Il tradimento dell'adolescenza

Il tradimento dell'adolescenza

Generationen (cr. Klaus D. Peter Wkimedia commons)

I giovani specchio delle fragilità adulte

Le società occidentali hanno subìto un profondo processo di trasformazione, a partire dalla fine degli anni Settanta. Si aprono spazi sempre più ampi all’individualismo, al consumismo e al narcisismo.

L’adolescente, nella famiglia tradizionale cresceva in una sorta di complesso edipico, per cui l’educazione dipendeva dal senso di colpa e dalla paura delle punizioni.

I minori dovevano obbedire senza discutere, e rispettare l’autorità, la “norma”, che si esprimeva nella figura del padre e dell’insegnante. I “valori” e gli ideali politici erano imprescindibili.

Per crescere e realizzare se stesso, l’adolescente sentiva la necessità di opporsi al ruolo degli adulti, “fare le proprie esperienze”, essere trasgressivo. Si maturava anche per opposizione, per contestazione. La vita era “spericolata”, come cantava Vasco, e lo scontro assumeva una valenza generazionale. L’identità femminile si riconosceva sempre meno nel ruolo materno e domestico. La donna single non era più additata come “zitella”.

L'uso delle droghe era un gesto trasgressivo (cr. Elsa Oloffson Wikimedia commons)

L’uso delle droghe era trasgressivo e rappresentava l’apice del conflitto, della ribellione.

Famiglia relazionale

A far tempo dagli anni Ottanta, inizia ad aprirsi una nuova dimensione affettiva-educativa: la famiglia relazionale. L’autorità paterna si ridimensiona, il padre va in crisi sin dalle prime esperienze in sala parto, diventando meno reale e più simbolico.

Si aprono nuove prospettive per la madre, non ultima quella, spesso necessaria, del lavoro. Prevalendo l’intesa affettiva e relazionale con i figli, la sua continuità diventa progressivamente il fine ultimo dell’intervento educativo stesso.  La relazione rappresenta una delle poche certezze, un baluardo familiare in una società che appare sempre più incerta, con sistemi di valori indefiniti.

La madre accoglie il bambino che viene al mondo, lo rassicura facendogli capire che è il benvenuto e che avrà voce in capitolo. Non è più qualcuno da sottomettere all’obbedienza ma diventa un bambino “relazionale”.

Inizia una fase di precocizzazione delle esperienze infantili, contemporaneamente alla diffusione di un narcisismo sempre meno strisciante. La storica, tradizionale comunità educante, come la conosciamo, inizia a sgretolarsi.

La solitudine e la noia sono bandite dall’infanzia, i bambini vengono progressivamente adultizzati, per entrare in un circolo vizioso di precocizzazione della pubertà psichica rispetto a quella naturale, che arriva con la maturazione fisica.

Bambini in una scuola primaria degli Stati Uniti (cr. Dave Parker Wikimedia commons)

I genitori ripongono grandi aspettative sui loro piccoli, nella loro socializzazione come nel loro corpo. L’adolescente spesso si trova impreparato al corpo reale, diverso da quello idealizzato, non scelto da lui ma da madre natura. E lo deve mentalizzare, introiettare nell’immagine di sé. I più fragili, e non sono pochi, lo temono, lo rifiutano.

Da ciò nascono il disagio, che si manifesta sotto forma di vergogna di sé, la delusione, il senso di inadeguatezza rispetto agli obiettivi. Il timore dell'impopolarità, dell'anonimato crescono con l’uso della rete e dei social.

Corpi rifiutati

Ci sono adolescenti che reagiscono disconoscendo il corpo, anestetizzandolo e attaccandolo con gesti autolesivi (disturbi alimentari, autolesionismo a volte fino al suicidio, ritiro dalla scuola e dalla società, sovraesposizione sui social).

La nuova vergogna di sé è più difficile da superare rispetto agli antichi sensi di colpa e timori della punizione.

Fare i conti con il corpo significa anche fare i conti con il dolore, l’imperfezione e la morte. Lo abbiamo insegnato ai nostri figli?

Secondo molti psicologi, i comportamenti a rischio dei ragazzi dipendono soprattutto dal crollo del mito dell’onnipotenza infantile. Funzionano come tentativo di controllo attivo sulla morte e della propria esistenza.

In questo quadro si è inserita la Rete. Ha contribuito a formare il sé degli adolescenti. Non ne è la causa principale e si adatta bene alla nuova organizzazione della famiglia.

Nella mente dei ragazzi, fra gli 8 e i 12 anni, il consumo digitale nasce all’interno delle relazioni familiari. La relazione senza contatto corporeo è già avvenuta, poi transita attraverso la relazione con il gruppo dei pari (è in questo contesto che può nascere il consumo di sostanze).

La madre tende a diventare virtuale: delega il corpo del figlio alla scuola, ai vari insegnanti, alla palestra, ma da remoto ne governa le attività, scelte e decise non da lui o lei, tramite il dispositivo digitale: geolocalizzazione, whatsapp, social, eccetera.

Si impossessa del cellulare e lo diffonde ai figli, in tal modo insegnando come si vive nella società dell’immagine.

Un bambino davanti a un computer (cr. Biswarup Ganguly Wikimedia commons)

La vergogna, la delusione, la rabbia, il disagio del figlio, di quel “cucciolo d’oro” che ha avuto tutto, e che si ritrova con un corpo inspiegabilmente rifiutato, rappresentano per lei, e per il padre quando partecipa, un disturbo, un affronto.

“Ti abbiamo dato tutto quello che alla tua età non abbiamo avuto, ti abbiamo ascoltato, insegnato che la relazione può essere forte anche a distanza. Ti abbiamo difeso contro i soprusi della scuola.”

Post narcisismo

Quel disagio mette in crisi il bisogno dei genitori di sentirsi adeguati come tali. Ma forse hanno sottovalutato i bisogni di crescita, di identità dei figli, il processo di identificazione con loro.

Matteo Lancini, psicologo clinico italiano, alla domanda: “Come si possono riportare al centro del mondo i bambini e gli adolescenti?” risponde (riassumo con parole mie): “Comportatevi con loro come fate con il vostro cane o il gatto. Ma dovete chiedere loro come si sentono nei propri panni, quali sono i pensieri, i desideri nascosti, quali aspetti emotivi loro ritengono fondamentali. Vi risponderanno. Parlate anche del dolore, dell’imperfezione umana, della perfezione fasulla e truccata del web. Spiegate che la crudeltà e la violenza dei giochi virtuali li allontana dal dolore degli altri. Cercate di elaborare insieme una prospettiva futura, lontana dal successo effimero dell’immagine.”

Lancini sostiene che siamo entrati nella fase del post-narcisismo, in cui appare sempre più evidente la fragilità adulta, che i ragazzi hanno ben compreso. E quando questi si trovano in difficoltà, non parlano con i genitori, non chiedono il loro aiuto. Vogliono risparmiare loro l’ansia, l’angoscia. Per esempio, non raccontano il brutto voto non perché temono una punizione, che non ci sarà, ma perché non vogliono guastare la tranquillità familiare, provocare tensioni, agitazione.

Il selfie è diventato un gesto abituale (cr. R4vi Wikimedia commons)

Più facilmente chiedono aiuto al gruppo dei pari, il solo giudice severo che conoscono, anche attraverso la rete. Dunque, spazio agli amici virtuali, ai like, alle foto postate sui social.

In fondo la rete e i selfie li hanno creati mamma e papà, con le loro fragilità. Quando postano un’esperienza di sé, o si fanno un selfie in un certo luogo o ad un evento, conta il viso, la presenza propria e dei figli. E spesso si tratta di minori, a partire dalla ecografia morfologica. Il fenomeno è in espansione.

Contano l’immagine, la visibilità e la sovraesposizione, in nome del riconoscimento altrui, la conferma di esistere. Per sentirsi vivi.

Viene spettacolarizzato anche il dolore, la malattia, per allontanarsene, per esorcizzarli, per non doverli elaborare.

Dietro aleggia, impalpabile, l’ombra della fragilità. Di noi adulti.

 

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