Via Gradoli, il covo sotto gli occhi di tutti
Una delle cinque vittime dell'agguato brigatista di via Fani (Wikimedia commons)
C’è voluta la messinscena di una doccia per scoprirlo
Il 18 aprile 1978 è una data importante per l’Italia. E’ il trentesimo anniversario delle prime elezioni politiche della Repubblica, quelle che videro la vittoria della Democrazia cristiana contro il blocco delle sinistre con la scelta di collocarsi sotto l’ombrello americano entro la Nato. La guerra è finita solo da tre anni ma il mondo si è rovesciato: l’Unione sovietica da alleata è diventata nemica in una nuova guerra che si combatte non con le pallottole ma con lo spionaggio, la tecnologia e la propaganda: la guerra fredda.
Comizio di De Gasperi, leader della Dc nel 1948 (Wikimedia commons)
Ma il 18 aprile del 1978 dell’anniversario non si ricorda nessuno e nessuno trova ci sia qualcosa da festeggiare, soprattutto in casa democristiana. Da poco più di un mese Aldo Moro è prigioniero delle Brigate Rosse e niente lascia intendere che lo Stato sia in grado di riportarlo a casa vivo. Nulla arriva sul fronte informativo da parte dei servizi segreti e - come avete letto su questo giornale on line nelle scorse settimane - si è dato credito anche ai veggenti. Il fondo del barile è raschiato.
Il falso comunicato n° 7 delle Br che annuncia la morte di Moro (Wikimedia commons)
Qualcuno però l’anniversario se l’è ricordato scegliendolo come segnale per dire che la scelta di campo è stata fatta e non si torna indietro. E’ il giorno in cui viene recapitato il comunicato numero 7 delle Br, tutto radicalmente falso e materialmente preparato da Tony Chichiarelli, falsario legato alla banda della Magliana. E’ il comunicato secondo cui Moro è morto e il suo cadavere si trova sul fondo del lago della Duchessa, in alta montagna in provincia di Rieti. Il lago è ricoperto da una lastra di ghiaccio e ci vuole l’esplosivo per arrivare all’acqua, intorno al lago la neve è alta e intatta. E’ chiaro che Moro lì non c’è ma ugualmente si fanno ricerche.
Le ricerche nel lago della Duchessa (Wikimedia commons)
Non è l’unico fatto che accade il 18 aprile 1978 nell’ambito del caso Moro e ce lo dice chiaramente il brogliaccio della sala operativa dei carabinieri di Roma, acquisito dalla commissione parlamentare d’inchiesta e consultabile attraverso l’Archivio Flamigni. Si tratta degli appunti presi a penna dal carabiniere che riceve le telefonate al 112 o segnalazioni per qualsiasi altra via, un diario della giornata, specchio dell’atmosfera di quei giorni.

La pagina del brogliaccio con la scoperta del covo (dall'Archivio Flamigni)
I fogli compilati il 18 aprile sembrano simili a quelli dei giorni precedenti, ma molto presto accade qualcosa di diverso. Alle 10.40 il carabiniere annota una richesta di intervento da via Gradoli 96, dove sono già al lavoro i vigili del fuoco. Due righe sotto aggiunge che si tratta di un covo delle Brigate rosse dove sono stati trovati volantini e altro materiale appartenente ai terroristi. Solo pochi minuti prima alla lista dei mitomani si era aggiunto un tale che invitava ad andare a prendere Moro nascosto in via Monza 41 nella palazzina 4. Mitomane ma precisino.
La palazzina di via Gradoli circondata dalla polizia
Con via Gradoli però le cose vanno diversamente. A chiamare i vigili del fuoco è una donna del palazzo che segnala la caduta d’acqua dal piano superiore. Aperta la porta si trova una situazione surreale. L’acqua si infiltra perché qualcuno ha aperto il getto della doccia al massimo con lo spruzzino sorretto da una scopa e orientato verso il muro dove sono visibili due fessure. In pratica tutto è stato organizzato per far scoprire il covo.
In terra c’è di tutto. Pistole, mitragliette, munizionamento di ogni tipo, silenziatori. Alle 11.45 l’ufficiale intervenuto, capitano Ferrari, detta alla sala operativa un primo elenco del materiale rinvenuto e qualche indicazione sugli occupanti dell’appartamento: le note sono lunghe un foglio e mezzo e non sono semplici da decifrare a causa della scrittura non brillantissima del carabiniere di servizio che si trova a lavorare in un clima di concitazione. Si capisce però che ci sono anche documenti e uniformi da piloti civili; proprio uniformi da piloti civili erano indossate da alcuni fra i brigatisti nella strage di via Fani.
Moro prigioniero delle Br (Wikimedia commons)
Il covo di via Gradoli continua a rappresentare un mistero nel mistero. E’ logico ritenere che l’appartamento sia stato il vero quartier generale delle Br durante il sequestro Moro ma il modo in cui è scoperto rasenta l’assurdo: un trucco per causare una infiltrazione d’acqua e provocare l’arrivo dei vigili del fuoco. Come se qualcuno all’interno delle Br avesse fatto il doppio gioco, mentre l’alloggio era occupato da Mario Moretti (che in prima persona interrogava Moro) e Barbara Balzerani. Ma non basta. Nella stessa palazzina erano presenti appartamenti utilizzati dai servizi segreti e il 18 marzo – quindi due giorni dopo il sequestro – tutto l’edificio venne controllato senza però che fosse aperta a forza la porta del covo, considerando che in casa in quel momento non c’era nessuno. Il mancato abbattimento della porta resta ancora una volta un mistero, che non trova certo spiegazione nei regolamenti di intervento dell’epoca; si viveva una situazione di emergenza mai conosciuta prima, una serratura chiusa non poteva essere una barriera insormontabile.
Via Montalcini 8, il luogo in cui Moro fu prigioniero (cr. Antonello Anappo Arvaliastoria.it)
Buttando giù quella porta non sarebbe stato liberato Moro – che era nella “prigione del popolo” in via Montalcini 8 – ma sarebbero stati trovati elementi importanti nella disarticolazione dell’organizzazione delle Br che pareva avere mano libera nel muoversi e nell’agire a Roma. Dubbi su dubbi si aggiungono considerando che lo Stato aveva ricevuto una segnalazione dalla donna che abitava nell’appartamento sullo stesso pianerottolo che riferiva di udire nella notte strani rumori, simili a quelli di chi trasmette con il codice Morse. Nulla venne fatto per entrare nell’appartamento e la doccia orientata verso un muro con l’aiuto di una scopa ha il sapore di una messinscena, resta da capire se organizzata dall’interno delle Br o dai servizi che non potevano non sapere cosa avvenisse fra quelle mura.

Lo schema di una seduta spiritica con l'uso del bicchiere (Wikimedia commons)
Ma non è tutto. Sarebbe presto venuto a galla un episodio ai limiti del grottesco, via Gradoli sarebbe stata indicata da un gruppo di professori universitari – fra i quali anche Romano Prodi – perché emersa nel corso di una seduta spiritica. Un caso di esoterismo del quale non si è mai smesso di discutere a distanza di decenni, e del quale torneremo a parlare fra pochi giorni.

La nota sul brogliaccio con la segnalazione del veggente (dall'Archivio Flamigni)
Giusto per informazione e un po’ per curiosità, dal brogliaccio dei carabinieri dopo via Gradoli vengono fuori altri episodi al limite dell’incredibile. Sono le 12.50 quando il capitano della compagnia di Bibbiena (in provincia di Arezzo) segnala di avere ricevuto notizia che Moro si trova in un casolare di via Monte Dell’Ara, vicino alla Cassia nuova. Bibbiena riporta subito al prete veggente che il 16 aprile disse di avere la certezza che Moro era morto; lo stesso veggente in tonaca adesso era ritornato sui propri passi.

La nota con l'annuncio di un attentato (dall'Archivio Flamigni)
Alle 16.30 un ignaro cittadino di Ostia dice di avere ricevuto una telefonata nella quale uno sconosciuto gli diceva che Moro si era autogiustiziato. Poco più tardi viene chiesto l’intervento dei carabinieri perché più di cento giornalisti si sono assembrati in Piazza del Gesù attendendo notizie sul rapimento dal Presidente del Consiglio, Andreotti. Sono le 18.55 quando un giornalista dell’Ansa chiede notizie sul ritrovamento di una lettera scritta da Moro al segretario della Dc, Zaccagnini. La lettera esiste ma sarebbe stata recapitata solo il giorno dopo. E per chiudere la giornata un fuoco di fila di mitomani. Alle 19.10 un tale si qualifica come brigatista e dice che il cadavere di Moro è al chilometro 12 della via Flaminia; alle 21.30 un padovano afferma di sapere che Moro è in piazza San Cesareo sulla Casilina e infine la buonanotte con la comunicazione della questura che poco prima un anonimo aveva annunciato a Rieti un nuovo attentato con la morte di due guardie. Almeno quello ci è stato risparmiato.
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