Turandot, una ragazza di 100 anni
Il manifesto per Turandot ideato da Leopoldo Metlokovitz (Wikimedia commons)
Contemporanea a un secolo dalla prima esecuzione
L’opera lirica mai conclusa perché la morte ha impedito al maestro di finirla; Toscanini che si volta verso la sala e dice “Qui termina la rappresentazione, perché a questo punto il maestro è morto”; le infinite discussioni sulla coerenza o meno del finale messo sul pentagramma da Franco Alfano; la divisione in fazioni su quale sia la migliore coppia di interpreti; l’uso sconsiderato dell’aria ‘Nessun dorma’ in qualsiasi contesto o alla premiazione di ogni torneo sportivo rionale. E’ solo un piccolo elenco dei luoghi comuni sprecati per parlare di Turandot, ultima opera di Giacomo Puccini, della quale si celebra oggi il centenario della prima esecuzione, il 25 aprile 1926, al Teatro alla Scala. Per scrivere qualcosa che non sappia subito di vecchio bisogna quindi buttarsi alle spalle – impresa difficile – tutto quanto di ovvio è stato già detto.

Il funerale di Puccini a Torre del Lago (cr. M. Alibrandi Wikimedia commons)
Turandot i cento anni di vita li ha solo sui documenti di identità perché difficilmente si potrebbe trovare un melodramma più adatto ad essere trasportato ai giorni nostri. I musicisti e i musicologi di professione hanno ampio agio di dimostrare, pentagrammi alla mano, quali siano i lasciti dell’Ottocento e quali le novità introdotte da Puccini. All’appassionato che ha speso tempo e soldi per girare l’Italia e il mondo alla ricerca delle migliori voci e delle più brave bacchette spetta il compito di individuare alcuni temi, comprensibili a chiunque, nel tentativo di dimostrare in cosa consista la modernità di Turandot.

Toscanini nel 1930 (Wikimedia commons)
La trama. Una principessa altera e gelida che punisce con la morte chi osi chiederla in sposa era indubbiamente una cineseria in un’epoca in cui quattro schiaffi erano il metodo normale per regolare i rapporti fra marito e moglie e il sesso imposto nella coppia era doveroso. Ma oggi, per fortuna, la situazione è diversa e il problema del rapporto fra i generi è tema centrale della fase storica che viviamo._Knight_foundation-wdtr.jpg)
L'esecuzione del principe di Persia (cr. Knight foundation Wikimedia commons)
La favola nera di Carlo Gozzi grazie a Puccini ha anticipato di cento anni il tema della violenza sulle donne (ricordando che Turandot manda a morte i pretendenti per vendicare una antenata che fu stuprata e uccisa dagli invasori tartari), certo non individuando una strada da seguire ma scardinando il principio secondo cui la donna vista e desiderata diventa la donna presa. E’ passata tanta strada da quando una bambina di 15 anni come Butterfly (altra opera musicalmente in anticipo rispetto ai tempi) veniva sposata per burla da un turista sessuale protetto da una divisa militare.

Puccini nel 1910 (cr. Marchetti Wikimedia commons)
La musica. E’ sempre molto complesso per i non addetti ai lavori entrare in vicende che riguardano strettamente la tecnica di composizione. A tutti gli altri resta la constatazione che Turandot rappresenta una novità assoluta per capacità espressive e aderenza fra musica e situazione scenica. Le soluzioni adottate da Puccini sono tutt’altro che folklore in stile orientale (anche se gli effetti vanno in questa direzione), sono invece soluzioni stilistiche anticipatrici di quanto sta per arrivare.
Igor Stravinskij e Arnold Schönberg (cr. Willy Pragher e manra Wikimedia commons)
Il maestro forse non poteva essere identificato con la figura dell’intellettuale come la concepiamo noi oggi ma sapeva bene dove la musica stava andando. Conosceva Stravinskij e Schönberg, era stato fra i pochi a difendere la Sagra della primavera dopo il bailamme causato dal pubblico scandalizzato alla prima di Parigi e, detto per inciso, era rimasto freddo rispetto alle lusinghe del fascismo che desiderava musicisti da vetrina. In altre parole, pochi come lui erano consapevoli di quanto ruotava attorno al teatro musicale.
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Turandot allestita al Metropolitan di New York (cr. Wolf Gang Wikimedia commons)
Dire, come vuole una buona parte della migliore critica, che Turandot chiude l’epoca della grande opera italiana è vero ma a mio giudizio questa valutazione non chiude la porta a una ulteriore considerazione. L’opera non muore con i primi del Novecento e l’Italia non è l’unico palcoscenico mondiale. E, ancora, il teatro non sarà più il solo veicolo di conoscenza della musica. Echi pucciniani all’orecchio esperto si incontrano ancora oggi in una infinità di esperienze, dalle colonne sonore del cinema alla televisione. Volendo forzare - ma non di troppo - il pensiero, potremmo dire che Turandot non è l’ultima delle opere classiche ma la prima delle opere moderne.

Calaf interpretato da Josè Cura (cr. Cuibar arena Wikimedia commons)
L’allestimento. Turandot non fa sconti a nessuno, e in questo è un’opera contemporanea. Chiunque sia stato musicista o cantante in passato o abbia avuto artisti in famiglia sa perfettamente come un tempo all’esecutore venisse chiesto di meno, in termini di tecnica. Contavano di più il timbro vocale e la sonorità rispetto alla padronanza tecnica assoluta indispensabile oggi. ![]()
Bozzetto per le scenografie del secondo atto (Archivio storico Ricordi Wikimedia commons)
Turandot è un’opera di complessità totale, che richiede il meglio in qualsiasi ruolo, artistico e tecnico. Il solo allestimento delle scenografie è qualcosa che dà i brividi – data la vastità degli ambienti e il numero delle persone sul palco - e che può segnare le sorti di una produzione, al pari del valore del cast di cantanti. Anche per questo mettere in scena Turandot è sempre un azzardo, a partire dalla regia; la necessità di proporre qualcosa di radicalmente nuovo risulta ancora più difficile anche perché in Turandot tutto era già nuovo al momento della prima esecuzione. Tentare di trovare comunque un limite da superare è pericoloso, come dimostrato pochi anni fa da un allestimento a Napoli che non ha avuto critiche benigne.

Turandot allestita in Oman (cr. K. Busaidi Wikimedia commons)
La consapevolezza. Puccini sapeva perfettamente di avere messo sulla carta un capolavoro, sapeva dove e quando sarebbero partiti gli applausi. Non ha fatto in tempo a riceverli da vivo ma aveva ragione ed è stato ampiamente ripagato da morto. Ne era talmente consapevole da utilizzare anche una tecnica che oggi chiameremmo del trailer, che tradotto nella nostra lingua italiana sarebbe “anticipazione”. Se andate a ripescare le poche battute di Calaf “Il mio nome non sai…” nel finale del secondo atto, ci trovate chiaramente, senza alcun nascondimento, l’introduzione al “Nessun dorma” dell’atto conclusivo.
Giacomo Puccini al pianoforte (foto di autore sconosciuto)
Puccini aveva ben chiaro di avere in testa qualcosa di grande, al punto che ci getta una sfida: state attenti, vedrete fra un po’ cosa riesco a fare. Guardando a cosa si fa oggi, possiamo ben dire che Puccini fosse avanti di cento anni. Che poi questo “Nessun dorma” sia stato sfruttato in tutte le salse finendo per perdere l’aura di eccezionalità che lo deve contrassegnare, è colpa che può essere attribuita a molti ma non al compositore.

Franco Alfano e Luciano Berio (cr. Cinti e Pragher Wikimedia commons)
Il finale. Il teatro in tutte le sue espressioni trova una logica se ha un principio e una fine. Quindi risultano fastidiose le critiche di chi vorrebbe che Turandot si interrompesse a metà del terzo atto dopo la morte di Liù rimandando a casa gli spettatori nel dubbio di cosa sarebbe successo poi. Non c’è filologia che tenga, il teatro così come inizia deve avere una fine. Il finale composto da Alfano si è guadagnato sul campo la dignità che gli spetta, ricevendo cento anni di applausi dai pubblici di tutto il mondo, come bellissimo, nella sua diversità, è il finale di Luciano Berio. Si consenta un’opinione, non confermabile e non smentibile: Puccini sarebbe stato contento di entrambi.

Applausi finali per la Turandot al Comunale di Bologna (cr. L. Gaudenzi Wikimedia commons)
Queste considerazioni derivano da un infinito numero di ascolti e di visioni pucciniane da parte di un giornalista che ha lavorato per decenni su una scrivania con un piccolo busto in gesso di Puccini comprato su una bancarella a Torre del lago. Dal momento che la lirica è il mondo delle divisioni e delle opinioni discordanti, non mi meraviglierei di suscitare qualche consenso e molte critiche. Sono le regole del gioco. Intanto, in un mare di celebrazioni, si consenta anche a me di augurare buon compleanno a Turandot, che non è mai stata così giovane.
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