Alimenti, meglio guardare le etichette 

Alimenti, meglio guardare le etichette 

Scaffali di cibi ultraprocessati in un supermercato degli Stati Uniti (cr. Thayne Tuason Wikimedia commons)

I rischi sanitari dei prodotti ultraprocessati

Negli ultimi decenni l’industria alimentare ha immesso sul mercato prodotti, solitamente presenti in confezioni più o meno accattivanti, che subiscono numerose trasformazioni prima di essere venduti: frazionamento e raffinazione degli ingredienti naturali, modificazioni biochimiche quali l’aggiunta di grassi, zuccheri (spesso camuffati sotto vari nomi), sale e una lunga lista di additivi, anche indicati con codici da E100 a E 999 (conservanti, emulsionanti, addensanti, coloranti naturali e sintetici, esaltatori di sapidità, edulcoranti). Il risultato finale è spesso molto diverso dall’alimento originario, sia per struttura che per valore nutrizionale.

Hambuger con ingredienti ultraprocessati (cr. A. Gatilao Wikimedia commons)

Si tratta di alimenti studiati per essere economici, pratici, di lunga durata e altamente appetibili, iperpalatabili. Tuttavia, la loro comodità ha un costo non apparente: la rimozione dei nutrienti naturali, l’aumento di calorie “vuote”, la presenza di sostanze che ne favoriscono un consumo eccessivo, in quanto capaci di indurre dipendenza attraverso il “circuito cerebrale della ricompensa” e la produzione o l’inibizione di ormoni, che alterano la sazietà e il metabolismo del tessuto adiposo.

Cibi salutari dell'area mediterranea (Wikimedia commons)

Sono progettati per farci mangiare di più, scavalcando il reale appetito. Li scegliamo spesso per farci una coccola, per combattere la tristezza, la solitudine, lo stress. O per comodità, quando sono quasi pronti. Dolci o salati, croccanti o cremosi, sono promossi da pubblicità attraenti, suadenti e, a volte, insistenti. Stanno sostituendo molti cibi freschi o minimamente lavorati.

Scaffale riempito con cibi naturali (cr. J. Gonzales Us Air force Wikimedia commons) 

In Italia il loro consumo come contributo energetico ha superato il 25%, valore inferiore a quello del mondo anglosassone (40-60%), in quanto, da noi, resiste, parzialmente, la dieta mediterranea. Non si tratta di veleni, sono ammessi dalla legge, ma si tratta di alimenti e bevande che vanno consumati con molta parsimonia. Siamo nel campo degli alimenti ultra processati o UPF, dall’acronimo inglese.

Cibo processato, patatine e salsa (cr. Gastya Eka Wikimedia commons)

Un ampio e recente studio dell’Università medica della Florida ha stabilito che i più forti consumatori di UPF presentano un rischio di infarto e ictus maggiore del 47% rispetto a chi ne consuma pochi. Il dato si inserisce in un contesto già noto di Sindrome metabolica, obesità, diabete tipo 2, ipertensione; inoltre alcuni tumori (colon-retto, mammella, ovaio), disturbi dell’umore e degenerazione delle funzioni cerebrali cognitive. Il tutto passa attraverso un aumento dei processi infiammatori e delle alterazioni del microbiota intestinale.

La diffusione dei cibi ultraprocessati in Europa nel 2018 (cr. The Guardian Wikimedia commons)

Le etichette alimentari riportano per legge varie voci, le più importanti delle quali sono i valori nutrizionali e soprattutto gli ingredienti, posti in due riquadri appositi.

Un consiglio generale è quello di valutare il numero degli ingredienti presenti, il cui elenco è in ordine decrescente di quantità: se superano i sette-otto, si entra progressivamente nel campo della lavorazione più spinta. Ci sono alimenti che presentano da dieci a cinquanta elementi, e più.

Un altro consiglio utile è quello di non limitarsi a leggere le diciture tipo light, naturale, senza zuccheri, ricco di fibre o di vitamine…, spesso fuorvianti. Oppure, secondo le mode più recenti: senza olio di palma, senza zuccheri aggiunti, senza glutine, senza lattosio per presunte ma a volte non provate allergie alimentari.

Un taglio di carne con le spezie (cr. Shixart 1985 Wikimedia commons)

Questi i principali alimenti classificati come Upf: barrette sostitutive dei pasti, zuccherate, fiocchi di mais o avena glassati, gallette, fette biscottate, pane da toast o confezionato e affettato a lunga conservazione, yogurt aromatizzati, purea, zuppe e minestre istantanee, piatti pronti con ripieno (lasagne, cannelloni, cappelletti…), sughi pronti, maionese, ketchup, merendine, patatine in busta, chips di legumi, di verdure o di pesce, crocchette di pollo, burger anche vegani, pizze surgelate, creme spalmabili, insaccati, salsicce, wurstel (Csm: carni separate meccanicamente), bibite zuccherate o dolcificate, energy drinks, succhi di frutta industriali.

Etichette di carni provenienti dall'Australia (cr. National library Nuova Zelanda Wikimedia commons)

Concludendo questa breve e forzatamente incompleta disamina, non basta fare affidamento sulla responsabilità individuale, colpevolizzando gli individui, perché l’ambiente alimentare e la pubblicità influenzano fortemente le scelte. Se i prodotti meno sani sono i più economici, pubblicizzati e facilmente reperibili, è naturale che vengano consumati di più.

Sarebbero necessari interventi a più livelli: etichette più chiare, meno ambigue, educazione nutrizionale, maggiore disponibilità di alimenti freschi e politiche che rendano le opzioni sane più accessibili a tutti, quali cereali integrali, legumi, frutta, verdura, olio extravergine, frutta secca (non quella essiccata), un po’ di pesce (anche surgelato) e poche carni separate meccanicamente.

 

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