Blomstedt, solo la veritą della musica
Il direttore d'orchestra Herbert Blomstedt a Göteborg nel maggio 2015. Foto di Eskil Malmberg, disponibile su Wikimedia Commons sotto licenza CC BY-SA 4.0.
Le buone ragioni per ricordare il direttore d’orchestra morto a 99 anni
Il giorno in cui il direttore d’orchestra Herbert Blomstedt è morto – il 4 novembre scorso – secondo la carta d’identità aveva 99 anni. Troppo facile però concentrarsi su questo dato per giustificare la necessità di scrivere della sua scomparsa, troppo facile paragonarlo ad altri giganti della direzione d’orchestra nel raccontare di una carriera lunga 70 anni. Meno facile ma più significativo è invece guardare a cosa hanno prodotto questi sette decenni di lavoro con le orchestre europee e americane.
Blomstedt rappresentava l’ultimo anello di una catena di grandi direttori d’orchestra che hanno segnato la musica dal dopoguerra ad oggi non perché hanno voluto lasciare un marchio con la loro interpretazione ma perché hanno inteso mettersi totalmente al servizio della musica. In questo la sua fede avventista ha avuto un ruolo non indifferente, con un apporto di austerità proprio dei ministri di culto protestanti. Blomstedt ministro di culto non era, o forse lo era a modo suo, interpretando il lavoro di direttore d’orchestra in modo ieratico. L’opera di musicisti quali Bruckner e Mahler gli devono tantissimo, per la sua capacità di alleggerire, quanto basta per mettere in risalto ciò che davvero è importante evitando il rischio di perdersi all’interno di partiture complesse come gli anni in cui i compositori mitteleuropei vennero a trovarsi.
Il direttore d'orchestra Herbert Blomstedt dirige in occasione della fiera del libro di Lipsia (2023). Foto di A.Savin, rilasciata sotto licenza CC BY-SA 4.0 via Wikimedia Commons
Il suo era il repertorio delle grandi orchestre europee, al quale aggiunse il meglio della produzione del nordeuropa, Carl Nielsen in particolare. Come essenziale era il suo studio della partitura, così essenziale era anche il gesto nei confronti dell’orchestra, nessuna concessione allo spettacolo fine a se stesso. Blomstedt non lasciava trasparire nulla che non fosse strettamente necessario ai fini di un’esecuzione legata alle intenzioni dell’autore: si suona solo quello che c’è scritto sul pentagramma, viene da dire prendendo a prestito una frase tanto banale quanto vera. Basta guardare la videoregistrazione (la si trova facilmente su youtube) della quinta sinfonia di Mahler con l’orchestra sinfonica di Tokyo. Una pietra miliare della cultura occidentale affrontata accarezzando l’aria con la bacchetta e non percuotendola.
Nessun imbarazzo, con l’avanzare dell’età, nel dirigere restando seduti o nel farsi accompagnare sul podio, anzi questo era il segno che il ruolo del direttore d’orchestra non è quello di dominare la musica ma di servirla. Dopodiché, dato l’attacco, non c’era più un solo motivo per concentrarsi sul fatto che il direttore d’orchestra aveva 99 anni o poco meno, perché quello che usciva dalle sue orchestre era il miglior Bruckner possibile o il più fantastico Beethoven mai ascoltato prima pur considerando la valanga di incisioni in commercio e di esecuzioni che si incontrano in giro per l’Europa. Anche se dal XIX secolo il mondo ha fatto le capriole non si sa quante volte e l’Europa non è più il centro del mondo, Blomstedt ha saputo rendere attuali i messaggi dei giganti del romanticismo.
Il direttore d'orchestra Herbert Blomstedt durante una prova con i Bamberger Symphoniker. Foto di ermell (Reinhold Möller), rilasciata sotto licenza Creative Commons CC BY-SA 3.0.
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