La tettarella elettronica

La tettarella elettronica

Bambini impegnati con un tablet (cr Guillame Bonzoms Wikimedia commons)

I desideri vittime delle nuove dipendenze

Il filosofo e psicanalista Umberto Galimberti propone una teoria affascinante sull’origine del termine “desiderio”, basata su un passaggio del “De bello gallico”, come fosse un neologismo inventato da Giulio Cesare nella sua opera.  Al tramonto, al termine della battaglia, Cesare ordinava ad un certo numero di soldati, che lui definiva i “Desiderantes”, di disporsi attorno all’accampamento ad attendere, anche chiamandoli a gran voce, i commilitoni che non erano ancora rientrati. L’attesa notturna sotto le stelle si concludeva alla prima luce del mattino. Coloro che non erano rientrati venivano considerati caduti sul campo e abbandonati al loro destino.

Saltando ai nostri giorni è necessario distinguere il termine “desiderio” dal termine “dipendenza”, che si sostanzia in un legame indissolubile e insopprimibile con l’oggetto desiderato e con alterazioni addirittura invalidanti del comportamento.

Il dopo Covid

Il periodo del Covid ha reso evidente l’emergere di sempre più numerosi disturbi del neurosviluppo: depressione in inusuali età preadolescenziali, (uno su due si dichiara triste o addirittura angosciato), disturbi dello spettro autistico (erano 1 su 1.000 nati negli anni 80-90 oggi siamo a 1 su 44) e, oltre alle vecchie, anche le nuove dipendenze, da internet, dai social media, dai telefonini, dal computer.

Forse anche certi comportamenti di violenza, il fenomeno delle bande giovanili, il bullismo e non solo quello in rete, il gioco d’azzardo in internet, la divulgazione di informazioni personali altrui con l’intento di fare del male risentono della “sprogrammazione” del normale desiderio dovuta a lesioni del neurosviluppo.

Più precoce è l’età di esposizione, maggiore è l’impatto sullo sviluppo del sistema nervoso, con danni più rilevanti rispetto all’adulto.

Il fenomeno delle dipendenze poggia su cause più complesse, psicosociali, familiari e biologiche. Queste ultime sono l’espressione del “Sistema della Dopamina” o della ricompensa, che interviene in dosi sempre più massicce, in una sorta di autorinforzo, ad aumentare la motivazione alla ricerca della ricompensa, all’interno di un deserto di solitudini in espansione.



"L'ansia", opera di Edvard Munch (Munch Museum di Oslo, Wikimedia commons)

Ogni volta che il telefonino squilla o annuncia notifiche, ogni volta che siamo portati a controllare eventuali messaggi, testi, il cervello premia con una dose di dopamina, il neurotrasmettitore del piacere. Poi questa aumenta stimolando una coazione a ripetere l’azione stessa che a sua volta produce altra dopamina, fino alla ricerca compulsiva, spesso motivata solo dall’azione in sé e per sé, dell’utilizzo urgente del telefonino.

La stessa ripetizione della risposta cerebrale di ricompensa fa perdere interesse per altre attività quotidiane, dunque per le interazioni reali con gli altri, non virtuali, in una desertificazione progressiva delle relazioni.

Quanti genitori, non solo per lavoro o durante le riunioni, controllano eventuali messaggi o ne inviano in momenti sconsigliabili, quanti usano la messaggistica delle chat line anche di fronte ai bambini o mentre si mangia, mentre si dovrebbe dormire.

Già prima dei tre anni di vita si può incappare in una sovraesposizione ai dispositivi digitali con la relativa dipendenza e alterazioni delle connessioni cerebrali, mentre in era predigitale solo l’allattamento poteva creare qualche forma di dipendenza “fisiologica” perché legato alla sopravvivenza. Durante una crisi d’astinenza da tablet nulla riesce a consolare il bambino, né la madre né un giocattolo tradizionale. Ha già perso forse del tutto l’immaginazione simbolica, necessaria al neurosviluppo, non più sostenuta da una sana relazione interpersonale di contatti corporei, di linguaggio verbale e non verbale, di espressioni emozionali, di sguardi.

Se un bambino di tre anni o meno sta due ore al giorno di fronte a un dispositivo elettronico, che sia telefonino o computer, da adolescente avrà minori competenze attentive, linguistiche e sociali.

I dispositivi digitali possono favorire l’apprendimento purché usati dopo i tre anni, in modo consapevole, educativo, cosa che non di rado si scontra con il disagio dei genitori nell’era attuale del post narcisismo (che meriterebbe una trattazione a parte).

Il falso baby sitter

Noi umani siamo nati per stare in connessione ma non attraverso i dispositivi digitali. La realtà virtuale è troppo disallineata rispetto ai tempi lenti, di almeno duecentomila anni, dell'evoluzione di Homo Sapiens.

Il cellulare si sta trasformando progressivamente in una sorta di baby sitter digitale che lascia una maggiore libertà ai genitori tenendo impegnati piacevolmente i figli. Talvolta addirittura diventa una tettarella elettronica che tranquillizza il cucciolo e seda l’ansia della madre.

Le Società scientifiche di Pediatria e Neuropsichiatria Infantile scoraggiano l’esposizione dei figli entro i primi tre anni di vita alla tecnologia. A quattro e cinque anni di vita consigliano non più di un’ora al giorno insieme a un genitore, evitandone l’uso a scopo calmante o per tenere occupato il figlio. Infine, dai sei ai sedici-diciassette anni non più di tre ore e possibilmente più per motivi scolastici che ricreativi. Anche i videogiochi possono indurre dipendenza e favorire la tendenza all’azzardo o al gioco compulsivo su Internet.

L’ottica non è quella del rifiuto in blocco della tecnologia informatica ma dell’uso critico e consapevole, tenendo presente che la comunicazione tramite social - il discorso vale per figli e genitori - è superficiale e incompleta per la povertà del linguaggio del corpo, l’assenza del contatto visivo. Inoltre la relazione sociale tende a evaporare per la perdita progressiva del livello emotivo delle relazioni in presenza.

L’adolescente sperimenta una difficoltà progressiva nelle abilità sociali necessarie per l’interazione, alza barriere affettive, riduce l’empatia per scarso riconoscimento dell’espressione delle emozioni, dei sentimenti e dei comportamenti degli altri, sperimenta disagio nell’esprimere le proprie emozioni o a mantenere conversazioni fluide.

Si privilegiano messaggi brevi e frammentati, il linguaggio si impoverisce, il pensiero riduce la sua completezza. Il testo scritto perde importanza a favore di un gergo specifico, un linguaggio digitale adolescenziale e anglofono. Le prime vittime sono la cultura e il desiderio.
                                                                                      

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