Perché il mondiale lo dobbiamo guardare

Perché il mondiale lo dobbiamo guardare

La viking row dei tifosi norvegesi al mondiale 2026 (dal sito Skuola.net)

L’Italia non c’è ma ci sono storie meravigliose

E’ iniziato il Mondiale di calcio senza di noi. C’è un’atmosfera strana, quasi ancestrale, che avvolge i bar e le case degli italiani in questo giugno. L’ assenza di bandiere spesso sbiadite appese ai balconi, quella sorta di vuoto pneumatico nei palinsesti televisivi solitamente monopolizzati dal rito collettivo delle notti magiche. Bisogna ammetterlo onestamente: quando la Nazionale non si qualifica per la fase finale dei Mondiali, la nostra prima reazione oscilla tra il risentimento aristocratico e il boicottaggio militante. "Io quest'anno non guardo mezza partita", si sente ripetere, ci sentiamo come gli invitati d’onore esclusi alla festa dell'anno, convinti che senza la nostra presenza il ballo divenga irrimediabilmente noioso.



Berlino 2006, la finale Francia-Italia (cr. David Ruddell Wikimedia commons)

Invece la manifestazione più seguita al modo insieme alle Olimpiadi, va avanti comunque, per la terza volta di fila. E snobbarlo sarebbe una opportunità sprecata. Perché, al di là dell’assenza degli Azzurri, il torneo è un gigantesco romanzo globale, pieno di storie che vanno oltre il campo. Storie di geopolitica, di identità nazionali, di squadre minuscole che sfidano giganti, di personaggi eccentrici che sembrano usciti da un film. È come entrare in un grande teatro: puoi goderti la trama, i personaggi, le sorprese, senza per forza dover parteggiare per qualcuno.

Purtroppo l’assenza dell’Italia ci toglie il pathos che trasmette il guardare una sua partita e questo manca, manca da troppo tempo; ma questa “estraneità” almeno ci regala una sorta di purezza dello sguardo: possiamo finalmente goderci il calcio per quello che è, ovvero una formidabile fucina di storie e sorprese.


Il portiere di Capo Verde, Vozinha (dalla pagina Fb Il terzo mondo del calcio)


La prima storia arriva da Capo Verde, un arcipelago minuscolo di isole vulcaniche, vento costante, capre ovunque, siccità perenne, nonostante il nome che infatti è preso dalla penisola di capo verde che è in Senegal… e una popolazione pari ad una media provincia italiana. Si è qualificata come assoluta outsider ma nella partita di esordio strappa un pareggio alla Spagna, una delle candidate alla vittoria finale. Il vero eroe della serata è stato il portiere, un veterano di 40 anni, detto Vozinha (nonnina), che ha sempre giocato in squadre minori. Così come il difensore Roberto “Pico” Lopes, nato e vissuto a Dublino di padre capoverdiano, parlava solo inglese e ha lavorato in banca. Nel 2019 ricevette un messaggio in portoghese su Linkedin dall’allora allenatore di Capo Verde che lo voleva convocare, ma lo ritenne uno scherzo e solo mesi più tardi, traducendolo, si rese conto che era tutto vero.


La nazionale di Haiti (dalla pagina Fb Cesare Sama)


Poi la parabola miracolosa di Haiti. Quella della selezione caraibica è una storia che va ben oltre i novanta minuti di gioco. Qualificarsi, dopo 52 anni, per la seconda volta nella propria storia mentre la propria terra d'origine è martoriata da una crisi politica ed economica che persiste da sempre, è già un mezzo miracolo. E lo hanno fatto giocando ogni singola partita di qualificazione in trasferta, nomadi del pallone per ovvie ragioni di sicurezza, e con l’allenatore francese che, oltre non mettere mai piede ad Haiti, gestiva la squadra spesso da remoto, con colloqui, lezioni tattiche, fatti in videochiamata. Vederli giocare nello stadio di Boston, di fronte a migliaia di connazionali emigrati in lacrime, restituisce al calcio quella dignità sociale che spesso i contratti miliardari nascondono.


Il re dei Paesi Bassi Willem Alexander, la regina Maxima e la principessa Ariane allo stadio per Curacao-Ecuador (dal profilo Instagram Koninklijkhuis)


E che dire di Curacao? Una squadra composta in gran parte da calciatori di origine olandese che hanno scelto di rispondere alla chiamata del sangue e delle radici. Piccola isola caraibica con meno di 200.000 abitanti, tecnicamente non uno Stato completamente indipendente, ma una nazione costitutiva del Regno dei Paesi Bassi.  Già questa è una bella particolarità: Curacao non è una nazione al 100%, ma ha una nazionale; un po’ come, con le dovute differenze, Scozia, Galles, Irlanda del Nord per il Regno Unito. Il calcio non è neanche lo sport più popolare sull’isola, superato dal baseball. Negli anni scorsi ai giocatori è capitato di dover anticipare i costi dei biglietti aerei e addirittura per raggiungere Martinica una volta sono stati costretti ad usare un piccolo aereo ad elica che li ha portati a piccoli gruppi in più volte, tanto che le riserve arrivarono a partita iniziata.


Lo stadio per Germania-Curacao 7-1 (cr. The G3ENERAL John Wikimedia commons) 


Eppure, e questo è la bellezza del calcio e dello sport in generale, dopo avere subito sette gol dalla Germania nella partita di esordio, sono riusciti a pareggiare 0-0 con Ecuador, risultato storico, per festeggiare il quale il re dei Paesi Bassi, Willem Alexander, e la consorte sono andati a festeggiare con la squadra, ballando con loro negli spogliatoi. Il monarca non è proprio un ballerino provetto, ma il video è da vedere.


I tifosi del Giappone puliscono lo stadio prima di andarsene (dalla pagina Fb Follia)


Il Giappone con i giocatori che lasciano gli spogliatoi perfettamente puliti ed in ordine, cosa che fanno anche i suoi tifosi sugli spalti, portandosi via i sacchetti coi rifiuti. E chi ha frequentato questi ambienti anche solo una volta, si può rendere conto di che esempio di civiltà danno.


Deniz Undav (cr. Jeollo von VfB Wikimedia commons)


L’attaccante della Germania Deniz Undav, che ha scelto di giocare per la squadra tedesca e non per la Turchia, paese di origine della sua famiglia, perché facente parte della comunità yazida, che è una minoranza all’interno della minoranza curda, da sempre in conflitto con lo stato turco. Gli yazidi seguono una loro particolare religione, che da sola meriterebbe un racconto a parte.


Yan Diomandè (dalla pagina Fb Fabrizio Biasin)


Infine è da recuperare assolutamente la commovente lettera aperta scritta in questi giorni alla sorella scomparsa (“Dear Roxane”) da Yan Diomandè, stella nascente della nazionale ivoriana. Credo vada letta e basta, troppi commenti sarebbero superflui; pur nel contesto personale straziante, dimostra il valore e i valori di un giovane ragazzo, calciatore di 19 anni.



La curva scozzese per la partita contro Haiti (cr. Gladiator Wikimedia commons) 

Gli spunti per scoprire o approfondire vicende che solo in parte sono legate al calcio sono numerosissimi, questi sono solo alcuni esempi. Il Mondiale racconta come il calcio sia un linguaggio globale, capace di unire storie lontanissime. Un linguaggio che permette di capire meglio il mondo in cui viviamo, con le sue contraddizioni, le sue speranze e le sue stranezze. Quindi sì, vale la pena di seguire il Mondiale anche senza l’Italia; sicuramente per le prodezze che ci faranno vedere Messi, Ronaldo, Yamal o Mbappè, ma anche per tutto il resto che ci permette di scoprire, cosa che non faremmo senza il suo stimolo.

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