Cosa abbiamo imparato da Chernobyl
Il monumento agli eroi di Chernobyl (Wikimedia commons)
A 40 anni dalla tragedia parliamo di radiazioni, centrali, scorie
Quarant'anni fa il mondo viveva giorni di paura per l'incidente nucleare di Chernobyl. Il medico del lavoro Senio Giglioli fa il punto sull'avanzamento delle conoscenze e delle tecnologie in seguito a quella tragedia. Per chi fosse interessato ad approfondire il tema, l'autore consiglia la lettura del saggio "La paura del nucleare. Da dove viene, quanto costa” di Piero Risoluti, Armando editore.
Il termine coorte richiama generalmente alla memoria l’antico esercito romano (era un’unità militare di 600 uomini) o il “Canto degli Italiani” che lo utilizza nel suo momento culminante, come accesa esortazione. Ma gli epidemiologi usano questo appellativo per indicare un gruppo di persone che è stato esposto a un rischio e il cui stato di salute viene monitorato per anni o anche per tutta la vita. Lo “studio di coorte” è lo strumento più potente che abbiamo per accrescere le nostre conoscenze sulla relazione che intercorre fra i fattori di rischio per la salute e i danni da loro provocati.

Forze armate romane, dalla colonna di Marco Aurelio (cr. barosaurus lentus Wikimedia commons)
Un ampio studio di coorte tuttora in corso è il “Life Span Study”, che coinvolse 120.321 sopravvissuti (alcuni dei quali ancora in vita) ai bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki. Lo studio fu fortemente voluto dal Presidente Truman, lo stesso che 5 anni prima aveva ordinato lo sgancio dei due ordigni, e conferma la cancerogenicità delle radiazioni ionizzanti, tanto più rilevante all’aumentare dell’esposizione, che però sfuma o si annulla nei soggetti che al momento dell’esplosione si trovavano a distanza o in luoghi protetti, che furono cioè esposti a dosi molto basse.

Panorama di Hiroshima con l'Atomic bomb dome (cr. DXR Wikimedia commons)
Un’altra importante coorte comprende i 146.000 “liquidatori di Chernobyl”, operai che il governo sovietico reclutò a partire dal luglio 1986 per adibirli alla messa in sicurezza della centrale nucleare esplosa il 26 aprile di quell’anno. Il loro compito era la decontaminazione dal materiale radioattivo e la costruzione del sarcofago che doveva contenere il reattore distrutto. Anche questo studio conferma i dati del Life Span Study per quanto riguarda le alte e le basse dosi.

La centrale di Chernobyl dopo l'esplosione (cr. IAEA Wikimedia commons)
Chernobyl. Ucraina, allora Unione Sovietica. Un incidente classificato al massimo grado nella scala (“incidente catastrofico”). L’IAEA (International Atomic Energy Agency) ha chiarito che la causa dell’aumento improvviso di potenza di un reattore e la sua esplosione, che diffuse in atmosfera una grande quantità di materiale radioattivo non fu un problema tecnologico ma una incredibile sequela di errori, approssimazioni, violazioni delle prescrizioni di sicurezza, nel clima disorganizzato della tarda Unione Sovietica.

L'area della tragedia vista dal satellite SPOT-1 (Wikimedia commons)
Gli errori proseguirono anche nelle ore e nei giorni successivi. Si diede importanza allo spegnimento dell’incendio piuttosto che alla sicurezza degli operatori: l’esposizione a dosi altissime causò in 134 operai la sindrome acuta da radiazioni, un quadro patologico devastante. Ventotto di loro morirono nelle prime settimane, gli altri riportarono gravi menomazioni o amputazioni o morirono negli anni successivi per tumore.

Intere famiglie lasciano la zona per ricevere cure altrove (cr. IAEA Wikimedia commons)
Non furono adottati tempestivamente i basilari provvedimenti di sanità pubblica: riparo in ambiente chiuso di uomini e animali, blocco del consumo di vegetali e latte, somministrazione di iodio stabile che impedisce l’accumulo di iodio-131 nella tiroide. Il principale effetto sulla popolazione fu infatti l’aumento di 10 volte della frequenza di tumori tiroidei nei bambini e negli adolescenti: impossibile stabilire il numero esatto di casi (centinaia o migliaia), per fortuna si verificarono solo 15 casi di morte, trattandosi di tumori su cui si poteva intervenire chirurgicamente. Nessuno studio ha messo in evidenza con certezza un aumento del rischio per altri tumori.

I lavoratori della zona cercano informazioni sui giornali sovietici (cr. IAEA Wikimedia commons)
Il ferreo controllo sulle notizie allora in vigore in Unione Sovietica ci impedisce di conoscere con certezza i danni provocati da un altro fattore ben conosciuto: gli effetti psicologici delle radiazioni. Molte persone morirono certamente in incidenti stradali durante l’allontanamento e la fuga dalle regioni colpite. E non si sa se furono centinaia o migliaia i bambini mai nati perché le madri, terrorizzate dal rischio di partorire figli malformati, decisero di ricorrere all’aborto.

L'istituto medico reale d'Olanda al lavoro dopo l'incidente (cr. Rob Croes Anefo Wikimedia commons)
Alcuni studi riportano che il 23% delle donne in gravidanza abortì. Successivamente si è dimostrato con certezza che non ci fu nessun aumento significativo di malformazioni. La drammatica decisione di queste donne appare quindi oggi ingiustificata, ma forse possiamo tentare di comprenderla; o almeno rivolgere loro un pensiero, a tanti anni e chilometri di distanza.

Putin consegna l'onorificenza dell'Ordine al merito del coraggio agli eroi di Chernobyl (cr. Kremlin.ru Wikimedia commons)
Il nostro paese con il referendum del 1987 ha bloccato il programma nucleare italiano. Era passato solo un anno dalla tragedia di Chernobyl. L’energia nucleare è stata, per così dire, battezzata dal diavolo il 6 e il 9 agosto 1945. Un peccato originale, una macchia difficile da cancellare, su cui la cultura ambientalista italiana è però scivolata puntando su un ambiguo e subliminale accostamento fra bombe e produzione di energia, complice il clima da guerra fredda in cui vivevamo. Oggi dal 5% al 10% della nostra energia proviene dalle centrali nucleari francesi.

Misurazione della radioattività attorno a Chernobyl (cr. DocWertheim Wikimedia commons)
Osservando e estrapolando il funzionamento di una grande città o di una grande area industriale è facile capire che la richiesta energetica che proviene non solo dall’economia mondiale, ma da tutti noi, non possa essere appagata soltanto dalle fonti rinnovabili. L’energia nucleare, se usata razionalmente e in sicurezza, può risolvere in gran parte i problemi energetici e di inquinamento a livello planetario.

La preparazione del sarcofago del reattore di Chernobyl (cr. IAEA Wikimedia commons)
In Italia sembra prevalere la paura delle scorie rispetto alla paura delle centrali. Ricordiamo tutti la “Marcia dei centomila” del 2003 a Scanzano Jonico, cittadina lucana che era stata individuata come sito unico per il deposito nazionale di scorie nucleari. Un movimento popolare che convinse il governo a tornare sulla sua decisione.

Bidoni di rifiuti radioattivi (cr. ShinRyu Forgers Wikimedia commons)
Piero Risoluti, esperto italiano presso il Comitato Fissione Nucleare della Commissione Europea, ci ricorda che i rifiuti radioattivi a vita breve (circa 200 anni) non sono altro che blocchi di materiale solido e chimicamente inerte nei quali la sostanza è isolata completamente dall’ambiente esterno in completa sicurezza.

La centrale nucleare di Cattenom in Francia (cr. Richard Lacour Wikimedia commons)
Lo smaltimento di questo tipo di rifiuti è praticato da decenni in tutti i paesi che adottano l’energia nucleare, senza il minimo problema ambientale. Anche per lo smaltimento dei rifiuti a vita lunga, che sono il 5% del totale, è stata individuata come soluzione il deposito in formazioni geologiche profonde, stabili e impermeabili. Sono quindi da escludere contaminazioni ambientali delle falde acquifere o dei terreni agricoli.
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Iniettore di plasma per la fusione (cr. eye steel film in Canada Wikimedia commons)
L’attuale governo italiano ha in programma lo sviluppo nucleare. Guardando bene però, la terminologia adottata è attenta e suadente: “SMR” (piccoli reattori), “fusione nucleare” (nessun reattore a fusione è ancora operativo nel mondo), “mix energetico” (tranquillizzante sul fatto che la ricerca nucleare andrà di pari passo con quella sulle energie alternative), “sicurezza e ricerca” (e ci mancherebbe…).
Questo perché l’argomento è tuttora molto delicato e chiunque rischia di scatenare proteste, malcontento trasversale e calo dei consensi.
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