in molte e concordi testimonianze, ma nei vari processi che si succedono sul rapimento di Moro tutti i brigatisti escludono la presenza di una moto. E quindi chi erano quelle due persone? In realtà c’era anche un terzo uomo, altro mistero nel mistero. La vicenda è al centro del film “Piazza delle cinque lune” del regista Renzo Martinelli, nel quale un giudice in pensione riceve un vecchio filmato in Super8 con la strage di via Fani. Si nota un uomo in impermeabile che dopo aver assistito al massacro si allontana tranquillamente. Ingrandita l’immagine, si riconosce nel volto il colonnello Camillo Guglielmi dei servizi segreti.

L'incrocio fra via Fani e via Stresa dove fu visto Guglielmi (cr. Black cat Wikimedia commons)

Film a parte, Guglielmi non ha mai negato di essersi trovato da quelle parti la mattina del 16 marzo 1978, spiegando però di esserci andato perché invitato a pranzo dal collega colonnello D’Ambrosio che effettivamente abitava in via Stresa. A parte l’incongruenza del presentarsi a casa di un amico alle 9 del mattino per il pranzo, la presenza di Guglielmi si è molto aggrovigliata in un garbuglio di testimonianze, opinioni e smentite concluse con l’archiviazione della vicenda. Tuttavia la presenza di questo ufficiale dei servizi segreti lascia aperto uno scenario inquietante, soprattutto se accostata alla moto Honda di cui le Br dicono di non sapere nulla. Anche i due in sella erano persone dei servizi? Una risposta non c’è. E’ chiaro che questa tesi porta fieno in cascina per tutti coloro che ritengono che le Br nel caso Moro siano state solo le marionette mentre erano altri a tirare i fili.


In rosso le parole della vedova Moro alla Commissione parlamentare (Archivio Flamigni)


La verità giudiziaria parla di 15 condannati nel primo processo Moro e questo è un dato storico. Volendo però dare un peso a tutte le voci ascoltate in questi anni, ce n’è una che non può essere ignorata ed è quella di Eleonora Chiavarelli, la vedova Moro, che ascoltata dalla Commissione parlamentare esprime una considerazione fulminante nella sua semplicità: “Quando arrivai in via Fani – queste le sue parole – avendo io chiesto cosa fosse successo a mio marito, cioè se fosse ferito o non ferito, mi hanno risposto in maniera precisa: sono state le Brigate Rosse. Debbo dire che ancora oggi io mi chiedo come questa gente fosse sicura e come avesse deciso senza incertezza. Perché per quello che io ricordo il primo bollettino dei brigatisti che rivendicavano il fatto è arrivato parecchio dopo, qualche giornata successiva, forse due o tre”. Una ottima domanda, quella della vedova Moro.


La foto mostra la moltitudine di persone presenti sul luogo della strage (cr. AP Wikimedia commons)


Il luogo del delitto – cioè l’incrocio fra via Fani e via Stresa – è preso d’assalto fra poliziotti, carabinieri, politici, romani che abitano nella zona, e la scena del delitto (per usare un’espressione oggi tanto di moda) viene pesantemente inquinata. Ma qualcosa è messo in salvo, cioè i bossoli dei colpi sparati contro la scorta di Moro. Le armi lunghe, come i fucili e le mitragliette, lasciano un’impronta, una specie di carta d’identità. Oggi sappiamo che una di quelle armi sparò più colpi di tutte le altre messe insieme. E chi la impugnava? Forse un uomo non strettamente legato alle Br ma arruolato per l’occasione? E le divise da avieri avevano lo scopo di mimetizzarsi rispetto ai romani della zona o servivano per riconoscersi reciprocamente perché qualcuno era un estraneo all’ambiente delle Br? Anche queste sono domande importanti alle quali cercheremo di dare una risposta fra pochi giorni.

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