Femminicidi, il raptus non esiste
Comunità valenciana, murale contro la violenza sulle donne (cr. Josep Lluis Wikimedia commons)
Un falso alibi dietro la volontà di uccidere
Ricordo quando Elena, sorella di Giulia Cecchettin, chiedeva con commovente dignità e rabbia pensosa, davanti ai microfoni, di ricordare Giulia con “un minuto di rumore”. Il rumore si è levato a lungo e forte da più parti, ma i femminicidi continuano quasi a giorni alterni.

Elena Cecchettin (dalla pagina Fb Educare alle differenze)
Ogni volta arrivano le ricostruzioni televisive, i titoli dei quotidiani, le discussioni sui social: “gesto di follia”, “depressione”, “raptus improvviso”. La spiegazione della brutalità sembrerebbe trovarsi tutta lì, in una mente, probabilmente malata, che perde momentaneamente la capacità di intendere e di volere e, quindi, il controllo.
È una scorciatoia culturale e linguistica falsa e pericolosa. Lo dice soprattutto la scienza: una rivista internazionale di medicina legale, Legal Medicine, ha analizzato 3.500 studi internazionali arrivando alla conclusione che non esiste alcun legame diretto tra malattia mentale e femminicidio. Solo una quota minima dei femminicidi viene commessa da persone con una reale malattia psichiatrica, e anche in questi casi la patologia non è quasi mai il motore dell’atto.

Barcellona, flash mob femminista contro la violenza sulle donne (cr. Barcedona Wikimedia commons)
Questo falso legame, oltre a distogliere l’attenzione dalle radici strutturali della violenza sulle donne, alimentando una disinformazione che ostacola la prevenzione, rafforza timori e pregiudizi nei confronti di coloro che soffrono di disturbi mentali gravi. Non si uccide mai per depressione, tutt’al più ci si suicida.
La stragrande maggioranza degli autori di femminicidio non ha alcuna malattia psichiatrica ma vive in un contesto sociale che legittima il controllo, il possesso e la sopraffazione dell’uomo sulla donna.

Bonn, manifestazione per la giustizia ambientale e di genere (cr. Spielvogel Wikimedia commons)
Il femminicidio è un omicidio commesso sostanzialmente a causa del mancato riconoscimento del diritto all’autodeterminazione della vittima (ad esempio quando decide di interrompere la relazione o cambiare stile di vita), perché nella mente dell’assassino vive e vegeta un sistema di valori (possesso e controllo) con dinamiche di potere (stereotipi di genere) che rendono possibile quella violenza, che la giustificano ai suoi occhi. Spesso si tratta di relazioni di coppia squilibrate, conflittuali da tempo, non necessariamente in contesti di vulnerabilità socioeconomica. A volte, l’abuso di alcol o l’uso di droghe agiscono come amplificatore aumentando la letalità della violenza. Ma questa è già preesistente sotto forma di comportamento intenzionale che evolve nel corso del tempo fino all’atto finale.

Pristina, monumento alle donne violentate durante la guerra in Kosovo (cr. JonaSali29 Wikimedia commons)
Il femminicidio, dunque, non è un raptus ma l’ultima azione di un controllo totale persistente che sfocia nell’annientamento della soggettività e libertà della donna. Definiamo cos’è un raptus: impulso improvviso parossistico, non pianificato, e di forte intensità, che provoca una perdita momentanea del controllo delle proprie azioni e sfocia in un atto violento. Se però non vi è una sottostante patologia psichiatrica grave, non esclude la capacità di intendere e di volere e, dunque, la responsabilità penale.
L’infermità mentale transitoria o la temporanea incapacità di intendere e di volere è presa in considerazione dalla legge solo per cause come l’ubriachezza, l’uso di stupefacenti o l’abuso di farmaci (stimolanti).

Manifestazione contro la violenza di genere a Monterrey del Leon (cr. Anarcat7 Wikimedia commons)
In caso di patologia psichiatrica grave (schizofrenia) l’infermità mentale è permanente e l’atto violento, a volte improvviso, risponde a un delirio o a una allucinazione, e può essere diretto verso chiunque. Ma gli atti violenti dei pazienti schizofrenici sono di gran lunga minori rispetto agli atti violenti dei “normali” narcisisti.
Dietro ad ogni femminicidio c’è un contesto sociale, un sistema di valori, una cultura che favoriscono questa violenza. Mentre il narcisismo fornisce il meccanismo psicologico (incapacità di elaborare il rifiuto, la volontà di autonomia della partner vissuta come un tradimento inaccettabile, una umiliazione pubblica intollerabile o una minaccia vitale, in un contesto di mancanza di empatia da parte dell’uomo), la cultura fornisce una sorta di giustificazione morale.

"I monologhi della vagina" (cr. presta Wikimedia commons)
Per l’uomo narcisista, inserito in una cultura del possesso, l’abbandono non è solo un dolore personale ma anche una sconfitta e una vergogna pubblica, che richiede un intervento punitivo per restaurare l’onore e il potere perduti. La ribelle in qualche modo va fermata, dato che “non vuole sentire ragioni”. Non è sufficiente ripudiare a parole la violenza di genere e i femminicidi, senza riconoscere in modo chiaro il sottostante conflitto che li genera.
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