Il mondo in cerca di intelligenze

Il mondo in cerca di intelligenze

Armi in uso per l'addestramento dei militari ucraini (cr. U force Wikimedia commons)

In tempo di guerre e ingiustizie c’è bisogno di nuove utopie

Dopo l'intervento di Maurizio Frignani sul tema dell'utopia - Utopia, l'isola cercata da secoli - pubblichiamo oggi l'articolo della pedagogista Pina Tromellini sul tipo di intelligenze necessarie a rendere concreta l'utopia di un mondo più giusto.

Con quali lenti gli umani possono immaginare il mondo che vorrebbero? Tramite la consapevolezza che questo possa avvenire solo all’interno di rapporti tra individui, perché gran parte di quanto interiorizzano proviene dalle sollecitazioni degli altri, in uno scenario sociale.

Strada affollata di Kyoto (cr. Dimi Talen Wikimedia commons)

Non ci possiamo salvare da soli. E’ urgente creare una nuova utopia che unisca e non divida. Un orizzonte che spinga a guardare oltre e a sognare un mondo migliore. Un’energia che faccia lottare per qualcosa di più giusto per tutti. In un’epoca di violenza e guerre, di ricchezze spropositate e di ingiustizie, di annichilimento dell’intelligenza, la conquista di una identità terrestre permette di recuperare una nuova visione di vita.

Lo scenario della guerra di Gaza (cr. Wafa Wikimedia commons)

In che genere di mondo vorremmo vivere? Un aiuto lo potremmo ricevere da Howard Gardner, professore di Scienze cognitive e dell’educazione all’Università di Harvard che ha riflettuto sulle intelligenze che gli uomini e le donne possiedono per affrontare l’esistenza. L’intelligenza non è unica, ne esistono otto e oggi quella di cui avremmo bisogno è l’intelligenza sociale e rispettosa degli altri. Credere nell’utopia significa adottare un atteggiamento che va all’opposto di quanto sta accadendo. L’utopia guida verso una realtà caratterizzata da un “buon lavoro” che fa star bene per agire in una comunità collaborativa e che coopera responsabilmente.

Howard Gardner, professore ad Harvard (cr. Citizen university Wikimedia commons) 

“Non è certo un buon cittadino colui che non desidera promuovere con ogni mezzo il benessere di tutta la comunità dei suoi concittadini… Quando tutto ciò che conta può essere comperato e venduto, quando possiamo infrangere ogni impegno perché non ci fa più comodo, quando la nostra salvezza è lo shopping e gli slogan pubblicitari sono le nostre litanie, quando il nostro valore si misura da quanto guadagniamo e spendiamo, vuole dire che ci stiamo distruggendo”. Lo scrive Jonathan Sacks, rabbino capo della comunità ebraica inglese.

Il filosofo Edgar Morin (cr. David Monniaux Wikimedia commons) 

E’ questo il mondo che desideriamo? Occorre recuperare un mondo in subbuglio, cita Edgar Morin nel saggio “I sette saperi necessari all’educazione del futuro”. La cittadinanza terrestre offre agli uomini una forza comune per correggere gli errori commessi verso i propri simili e la natura. Quando Edgar Morin deve superare una difficoltà, trova coraggio in queste parole: “Verrà il giorno e la vita continua”.

Arte di strada, murale dedicato a Simone Weil (cr. Marko Kafé Wikimedia commons)

Il pensiero di Simone Weil, vicina al pensiero anarchico e marxista, in contatto con gli intellettuali francesi e anche con Morin, ispira l’altro dei sette saperi per il prossimo futuro. Simon Weil sta con gli esclusi, fino a diventare una di loro, in un percorso mistico e doloroso. Edgar Morin e Simone Weil indicano nell’etica della solidarietà la speranza per un futuro vivibile.

Fotografia colorata di Karl Marx (cr. Artistoteles Wikimedia commons)

La solidarietà era un traguardo per Simone Weil che criticava “Il capitale” di Marx, letto da giovanissima, in quanto più attento all’apparato che alla vita degli umili.  La comprensione verso i vicini e i lontani è una esigenza inderogabile. Se è vero che la possibilità di autoannientarsi è sotto gli occhi di tutti, ricreare una comunità terrestre che inizi a risolvere i problemi, forse potrebbe invertire la presenza della morte nel mondo. La morte ecologica, le pandemie, le guerre che portano la distruzione nelle nostre anime hanno bisogno di un nuovo pensiero utopico. Abbiamo capito di essere abitanti di un mondo intero?

Lo scrittore Haruki Murakami (cr. Ministerio de la cultura Ecuador Wikimedia commons)

Spesso siamo figli unici anziché fratelli. Abbiamo urgenza di abbracci. Haruki Murakami per venti anni non ha parlato con suo padre che si era imbarcato il 3 ottobre 1938 per la guerra sino-giapponese contro la Cina. Il figlio odia la guerra e l’ha percepita attraverso il padre che teme abbia partecipato ai massacri avvenuti. Nella guerra sino-giapponese, il massacro di Nanchino, allora capitale della Repubblica cinese, è un nodo doloroso. La città, caduta in mano all’esercito giapponese, viene sottoposta a violenze inaudite. Stupri, saccheggi, incendi di abitazioni, migliaia di persone uccise.

Stampa sulla battaglia del Mar Giallo (cr. Dimi Talen Wikimedia commons)

Lo scrittore nel libro “Abbandonare un gatto” è a un bivio. Vuole recuperare la figura di un padre amato, nonostante tutto. Murakami considera la guerra un male da estirpare. La scelta di avere avuto come amici quattro gatti, è un segno di speranza. Si riesce a stare in pace, coccolando un gatto mentre si scrive. Il gatto è una metafora di casa e di appartenenza. L’odio si scioglie nell’affetto. L’ utopia non fa male e, se ci crediamo, forse una parte di essa si realizza.

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