Diamo un calcio al nazionalismo

Diamo un calcio al nazionalismo

La nazionale tedesca dell'allenatore Helmut Schön festeggia la coppa del mondo vinta a Monaco, 1974 (dal sito Pagine di sport)

Politica, potere e campionati mondiali secondo uno sportivo tedesco

Nella carrellata di articoli dedicati ai campionati mondiali di calcio e agli episodi che vi hanno fatto da contorno, iosonospartaco pubblica oggi un intervento del tutto diverso, scritto da un appassionato studioso tedesco da anni in Italia che si pone in modo critico di fronte ai mondiali, mettendo in luce il rischio di una loro trasformazione in occasioni di propaganda nazionalista.

Fra poco cominceranno i Mondiali di calcio maschile. Una grande kermesse di sport, denaro e potere. La politica ufficiale usa da sempre gli eventi sportivi a scopi propagandistici e per la costruzione del consenso. Senza cadere nel complottismo, è comunque utile riflettere sugli effetti collaterali — magari non sempre intenzionali — del nazionalismo che si producono durante le partite.


Il capitano tedesco Fritz Walter con la Coppa Rimet vinta nel 1954 (Wikimedia commons)


La Germania ha vinto quattro volte la Coppa del Mondo. Dopo l’esclusione dai Mondiali del 1950 in Brasile, viene riammessa a gareggiare per il torneo del 1954 in Svizzera. Lontani dal riconoscere le mostruose responsabilità del nazismo, molti tedeschi vivono la vittoria in finale come una rivincita dopo anni di, a loro dire, ingiuste umiliazioni. “Finalmente siamo tornati a farci valere, finalmente siamo tornati a farci rispettare”, era un sentimento popolare molto diffuso.

Il portiere ungherese Grosics durante la finale con la Germania ovest (Wikimedia commons)

Anche se, ovviamente, non tutti i tedeschi erano stati nazisti e, a maggior ragione, non lo erano né volevano esserlo nel dopoguerra, a dimostrazione di quanto abitudini e indottrinamento siano duri a morire basta ascoltare la registrazione della cerimonia di premiazione. Il 4 luglio 1954, a Berna, dopo il 3-2 contro l’Ungheria, molti spettatori tedeschi intonano come se niente fosse l’ormai ex (!) inno nazionale “Deutschland, Deutschland über alles". La vittoria e il simbolismo dell'inno che l'accompagna sono spesso sentiti come un momento di risveglio del sentimento nazionale-nazionalista del dopoguerra.




Monaco 1974, la finale Germania-Olanda (cr. Bert Verhoeff Anefo Wikimedia commons)


Vent’anni dopo, nell’estate del 1974, si giocano i Mondiali in Germania, a quel tempo soltanto con 16 squadre. Il caso vuole che si incontrino la Germania Ovest e la Germania Est. Jürgen Sparwasser è un nome che tutti gli appassionati di calcio nati qualche anno prima del 1974 ricordano bene.

La formazione della Germania est nel 1974 (dalla pagina Fb Conosciamo l'Urss)

Ma ciò che interessa al nostro discorso non è il risultato di quella partita, bensì il modo in cui venne presentata in Germania Ovest: “Germania” contro “DDR”. Come a dire che la vera e unica Germania fosse quella occidentale, mentre l’altra spariva dietro una sigla. Alla DDR veniva negata la sua “germanicità”, era considerata un Paese altro. Noi dell’ovest siamo gli unici e veri tedeschi. Non si accetta mai davvero l’esistenza di una seconda Germania, costruita secondo criteri diversi. Esiste solo il bianco e il nero. “Noi” e “loro”. Il calcio divide. Viva il nazionalismo (ovest) …

Finale 1990, stretta di mano fra Maradona e Lothar Matthäus (Wikimedia commons)

Nell’estate italiana del 1990 la Germania ovest vince di nuovo i Mondiali di calcio. È il periodo della cosiddetta riunificazione, ma bisogna ancora attendere il 3 ottobre 1990, quando la firma del trattato assegnerà i territori della Germania Est alla Repubblica Federale Tedesca.


Beckenbauer, Matthäus e Brehme con la coppa vinta in Italia (cr. P. Rostigg dal sito Sport e geopolitica) 


Sono anni di risveglio nazionale, che spesso sfocia in sentimento nazionalista. La Germania ovest ha vinto la Guerra fredda, almeno quella, dopo aver perso 45 anni prima quella “calda”. E ora la grande Germania è di nuovo il numero uno, anche se solo dal punto di vista calcistico. Sono anni di orgoglio tedesco, di violenze neonaziste, di bandiere nazionali ovunque. La vittoria ai Mondiali cade a fagiolo: siamo i più forti.

La scenografia della tribuna dei tifosi del Dresda (cr. P. Rostigg dal sito Sport e geopolitica) 

Anche la Bundesliga, il campionato nazionale, riflette bene ciò che si intende per riunificazione. Al numero tradizionale di 18 squadre dell’ovest se ne aggiungono 2 dell’est. Una si salva, l’altra retrocede subito. Così si torna a un totale di 18 squadre: 17 dell’ovest più la Dynamo Dresden, unica squadra dell’est a restare nella Bundesliga riunificata.

Mondiali 2014, Brasile-Germania 1-7 (dalla pagina Fb Teo d'Elia)

Ho seguito i Mondiali del 2014 durante un mio viaggio a Gerusalemme. Era il periodo della Germania liberale, direi socialdemocratica, di Angela Merkel. È il momento di una nuova nazionale tedesca, in cui giocano Jérôme Boateng, Mesut Özil, Miroslav Klose: figli di immigrati che rappresentano un paese diverso da quello degli anni Novanta. La Germania gioca bene, batte il Brasile 7-1 e si presenta come una squadra innovativa e simpatica.

Un locale pubblico a Gerusalemme (cr. Rakoon Wikimedia commons) 

A Gerusalemme era interessante vedere ragazzi — solo maschi — nati magari intorno al 1990 discutere nei bar per chi fare il tifo. Nei locali del quartiere ebraico ogni tanto emergeva un dubbio, ovviamente per motivi storici: era possibile, per un ebreo magari non tedesco, tifare Germania? Non è un dato statistico, solo un’esperienza personale, ma durante le partite nei bar i ragazzi arabi palestinesi sembravano stupirsi del fatto che io non tifassi Germania. A molti di loro la Germania piaceva, temo per motivi storici. Non avevo tanta voglia di approfondire...

Il momento degli inni prima di Italia-Germania 4-3, mondiali 1970 (dalla pagina Fb Pagine di sport)

Oggi, nel
2026, i Mondiali di calcio sono parte integrante di questo mondo globalizzato. Molti calciatori non giocano nel campionato del loro Paese d’origine e rappresentano società sempre più migranti e diversificate. Forse è la fine del nazionalismo calcistico? Eppure, quando uno stadio pieno intona l’inno nazionale, mi viene ancora voglia di scappare. Gli inni, l’obbligo per i giocatori di cantare, le bandiere, tutto quel trambusto nazionalista è necessario? A me resta la domanda: tutto questo ci fa davvero bene?

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