Un inferno di fuoco contro Moro e la scorta
Via Mario Fani a Roma il 16 marzo 1978, pochi minuti dopo l'agguato delle Brigate Rosse e il rapimento di Aldo Moro. Foto di autore sconosciuto, via Wikimedia Commons / Pubblico Dominio
Le armi, i proiettili in via Fani, il piano a sorpresa dei brigatisti
Il 16 marzo 1978 – giorno della strage di via Fani e del rapimento di Aldo Moro – l’Italia restò chiusa in casa con il televisore acceso per raccogliere anche la minima informazione sulle condizioni del presidente della Democrazia cristiana e sull’andamento delle indagini. Quel giorno a Roma venne scritta anche una pagina importante nella storia del giornalismo: il servizio realizzato da Paolo Frajese con l’operatore Andrea Ruggeri fra le auto crivellate di colpi, con i cadaveri dei cinque uomini di scorta ancora all’interno o sull’asfalto, è rimasto nella memoria collettiva e ancora oggi può essere studiato nelle scuole di giornalismo come esempio di comunicazione diretta ed efficace senza indulgere in immagini orrorifiche, anzi manifestando una grande pietà nei confronti delle vittime, mostrate il minimo indispensabile nella loro crudezza.
La scena del crimine in via Fani dopo l'agguato. In primo piano il corpo dell'agente Raffaele Iozzino (foto di autore sconosciuto, 1978, via Wikimedia Commons)
Il servizio è visibile oggi su youtube e un particolare molto interessante è citato da Giovanni Bianconi nel suo libro “16 marzo 1978” pubblicato da Laterza nel 2019. Guidando l’operatore fra le auto trapassate dai proiettili e gli oggetti rimasti sulla strada, ad un certo punto si sente Frajese dire “scusa, scusa”, rivolgendosi a qualcuno delle forze dell’ordine. Lo stesso giornalista, scomparso nel 2000 dopo aver contribuito in modo decisivo al successo di numerosi programmi d’informazione della Rai, spiega di avere inavvertitamente calpestato alcuni bossoli.
La drammatica panoramica dall'alto di via Fani a Roma dopo il sequestro Moro, 16 marzo 1978. (Foto: ANSA / Pubblico Dominio, via Wikimedia Commons)
Le fotografie di via Fani nei minuti successivi alla strage parlano da sole: c’è una folla che si accalca attorno alle auto con all’interno i cadaveri degli uomini di scorta mentre un corpo è riverso a terra coperto da un lenzuolo. Su un lato della strada sono presenti i bossoli dei colpi sparati dai brigatisti. Al netto di queste interferenze – inevitabili vista la portata dell’evento – tutti i bossoli vengono raccolti e repertati, come si dice in gergo; se ne contano 91, più delle pallottole recuperate sui cadaveri e nelle auto, segno che diversi colpi sono andati a vuoto.

Pistola mitragliatrice italiana FNAB-43, una delle armi usate in via Fani (Fonte: Wikimedia Commons / Pubblico dominio)
Siccome le armi da fuoco lasciano un’impronta, le perizie balistiche hanno permesso di identificarne il tipo: in via Fani i brigatisti si sono serviti di due mitra FNAB 43, un’arma creata nella parte finale della Seconda guerra mondiale e usata dai militi della Repubblica sociale ma anche dai partigiani che la consideravano bottino di guerra. Poi una mitraglietta corta TZ45, una pistola mitragliatrice Beretta M12 (arma ancora oggi in dotazione alle forze dell’ordine), una pistola Beretta e una pistola Smith&Wesson. A queste armi si aggiunge la pistola di servizio dell’agente Iozzino che riuscì a sparare due colpi prima di essere traffitto dai colpi dei terroristi.
Pistola mitragliatrice TZ-45 (Calibro 9 mm) anch'essa usata in via Fani. Immagine storica del 1944-1945. (via Wikimedia commons. L'opera è nel pubblico dominio)
Qual è il dato che emerge in maniera clamorosa? Che la maggior parte di questi 91 colpi furono esplosi da uno dei mitra FNAB 43, o forse (secondo una successiva perizia) dai due mitra dello stesso modello. Cosa significa questo? Secondo una interpretazione che ha goduto di ampio credito, una disparità tale nel numero di colpi esplosi lascia intendere che l’arma fosse affidata a un uomo dalla grande esperienza militare, probabilmente esterno alle Brigate rosse, un killer reclutato per l’occasione. A suffragio di questa tesi anche la testimonianza di una residente che riferisce di avere sentito nel commando omicida una voce che si esprimeva in tedesco. Il tedesco, un rimando interessante a quanto sarebbe emerso la sera del giorno stesso a Siena, dove un cieco dichiarò alla polizia di avere sentito alcuni sconosciuti che parlavano in una lingua straniera, forse tedesco, del sequestro di Moro e dell’uccisione della scorta. Sconcertante che tutto questo sia avvenuto il 15 marzo, il giorno prima del sequestro.
Un militare imbraccia una pistola mitragliatrice Beretta M12 come quella usata in via Fani. (Foto via Wikimedia commons / Pubblico Dominio)
Un’operazione di tale portata militare non aveva alcun precedente nel curriculum terroristico delle Brigate rosse e in seguito non si vide mai più niente di simile. C’erano somiglianze con un solo altro caso in Europa: il rapimento e l’uccisione del presidente degli industriali tedeschi Hanns-Martin Schleyer da parte della RAF, la Rote Arme Fraktion, organizzazione clandestina terroristica di sinistra che agiva in Germania. Il particolare non sfuggì alla Stasi, la polizia segreta della Germania est, che fungeva da servizio di spionaggio e che stilò una relazione (oggi pubblica) nella quale elencava dodici punti di coincidenza fra il blitz della RAF e quello delle Brigate Rosse.

Rapporto della Stasi contenente un'analisi comparativa tra il rapimento di Moro e quello di Hanns Martin Schleyer in Germania. Fonte: Stasi-Unterlagen-Archiv (BStU) ,Stasi-Unterlagen-Srchiv (BStU) CC0 / Pubblico dominio via Wikimedia commons
L’opinione che in via Fani vi sia stato un elemento estraneo alle Br – per altro mai smentita fino in fondo – risulta però debole in alcuni punti. La domanda che gli osservatori esterni si sono posti riguardo a via Fani è come sia stato possibile che i cinque della scorta venissero uccisi senza che Moro, in mezzo a un inferno di pallottole, rimanesse nemmeno ferito. La risposta forse è più semplice del previsto, anche se c’è voluto tempo per arrivarci.
Fotografia aerea scattata dall'alto pochi minuti dopo l'agguato delle Brigate Rosse Wikimedia Commons / Wikipedia Pubblico dominio in Italia
Non c’è stato bisogno di nessun killer esterno alle Br, semplicemente il gruppo di fuoco di quattro persone in divisa da aviere dell’Alitalia nascosto dietro la siepe di un bar chiuso si è trovato in due passi a sparare a pochi metri dal bersaglio. Non c’è stato nemmeno bisogno di prendere la mira, la scorta è stata annientata nel giro di pochi secondi senza che nemmeno riuscisse ad abbozzare una reazione, salvo i due colpi sparati da Raffaele Iozzino prima di cadere a sua volta ucciso. Nemmeno l’inceppamento di alcune delle mitragliette dei brigatisti è valso a vanificare l’azione criminale.
Via Mario Fani incrocio via Stresa. Foto di Blackcat, disponibile su Wikimedia Commons, licenza CC BY-SA 4.0
Questa ricostruzione – in verità attendibile considerando che via Fani è larga pochi metri – smentirebbe anche la tesi secondo cui alcuni dei cinque della scorta sarebbero stati uccisi con un colpo grazia, quando in realtà sarebbero caduti sotto i colpi sparati da brevissima distanza dal gruppo di fuoco. E sempre questa tesi fa cadere l’ipotesi che le divise da aviere servissero al gruppo di fuoco per riconoscersi, considerando la presenza di un estraneo. Erano invece un modo per mimetizzarsi in mezzo ai residenti.
Il monumento ai cinque caduti di via Fani Foto di Nicholas.m.83 via Wikimedia Commons, licenza CC BY-SA 4.0
Rimangono alcuni punti misteriosi. Com’è possibile che una scorta composta da cinque uomini sia caduta in una imboscata come quella brigatista senza nemmeno riuscire a ad accennare a una reazione, esclusi i due colpi di pistola sparati da Iozzino? La risposta viene in seguito dalla vedova di Moro che nel primo processo in Corte d’assise a Roma contro gli esecutori dell’agguato riferendo le parole del marito e del capo scorta Leonardi parla di sostanziale impreparazione all’uso delle armi, tanto che il mitra Beretta M12 era tenuto nel bagagliaio. Suonò anche come una beffa che Moro non avesse un’auto blindata a differenza di altre personalità che ne avevano una a disposizione pur non essendo sottoposte a minacce. Nel servizio di Paolo Frajese e Andrea Ruggeri le auto di Moro e della scorta sono crivellate di colpi, ognuna delle armi in dotazione al commando è riuscita a trapassarle.
Aldo Moro durante il sequestro. Foto di pubblico dominio tramite Wikimedia Commons
Ma non è tutto qui. Se la scorta di Moro non aveva avuto sentore di pericolo, i giorni precedenti all’agguato erano stati pieni di segnali che avrebbero dovuto mettere in guardia; segnali che non vennero considerati, oppure non furono capiti o nel peggiore dei casi nascosti. E resta da considerare il possibile intervento di servizi segreti di altri paesi non solo dopo il sequestro ma anche nella sua attuazione. Un argomento molto complesso del quale torneremo a parlare.
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