C'è un Vivaldi ancora da scoprire
Il Demetrio con il direttore Maurizio Schiavo nel coro delle monache del convento di Santa Chiara Nuova a Lodi (cr. Elisabetta Baracchi e Serena Campanini)
La chitarra in concerti e sonate nella proposta del Demetrio
Ma c’è ancora qualcosa da scoprire su Antonio Vivaldi? Sembrerebbe di sì, a giudicare dall’ultima produzione discografica dell’orchestra Il Demetrio fondata e diretta dal violinista Maurizio Schiavo, allegata alla rivista Amadeus. Si tratta di una proposta legata alla chitarra, nelle mani di Giulio Tampalini: due triosonate e quattro concerti che originariamente prevedevano in organico il liuto o il mandolino, là dove adesso troviamo la chitarra. Su questa nuova proposta abbiamo posto alcune domande al direttore Schiavo.
Da dove nasce la trascrizione di queste composizioni di Vivaldi? Perché si è sentita la necessità di sostituire la chitarra al liuto?
Poiché il repertorio chitarristico più conosciuto ed eseguito è stato composto dall’inizio dell’800 (Giuliani, Carulli ma non solo), i chitarristi che vogliono misurarsi con le musiche del periodo barocco, nelle quali lo strumento a corde pizzicate utilizzato è il liuto, non hanno altra scelta che trasferire quelle composizioni sulla chitarra moderna. E’ esattamente ciò che accade per Vivaldi ma anche con le musiche di Bach: i suoi capolavori per liuto sono così straordinari che i chitarristi non vogliono rinunciarvi.

Ritratto di Antonio Vivaldi (Wikimedia commons)
Vivaldi è uno degli autori più pop della classica e il suo repertorio è stato scandagliato per intero da generazioni di musicisti. Perché avete deciso di misurarvi anche voi con il veneziano?
Tutto nasce da una proposta di Filippo Michelangeli, direttore della rivista Amadeus, e di Giulio Tampalini, l’eccezionale virtuoso protagonista del nostro Cd. Da tempo volevano proporre in disco, con la chitarra, il repertorio vivaldiano per strumenti a pizzico: erano quindi alla ricerca di un ensemble specializzato che, pur con le sonorità degli strumenti moderni, potesse garantire un approccio stilistico rigoroso. Giulio e io ci conosciamo da tempo: ci è capitato di suonare insieme più volte in concerto e tra noi c’è stima reciproca. Appena mi hanno contattato ho accettato senza riserve perché ero certo che, a dispetto del fatto che molte delle composizioni che presentiamo nel Cd siano ben note ed assai eseguite, avremmo realizzato qualcosa di bello ed originale anche nella versione chitarristica. La sfida è stata trovare un punto di equilibrio: un’interpretazione che, pur con le sonorità moderne della chitarra, permettesse una resa delle parti solistiche che non tradisse lo spirito della musica. Per questo è stato fondamentale partire dalla prassi esecutiva autentica: la realizzazione del basso continuo affidata a tiorba e clavicembalo, i ritornelli eseguiti con variazioni e abbellimenti, l’uso degli archi barocchi per favorire una pronuncia delle frasi più scattante e un fraseggio più arioso.

Giulio Tampalini e Maurizio Schiavo (cr. Sergio Lussignoli)
Il Cd unisce triosonate dal sapore intimo e cameristico a quattro concerti nei quali comunque si introduce la chitarra. A questo punto ci spieghi come si è arrivati all’individuazione dei sei brani che compongono la vostra ultima fatica.
Le composizioni scelte sono tutte quelle in cui il liuto o il mandolino, quindi due strumenti a pizzico, hanno un ruolo solistico. A parte questi brani, Vivaldi ha lasciato solo un paio di arie in cui il mandolino ha una parte che dialoga con il canto: abbiamo deciso di tralasciarle perché volevamo concentrarci solo sulla produzione strumentale. Le sonate per liuto e violino erano destinate ad un nobile dilettante, il conte boemo Johann Joseph von Wrtby, quindi a un uso per esecuzioni domestiche. Questo determina il loro carattere più riservato rispetto ai concerti, che invece prevedono l’esecuzione pubblica da parte di solisti altamente specializzati e hanno quindi parti solistiche più ampie e brillanti.
Il violista Simonide Braconi (cr. Elisabetta Baracchi e Serena Campanini)
Colpisce la presenza di uno strumento desueto come la viola d’amore suonata da Simonide Braconi, prima viola della Scala. Il suo utilizzo è solo un’operazione di recupero filologico?
Vivaldi è stato uno dei compositori del Settecento che più si è dedicato alla viola d’amore, strumento per il quale scrisse numerosi concerti e che adoperò con un ruolo solistico sia in composizioni sacre che in arie d’opera. Ai suoi tempi la viola d’amore era uno strumento raro, impiegato da pochissimi compositori (tra i quali però anche il grande Bach). Proprio per questo Vivaldi volle usarlo per il concerto in re minore che abbiamo registrato: questa composizione, una delle sue più affascinanti, faceva parte di una serie scritta per festeggiare, nel 1740, la visita a Venezia del principe ereditario di Sassonia, Federico Cristiano. Tutti questi brani si distinguevano per una caratteristica insolita e ricercata che rendeva prezioso e unico il dono musicale offerto all’illustre ospite: un concerto in la maggiore per violino, con “un violino per eco in lontano”; una sinfonia in sol, in cui Vivaldi inventa per il tempo lento una sonorità particolarissima e inedita, da carillon meccanico; e, appunto, il concerto in re minore, che mette in primo piano addirittura due strumenti quasi mai utilizzati come solisti. La sonorità della viola d’amore è unica, ed è dovuta in gran parte alla presenza delle corde di risonanza poste sotto la tastiera. Proprio per questo, e per la maggiore estensione, la sostituzione con la viola moderna è piuttosto problematica. Del resto la viola d’amore non è mai completamente scomparsa dalla pratica concertistica: se ne servì anche Puccini nel famoso coro “a bocca chiusa” della Butterfly.

Da sinistra: Braconi, Tampalini, Schiavo e Daniele Fabio (cr. Elisabetta Baracchi e Serena Campanini)
Da tempo Vivaldi è terreno di caccia per compositori e arrangiatori che adattano la sua musica a ogni pubblico e circostanza. Un disco rischioso come “Recomposed” di Max Richter (cioè la riscrittura anche in chiave elettronica delle quattro stagioni) si è rivelato un grande successo. A suo giudizio lo si deve a una riscoperta attualità di Vivaldi o c’è altro?
Ci sono musiche e musicisti la cui grandezza è tale che si conserva a dispetto del medium attraverso il quale li si propone. Pensiamo al Bach suonato con il sintetizzatore Moog di Wendy Carlos (accreditata all'epoca come Walter Carlos), alla fine degli anni ‘60: o alle fughe, sempre di Bach, realizzate con spirito jazzistico dal Modern Jazz Quartet o dagli Swingle Singers. La stessa cosa vale per Vivaldi: la sua energia e la sua straripante vis ritmica, che nella prima metà del Settecento rivoluzionarono la musica europea e che rimangono vive ed efficaci anche negli adattamenti più imprevedibili, ancora oggi rendono godibili le sue composizioni anche per un pubblico di massa. Tutto sta a vedere quanto però quanto questi adattamenti da successo commerciale rimangano fedeli allo spirito autentico della sua musica.

Pier Leone Ghezzi "Caricatura di Vivaldi" (libreria Vaticana Wikimedia commons)
I sei brani che compongono questo Cd rimarranno allo stato di traccia incisa o pensa di portarli dal vivo in giro per l’Italia?
Questo è quello che ci auguriamo: l’ambizione, in effetti è quella di presentare il nostro lavoro in concerto quanto più possibile, guardando anche oltre confine. D’altronde, gli ingredienti giusti ci sono tutti: un solista di caratura internazionale, la splendida musica di uno dei compositori più amati dal pubblico di tutto il mondo. Pensare in grande si deve.
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