La gioia del Partigiano e del Re    

La gioia del Partigiano e del Re    

Re Felipe VI di Spagna e il Presidente Sandro Pertini (cr. Saeima per Felipe Wikimedia commons)

Pertini e Felipe VI dopo la vittoria del mondiale

Il mondiale è terminato e noi italiani abbiamo fatto da spettatori per la terza volta di seguito, ma davanti alla finale dei mondiali di calcio alla fine si prende comunque parte. Io per varie ragioni ho fatto il tifo per “Roja”, anche alla faccia dei cronisti della Rai che trattenevano a fatica il loro favore per Messi e la nazionale Argentina. Sulla qualità del gioco non entro perché non sono un esperto, ma comunque mi ha colpito il fatto che i giocatori argentini alla fine sembra abbiano vissuto il risultato come ingiustizia, magari solo perché il risveglio degli ultimi cinque minuti gli ha fatto pensare di aver dominato la partita. Rimane il fatto che forse mai in passato si era visto un mondiale e soprattutto una finale con un profilo politico così marcato.

Scontro di gioco nella finale mondiale (dalla pagina Fb Abya Yala Tv Bolivia)

La colpa di questo non è dei giocatori, bensì della gestione del mondiale e soprattutto della polarizzazione del mondo in questi terribili anni venti, in cui lo scontro tra nazioni è diventato così prepotente. Raccontare la gestione o malgestione di questo mondiale sarebbe un’altra storia, che lascio a qualcun altro, certo è che vedere il presidente della Fifa reagire con disappunto al gol della Spagna mi ha fatto pensare siano vere le cose di cui molti scrivono rispetto alla disparità di trattamento, fuori e dentro il campo, riservato a squadre nazionali in ragione del fatto che siano più o meno simpatiche a lui e all’ingombrante padrone di casa.

La Coppa portata da Trump e Infantino (dal sito Ticinonline)

Tra queste disparità c’è il presunto favore riservato da alcuni arbitri alla squadra argentina. Sappiamo quanto i grandi campioni, dato il loro peso mediatico, influenzino le varie federazioni, per cui i favoritismi di arbitri o cronisti a volte piovono anche quando non necessitati, ma questa volta sembrava veramente che nello scontro Spagna-Argentina si sia manifestato sul campo lo scontro politico che attraversa il mondo.

Re Felipe VI con la coppa del mondo fra i giocatori spagnoli 

Da un lato l’Argentina che gioca duro e a volte sporco, alle cui spalle c’è il presidente con la motosega, incarnazione sudamericana dello spirito Maga che anima il presidente degli Stati Uniti e apertamente sostenuta dal governo israeliano. Devo ammettere che questi pesanti riflessi politici hanno attenuato non poco la personale simpatia che ho per l’Argentina e gli argentini. Dal lato opposto la Spagna, oltre ad aver giocato bene, come Paese è diventata, non solo per il ruolo politico giocato da Sanchez nello scenario internazionale, il riferimento per la sinistra e per gli oppositori al dilagare del nazionalismo e del bellicismo imperante nel mondo. La lettura politica della finale era probabilmente presente in molti dell’oltre un miliardo di spettatori che hanno assistito alla finale, ma sono sicuro che i tifosi argentini e spagnoli tifavano per la loro squadra a prescindere dalla politica.

Il momento del trionfo per la Spagna e per re Felipe VI

Tra questi tifosi un tifoso della Spagna ha preso un particolare protagonismo, il Re Felipe VI. Lo abbiamo visto in tribuna, composto ma sempre sorridente, evidentemente soddisfatto del gioco della nazionale spagnola, poi dopo la premiazione si è infilato nel gruppo festante per sollevare la coppa assieme ai giocatori. Un avvicinamento al sentimento popolare di gioia che non ti aspetti da un Re. Può esserci un convinto entusiasmo popolare, ma anche l'occasione di valorizzare al massimo una delle poche volte in cui l'orgoglio nazionale e la bandiera spagnola possono essere manifestati senza disagio o tensione.

La Coppa del mondo consegnata alla famiglia reale

In Spagna la bandiera nazionale non unisce tutti come da noi. Non unisce politicamente perché è stata imposta novanta anni fa con la forza di un colpo di stato e una guerra civile contro quella repubblicana. Divide perché in Spagna le regioni rivendicano con forza la propria identità, in un paio di casi in aperto contrasto con quella spagnola. Lo abbiamo notato anche durante i festeggiamenti in campo, quando molti giocatori hanno vestito le bandiere delle proprie regioni. Paradossalmente il sentimento più puro di appartenenza alla Spagna era forse quello di Nico Williams e Lamine Yamal, pur legati rispettivamente a Bilbao e Barcellona (Matarò).

Pertini in aereo verso Roma gioca a carte con Bearzot, Zoff e Causio (cr. Ansa Wikimedia commons)

Il Re rappresenta giocoforza l'unità nazionale e la monarchia, quindi non è sempre visto come figura unificante e ben voluta, ma in questa occasione ha colto un momento magico per gli spagnoli, per la Spagna e per lui stesso e lo ha fatto con naturalezza e passione che é parsa autentica. Questo episodio ricorda a chi ha qualche anno la finale del Mundial spagnolo del 1982, quando a godersi la vittoria della nazionale italiana c'era Sandro Pertini, il nostro Presidente della Repubblica. Il Presidente partigiano. Un uomo di altri tempi, piombato a rappresentare un Paese dilaniato dal momento più feroce di conflitto politico e violenza. Due anni prima c'era stata la strage di Bologna come culmine di un male profondo che corrodeva il Paese. Non c'era sentimento di appartenenza alla comunità nazionale, da decenni non c'erano successi da festeggiare, non solo in campo sportivo.

La squadra ricevuta da Pertini, qui fra Zoff e Bearzot (dal sito Il Nobile calcio)

In quel luglio del 1982 si riscopre il tricolore, la festa e l'orgoglio di essere italiani. A suggellare quella svolta sentimentale collettiva ci fu proprio Sandro Pertini, perché solo un "partigiano" poteva sfoderare, di fianco al Re di Spagna, il padre di Felipe, il genuino tifo fatto di disappunto e gioia, manifestate sventolando la pipa, fuori da ogni protocollo istituzionale, ma dentro un sentimento di collettivo orgoglio, di cui tutti gli italiani avevano bisogno.

Riproduzione riservata