Perché anche mangiare è politica

Perché anche mangiare è politica

Il tradizionale pranzo della domenica in trattoria della famiglia italiana, 1948-55 (cr. Nat. arch. at College Park)

Cibo, quanto si è perso dalla tradizione all’omologazione

Domandarsi qual è la funzione del cibo, può sembrare banale o retorico perché la risposta automatica è: quella di mantenere in vita l’organismo umano e animale.  Poi, ad una valutazione un po’ più accurata, ci rendiamo conto che può essere anche altro: fonte di conforto emotivo, capace di modulare l’ansia e la depressione, e un modo di prendersi cura di qualcuno e di gestire la convivialità. La scienza ci dice che è anche un modulatore delle funzioni cerebrali, dei pensieri, delle emozioni, dei comportamenti.


Ortaggi prodotti da agricoltura biologica (cr. Elina Mark Wikimedia commons) 

Infine, è un elemento costitutivo fondamentale della nostra identità, è un simbolo di appartenenza a un territorio, a un’etnìa, di memoria condivisa e di tradizioni. Le tecniche culinarie si mescolano a rituali condivisi storicamente. In contesti di migrazione e sradicamento dalla propria terra oppure in certe patologie, come l’anoressia nervosa, assume un valore identitario molto alto. L’Unesco ha individuato in vari alimenti e cucine nazionali una parte del patrimonio immateriale dell’umanità, sottolineandone la valenza antropologica, economica, culturale, psicologica e storica.

Il ramen, piatto classico orientale (cr. V. Argenberg Wikimedia commons)

Le tradizioni alimentari e culinarie (i modi di cucinare e consumare il cibo, i rituali dei pasti, le ricette) sono, per Bernard Stiegler, pratiche simboliche, cioè segni culturali in grado di raccontare la storia di un popolo, celebrare festività, marcare stagioni e transizioni di vita attraverso rituali consolidati.



Lezione del filosofo Bernard Stiegler (cr. H. Clavreul Wikimedia commons)

Il consumismo globalizzato, la tecnologia iperindustriale e i mass media stanno svuotando il cibo dei suoi significati più profondi, simbolici. Non più dono della terra, frutto di tradizioni e di lavoro, ma merce da scaffale.

Stiegler parla di miseria simbolica indicando la perdita di capacità di partecipare alla produzione di simboli, cioè di contribuire alla creazione di significati di senso attraverso le pratiche simboliche condivise. Questo impoverimento riguarda anche il saper fare concreto e i costumi sociali.


Totò a tavola in "L'allegro fantasma" con il Trio Primavera, 1941 (Wikimedia commons)

Quando il simbolo si impoverisce pratiche tradizionali come il modo di cucinare e vivere il cibo possono perdere valore, ridotte a mere etichette di consumo. Cibi tipici trasformati chimicamente e meccanicamente in prodotti di lunga durata e largo consumo, ultraprocessati, perdono la valenza di pratiche identitarie radicate, assumendo anche la caratteristica di minore salubrità.

Le tradizioni alimentari autentiche partecipate e praticate attivamente (acquisto diretto, cucina familiare o comunitaria, feste di paese, scuole di cucina locale, alimentazione scolastica) possono essere percepite come resistenze positive alla perdita simbolica.


Belmondo a cena in via Veneto, 1960 (cr. Keystone/Hulton archive Wikimedia commons)

Il marketing non risponde più a bisogni esistenti, ma li crea manipolando l’energia del desiderio e trasformandola in pulsione all’acquisto. Questo, a lungo andare, fa evaporare la nostra capacità di desiderare davvero e si perde “il saper vivere”, rischiando di trasformarci in una società dominata dalla apatia, dal narcisismo distruttivo e dall’incapacità di pensare e costruire il futuro.

Stiegler sostiene che “non c’è politica possibile che non sia una politica del desiderio”. Il cibo sta perdendo sempre più tre valori che l’industria non può fabbricare in laboratorio come gli additivi alimentari.


Allevamento di bovini (cr. S. Migliari Wikimedia commons)

Verità
, cioè la genuinità: trasparenza e sostenibilità umana, animale e ambientale. L’agricoltura e gli allevamenti intensivi, le monocolture, i trattamenti industriali spinti, i pesticidi, gli antibiotici, alimenti truccati con additivi e promossi con slogan falsamente salutistici, lo sfruttamento dei lavoratori, creano alimenti privi di genuinità, insinceri, lontani dalla tradizione.


Piatti di mare cucinati alla messicana (cr. Amadscientis Wikimedia commons)

Bellezza
, cioè la sensualità che deriva dalla cura nelle preparazioni e nella presentazione del piatto. La cucina è l’unica arte che accende tutti i cinque sensi contemporaneamente: il gusto (sapori), la vista (composizione e colori), l’olfatto (aromi), il tatto (consistenza), l’udito (croccantezza). Ancora prima di mangiare, il pensiero, la vista e l’olfatto stimolano i nostri sensi, e vari segnali nervosi arrivano al cervello che, a sua volta, stimola la produzione di enzimi digestivi in bocca e nello stomaco. La acquolina in bocca ci prepara al pasto.


Girasoli usati nella produzione di oli (cr. Anai 171 Wikimedia commons) 

Bontà
, cioè la salubrità del cibo, che non è solo l’assenza di contaminazioni. Il cibo è buono se piacevole al palato ma anche se ha buone qualità nutrizionali, promuovendo la salute, e non nuoce all’ambiente.

Meno cibo spazzatura, alimenti meno elaborati dall’industria ridurrebbero i costi per la sanità pubblica, costretta a curare malattie cardiovascolari, diabete, ipertensione, tumori, in parte dovuti ad una alimentazione non sana.


De Nittis, "Pranzo a Posillipo", 1879 (Wikimedia commons)

Manca la volontà politica di far prevalere la salute pubblica rispetto alla libertà d’impresa, creando un falso idolo del made in Italy. Si proclamano slogan identitari fuorvianti, incapaci di frenare la progressione della miseria simbolica segnalata da Stiegler. Se la politica si occupa solo di economia e gestione e lascia il desiderio nelle mani delle multinazionali, la democrazia si indebolisce perché i cittadini diventano consumatori politici guidati dal risentimento, dalla paura e dalla pancia, invece che da un pensiero critico che necessita di una salda e riconoscibile identità. 

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