“Onorevole Moro, lei la pagherà cara” 

“Onorevole Moro, lei la pagherà cara” 

Aldo Moro a colloquio con Henry Kissinger negli Stati Uniti

I tentativi di condizionare le scelte politiche del presidente della Dc

E’ la mattina del primo agosto 1980, alle 10, quando la seduta della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla strage di via Fani e sul rapimento e l’assassinio di Aldo Moro e sul terrorismo in Italia (meglio conosciuta come prima commissione parlamentare sul caso Moro) raccoglie la testimonianza di Eleonora Chiavarelli, la vedova di Moro. L’oggetto delle domande poste alla vedova di Moro verte in modo particolare sulla minacce – vere o presunte – ricevute dal presidente della Democrazia cristiana nei mesi e negli anni precedenti il rapimento da parte delle Brigate Rosse. Eleonora Chiavarelli, a oltre due anni dall’omicidio del marito, risponde con grande compostezza, distinguendo – quasi fosse una giornalista navigata – i fatti dalle sue opinioni.


Aldo Moro con la moglie Eleonora Chiavarelli (Wikimedia commons)


Il meccanismo è semplice. A cominciare dal presidente – il socialdemocratico Dante Schietroma – i membri della commissione pongono domande alla vedova e sulla base delle risposte si articola un dialogo dal quale emergono elementi sui quali è interessante approfondire l’indagine. La prima domanda è molto diretta: il presidente chiede alla signora se fosse vero che Moro aveva ricevuto pressioni o minacce per abbandonare l’attività politica o quantomeno per cambiare la linea politica. La risposta fu lunga lo spazio di una sillaba: “Sì”. Poi la vedova Moro fa una data, indicando un anno molto particolare quanto all’inizio di queste pressioni: il 1975, quindi tre anni prima del rapimento.

Aldo Moro con Francesco Cossiga (cr. archivio unità Wikimedia commons)

Non un anno qualsiasi, il 1975. Solo alcuni mesi prima Moro, da ministro degli Esteri, si trovava negli Stati per un incontro internazionale quando a margine di una cena di gala venne avvicinato dal segretario di Stato Henry Kissinger che gli avrebbe detto in tono perentorio: “Onorevole, lei deve smettere di perseguire il suo piano politico per portare tutte le forze del suo Paese a collaborare direttamente. O lei smette di fare queste cose o la pagherà cara. Veda lei come la vuole intendere”. Chiamarla minaccia è poco, e Moro ne rimase scosso.

Kissinger con Pinochet (cr. Ministero degli esteri cileno Wikimedia commons)

Un piccolo passo indietro per capire di cosa stiamo parlando. Aldo Moro anche alla luce dei recenti risultati elettorali che vedevano l’avanzata del Partito comunista e delle riforme in corso nella società (a cominciare dal risultato del referendum sul divorzio), aveva iniziato a immaginare una nuova formula di governo che coinvolgesse in maniera più diretta le forze progressiste (compreso il Pci) nel governo del Paese. Sull’altro fronte della barricata il segretario Berlinguer guardava con favore a questa possibile formula anche alla luce del terrore provocato nella sinistra europea dai fatti del Cile, dove nel 1973 un colpo di Stato condotto da un oscuro generale, Pinochet, ma “patrocinato” dagli Stati Uniti aveva deposto il presidente Allende instaurando una feroce dittatura militare. Nulla lasciava escludere che una soluzione simile potesse attuarsi anche in Italia. Berlinguer aprì la strada a quello che si ricorda come il compromesso storico con una serie di articoli sulla rivista Rinascita.


Ritratto fotografico di Aldo Moro negli anni 70 (Wikimedia commons)


Moro, al di là della pura formalità, non venne accolto con i guanti negli Stati Uniti, fino ad arrivare alla frase di Kissinger. Moro ne rimase talmente sconvolto da confidarsi con il suo capoufficio stampa – il giornalista modenese Corrado Guerzoni – per poi rientrare in Italia con un giorno di anticipo dopo un malore nella chiesa di San Patrizio a New York.

Quale traccia resta di questa minaccia? In pratica nessuna, considerando che una frase pronunciata a margine di una cena, lontana da orecchie altrui non può certamente venire verbalizzata. E non ce n’è traccia nemmeno nei documenti dei servizi americani di recente declassificati e quindi nella disponibilità di tutti. Tuttavia la rettitudine di Moro e la professionalità del suo collaboratore non lasciano dubbi sul fatto che l’episodio sia storicamente avvenuto. Al punto che la frase di Kissinger divenne uno dei capisaldi della teoria che voleva la Cia quale organizzatrice occulta del rapimento con le Brigate Rosse nel ruolo di esecutrici materiali.

Kissinger con il presidenye Nixon e il premier israeliano Golda Meir (cr. Israel press and photo agency Wikimedia commons)

E’ doveroso però ricordare che nel 2023 il giornalista Orson Francescone realizzò un’intervista a Kissinger (che aveva 99 anni) per il Sole 24 Ore. L’anziano politico, sprofondato su una poltrona, si meravigliò addirittura della domanda, dicendo che amava l’Italia e che Moro era un politico che stimava. Dall’ex segretario di Stato non avremo mai più conferme o smentite essendo morto pochi mesi dopo, raggiunto il secolo di vita.

L'agguato di via Fani costato cinque vite (cr. AP Wikimedia commons)

Questo l’antefatto, che nel 1980 porta la vedova Moro a rispondere sì alla domanda se il marito avesse ricevuto pressioni o minacce. L’udienza non mette alla luce solo questo tipo di ingerenze ma anche tutta una serie di piccoli episodi che messi insieme formano un quadro inquietante. Notizie della presenza a Roma di sospetti terroristi di altre città che non vengono fermati, un motociclista fermo davanti allo studio di Moro con un oggetto luccicante che poteva essere una pistola, storia ricondotta a un tentativo di scippo, e molto altro ancora. Per non parlare della dotazione di mezzi e uomini per la sicurezza di Moro, sui quali (secondo le parole della vedova) lo stesso responsabile della scorta maresciallo Leonardi avrebbe tuonato con i suoi superiori non portando a casa risultati. La richiesta di un’auto blindata cadde nel vuoto e le immagini delle macchine crivellate di colpi con i cadaveri all’interno gridano vendetta.

Moro con la famiglia da Papa Paolo VI (Wikimedia commons)

Nel corso dell’udienza del primo agosto 1980 si parla anche dei tentativi di liberare Moro svolti in parallelo allo Stato, dalla famiglia, dal Papa Paolo VI, da organizzazioni internazionali come la Croce Rossa. Una domanda fulminante arriva dal senatore Franchi del Movimento sociale: “E’ stata impedita l’iniziativa del Secolo XIX (inteso come il giornale di Genova); non si va di corsa a perquisire la tipografia nonostante l ’ordine di perquisizione ci fosse; non si va al covo di via Gradoli o comunque non si apre, eccetera. Domanda: signora, secondo lei, in alternativa, il Governo cosa ha fatto per salvare la vita di Aldo Moro?


La pagina di verbale con la domanda di Franchi e la risposta della vedova Moro (dall'Archivio Flamigni)

Sul verbale la risposta di Eleonora Moro è chiara: “Niente”.  Eppure di tentativi clandestini di liberare Moro ce ne furono, e anche parecchi. Uno di questi portò anche in Svizzera ma non se ne fece nulla per volere dell’Italia. Ne parleremo molto presto.  

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