Colpa e vergogna, compagne dell'umanitā
Edvard Munch, "Autoritratto all'inferno"
Emozioni tipiche di civiltà diverse ma sempre presenti
Colpa e vergogna sono due emozioni o sentimenti che da Freud in avanti sono ininterrottamente indagati da psicologia e psicoanalisi, ma qui vogliamo soffermarci sulla loro funzione sociale, di cui l’antropologia iniziò a occuparsi solo qualche decennio più tardi.
Freud e Benedict (cr. Halberstadt e Library of Congress Wikimedia commons)
Pioniera di questa ricerca fu indiscutibilmente Ruth Benedict, straordinaria figura di scienziata sociale che, sfuggendo alle convenzioni borghesi dell’epoca, volle a tutti i costi continuare a studiare con il grande Franz Boas, il padre dell’antropologia moderna. Ne divenne assistente dopo aver ottenuto il dottorato, sempre pagata meno dei colleghi, nonostante i continui sforzi di Boas in tal senso, perché sposata (le convenzioni dell’epoca prevedevano che solo il marito provvedesse al reddito familiare).
Franz Boas in una foto esposta in una mostra (Wikimedia commons)
Dopo il divorzio fu la prima donna ad avere una cattedra a tempo pieno e regolare retribuzione alla Columbia University. Dopo il ritiro del maestro, come direttore del dipartimento le fu preferito un altro, ma lei continuò ad insegnare a generazioni di studenti, compiendo ricerche sul campo presso molte tribù native americane (com’era tradizione per l’antropologia statunitense).
Margaret Mead (cr. Los Angeles Daily News Wikimedia commons)
Fu sua studentessa e assistente (e anche amante) Margaret Mead, la cui vita avventurosa, unita al successo editoriale, l'avrebbe portata a divenire la più nota antropologa del secolo scorso, nonché l'intellettuale americana più influente. Benedict invece scrisse poco e si dedicò soprattutto ad individuare modelli di cultura, partendo da diverse configurazioni di alcuni tratti della personalità. Il suo lavoro teorico ora è decisamente superato (come quello di Mead), ma una sua ricerca è rimasta ineguagliata.
Marines in perlustrazione in un'isola del Pacifico (cr. J. Fabian Wikimedia commons)
Durante la Seconda Guerra Mondiale il governo americano non mobilitò solo scienziati come i fisici nucleari, ma anche antropologi, con lo scopo di cercare di comprendere meglio la cultura e i comportamenti di popolazioni nemiche (o anche alleate). Una saggia abitudine che gli Stati Uniti da allora hanno evidentemente perso.
Istruzione militare in una scuola elementare giapponese, 1942 (Wikimedia commons)
Nel 1944 a Ruth Benedict fu richiesto di compiere questo lavoro sul Giappone. L'obiettivo era capire come avrebbero reagito i suoi abitanti ad un'occupazione americana e all'instaurazione forzata di una democrazia liberale di tipo occidentale. Lei non era mai stata in Giappone né conosceva il giapponese, ma si buttò a capofitto nella lettura di tutto ciò che era possibile trovare tramite traduzione, compresi film e riviste, nonché moltissime interviste a immigrati di seconda generazione e a prigionieri.
Hirohito, imperatore del Giappone fino al 1989 (cr. AFP Wikimedia commons)
Consegnato il rapporto, dopo la guerra pubblicò Il crisantemo e la spada, la sua opera più famosa, dove per la prima volta applica al Giappone la definizione di cultura della vergogna, dove il disonore e la conseguente riprovazione sociale sono caratteri dominanti.
La vergogna di Adamo ed Eva cacciati dal giardino dell'Eden nell'opera di Masaccio, 1424 (Wikimedia commons)
La civiltà americana e occidentale è invece definita come portatrice di una cultura della colpa, focalizzata sul rispetto della legge esterna (il reato) ed interna (il peccato). Le sue conclusioni si riferivano in ogni caso solo al Giappone, ma la definizione ebbe un tale successo che anni dopo alcuni antropologi cominciarono a classificare le diverse culture del mondo secondo questo schema rigido semplificato.
A. Leloir "Ulisse e i pretendenti", 1841, Louvre (Wikimedia commons)
La vergogna e il senso di colpa sono universali, ma non c'è dubbio che in alcune aree e in alcuni periodi storici abbiano avuto rilevanze diverse. "Perdere la faccia” è un timore assai diffuso nei paesi dell'estremo Oriente, ma il disonore e la conseguente vergogna erano temuti anche dagli eroi omerici, dai protagonisti delle saghe norrene e dai cavalieri medievali.
Il giovane Tolkien nel 1910 (cr. HJ Whitlock & sons Wikimedia commons)
Tolkien, che per tutta la vita studiò le culture nordiche, riassunse bene questa mentalità nelle ultime parole pronunciate da re Theoden, mortalmente ferito dopo aver eroicamente combattuto: "Vado dai miei padri, nella cui gloriosa compagnia ora non dovrò più vergognarmi".
L'attore Benjamin Hill interpretava Theoden ne "Il Signore degli anelli" (da Flickr Wikimedia commons)
Certamente le religioni monoteistiche hanno contribuito allo sviluppo di un senso di colpa basato sulla trasgressione della legge, ma in modo molto diverso. Nel cristianesimo dei primi secoli la confessione era un atto pubblico e quindi funzionale anche al legame comunitario, che veniva ripristinato dopo l'espiazione o penitenza.
Nel mondo calvinista, dove il successo economico e sociale poteva essere segno di predestinazione, il suo opposto, cioè la povertà, poteva essere intesa anche come indizio di colpa. Ma quando parliamo di vergogna non dimentichiamo che nel nostro paese fino a qualche decennio fa esisteva il delitto d'onore, che prevedeva forti attenuanti, e lo stigma sociale che colpiva le ragazze madri o i figli omosessuali non è certo scomparso del tutto.
P.N. Guerin, "Clitennestra esita prima di uccidere Agamennone" (Wikimedia commons)
Come si vede, e come l'antropologia ha abbondantemente dimostrato, classificare è utile solo per cominciare a comprendere. L'identità individuale e quella collettiva non sono mai state monolitiche e se c'è una cosa che le scienze sociali hanno confermato senza dubbio alcuno è che l'evoluzione culturale viaggia enormemente più rapida di quella biologica.
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