Una tragedia fra assassini e mitomani
L'agguato di via Fani nel quale rimasero uccisi i cinque uomini della scorta di Moro (cr. AP Wikimedia commons)
Il giorno del rapimento di Moro e le segnalazioni incredibili
Una delle regole fisse nelle indagini sugli omicidi dice che se il colpevole non lo prendi nelle prime 48 ore rischi poi di non prenderlo più. Regola talmente ovvia da diventare un luogo comune. E’ chiaro però che la regola delle 48 ore ha un senso se sei alle prese con un omicidio tradizionale, dove c’è un tale che con una pistola o un coltello ammazza un tal’altro. Il 16 marzo del 1978 questa regolina non valeva un bel niente.
La strage di via Fani (Wikimedia commons)
Era evidente anche al più sprovveduto che l’uccisione di cinque uomini della scorta e il rapimento di Aldo Moro avrebbero avuto bisogno di ben altro che 48 ore per essere risolti. Ci vollero 55 giorni per arrivare a raccogliere il cadavere di Moro nel baule di una Renault 4 rossa e la verità definitiva siamo ancora lontani dall’averla trovata. Il lavoro della Commissione parlamentare d’inchiesta ha fruttato migliaia di pagine in resoconti di audizioni, in raccolte di documenti, testimonianza di un lavoro enorme sulla vicenda che ha rischiato di mettere la parola fine alla democrazia in Italia.

Moro rapito dalle Brigate rosse (Wikimedia commons)
Fra il numero imponente di volumi che racchiudono il lavoro della commissione, sapendo cercare fra le carte messe a disposizione dall’Archivio Flamigni si possono individuare alcuni fogli che ancora oggi rendono perfettamente lo smarrimento e il caos che regnava in quelle ore. Interessantissima è la lettura dei brogliacci delle sale operative dei carabinieri e della questura del 16 marzo, quando cominciarono ad affluire notizie e telefonate sulla strage consumata in via Fani.
Il cadavere di Moro nel baule della Renault 4 (Wikimedia commons)
Il brogliaccio in sostanza è un modulo che l’operatore al 112 e al 113 (allora non esisteva il numero unico del soccorso) riempiva annotando il contenuto delle telefonate ricevute o delle segnalazioni in qualsiasi altro modo confluite alla sala operativa. Come la stessa Commissione parlamentare ha scritto in premessa, alcuni di questi fogli non sono chiaramente leggibili, un po’ per il tempo trascorso e un po’ per la scrittura non chiarissima; difetto comprensibile considerando la concitazione del momento. Tuttavia gli appunti sono più che sufficienti per capire come la notizia dell’operazione delle Brigate rosse abbia scatenato insieme all’intervento di qualche onesto cittadino che cercava di dare segnalazioni utili anche la furia di mitomani a caccia di un minuto di notorietà malata.

L'annotazione dell'attentato nel brogliaccio dei carabinieri (dall'Archivio Flamigni)
Il brogliaccio dei carabinieri romani del 16 marzo 1978 parla di una giornata iniziata in maniera tranquilla, con la segnalazione alle 7 di un incidente stradale ma tutto precipita alle 9.15 quando è la questura che comunica cos’è accaduto. Il carabiniere scrive: “Questura comunica che in via Mario Fani vi è stato un attentato all’on. Moro”. La notizia nuda e cruda, direbbero i maestri del grande giornalismo di un tempo. Poi però seguono due pagine fitte di appunti, scritti anche oltre i margini previsti nei moduli, nei quali vengono poco alla volta a delinearsi i contorni della strage, con le auto coinvolte e le targhe, i nomi delle vittime, la ricostruzione di una possibile dinamica. Infine i primi provvedimenti presi, cioè l’istituzione di una miriade di posti di blocco, rivelatisi del tutto inutili come quelli dei 54 giorni successivi. Dopodiché su quei moduli finisce di tutto, in una mattinata che avrebbe avuto bisogno di calma per concentrarsi su un solo episodio.

Le due successive pagine di appunti su via Fani (dall'Archivio Flamigni)
Poco dopo un cittadino chiama il 112 segnalando che in via Tuscolana è in corso una sparatoria. Dice la verità, ma Moro non c’entra niente. Gli spari sono il culmine di un’operazione di polizia giudiziaria condotta da agenti in borghese che arrestano un delinquente comune. Un criminale di seconda linea destinato a essere dimenticato come tutto quanto è accaduto il 16 marzo che non fosse legato al caso Moro.

La segnalazione della sparatoria in via Tuscolana (dall'Archivio Flamigni)
Siamo alle 11.45 quando un funzionario della polizia avverte di avere intercettato sulla via Aurelia una Bmw grigia con cinque persone a bordo, una delle quali aveva il capo chinato per non essere notata. Era Moro? Nel dubbio vengono inviate pattuglie ma non si trova nulla.
La delazione su un possibile testimone (dall'Archivio Flamigni)
Alle 13 cominciano le assurdità. Al 112 arriva la chiamata di un uomo che non dice il proprio nome ma riferisce che un tale, proprietario di un’auto della quale ricorda benissimo la targa, ha assistito alla strage e ha visto i terroristi. Come dire, andate a cercare quest’uomo che ha molte cose da dirvi. La targa corrisponde a una Renault 5 (modello comunissimo in quegli anni) ma il tutto si ferma lì. E’ abbastanza evidente che la segnalazione arriva da qualcuno che ha un conto in sospeso con il padrone della Renault e che ha pensato di fargliela pagare mettendolo in difficoltà con i carabinieri. Storia poco edificante.

La relazione sulla denuncia di una sedicente terrorista (dall'Archivio Flamigni)
Ma un’altra storia folle arriva alle 12.43 e su questo caso alla Commissione parlamentare viene fornita una relazione scritta a macchina, non un semplice appunto. Una giovane donna senza accenti dialettali chiama un numero privato dei carabinieri per rammaricarsi di come una segnalazione da lei fatta 24 ore prima non sia stata presa in considerazione. La ragazza riferiva di un attentato di imminente esecuzione organizzato da terroristi dei quali fornisce nome, cognome e indirizzo, aggiungendo anche che costoro avrebbero avuto a che fare con il recente incendio dell’auto di un preside.
Non paga, dice che tutti costoro hanno già lasciato Roma per andare in una città delle Marche, Porto San Giorgio, nella quale sarebbe stato facile trovarli. Al maresciallo esterrefatto che chiede come lei sappia tutto questo, la donna risponde che era una terrorista anche lei, espulsa dal gruppo dopo un’operazione fallita. “Sono sicura di quanto affermo, debbo vendicarmi”, dice prima di chiudere la telefonata. Ancora una volta la tragedia di Moro viene usata per regolare un conto personale.
L'ingresso della cittadella militare della Cecchignola (dalla pagina Fb Bei ricordi)
Siamo nel tardo pomeriggio quando una donna che abita ai Parioli riferisce di uno strano episodio accaduto mentre era al telefono con un’amica. Una voce sconosciuta si era inserita nella comunicazione dicendo che nella notte sarebbe saltata la caserma della Cecchignola. Per chi non è romano, è giusto spiegare che la Cecchignola è un quartiere adibito a sede militare, una cittadella dell’esercito che contiene una fortezza al proprio interno. Negli anni 70, quando tutti i telefoni avevano un filo attaccato a una presa al muro, non erano infrequenti gli inserimenti (involontari) di estranei nelle conversazioni di altri, tuttavia è inquietante come l’annuncio di un attentato arrivi poche ore dopo una strage vera. In ogni caso la Cecchignola è ancora lì dove è sempre stata.

La segnalazione della presenza di Moro vicino al Tevere (dall'Archivio Flamigni)
Poco prima di cena – quando tutta l’Italia è subissata di notizie e immagini sul rapimento di Moro – un altro anonimo in cerca di notorietà chiama per dire che l’onorevole è vivo e vegeto in un punto fra il Tevere e il vecchio mattatoio. Come dire, insistete a cercarlo e invece l’ho trovato io. La storia poi racconterà cose molto diverse.
L'appunto sul sequestro del medico (dall'Archivio Flamigni)
E’ ormai notte quando un ufficiale dei carabinieri di un altro comando comunica l'arrivo della segnalazione di un medico caricato a forza su un’auto in via Tuscolana all’altezza del numero 328, prelevato da sconosciuti per andare a medicare Moro. Come fosse possibile sapere che il medico veniva rapito per curare Moro è un mistero nel mistero.

L'annotazione sul prete veggente del Casentino (dall'Archivio Flamigni)
Ma in una giornata sporca di sangue e destinata a passare tragicamente alla storia non poteva mancare l’elemento grottesco, che arriva alle 20.10 quando da un comando dei carabinieri del Casentino – in provincia di Arezzo – arriva la notizia che un prete con fama di veggente ha contattato il capitano della zona affermando di sapere che Moro è morto alle 11.30 e che il cadavere è nascosto in uno scantinato alla periferia di Monte Mario. Questo prete è il primo di una serie di veggenti che non avrebbero portato a nulla. Sarebbero poi arrivati l’olandese Gerard Croiset (in verità specialista nel ritrovare i bambini) e dopo circa un mese una seduta spiritica. Torneremo a parlarne.
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