Scorie radioattive in cerca di pattumiera    

Scorie radioattive in cerca di pattumiera    

Bidoni per la conservazione di scorie radioattive (cr. D5481026 Wikimedia commons)

Possibili soluzioni per i rifiuti prodotti in Italia

Adriano Celentano in una sua canzone del 1972 immaginò l’inquietante crescita di un “albero” di 30 piani, un mostro edilizio (il “Pirellone” di Milano?) che simboleggiava tristemente la vittoria finale del cemento sulla natura. Proprio un palazzo di 30 piani, della larghezza di 20 metri, potrebbe contenere tutti i rifiuti radioattivi presenti oggi in Italia: 33.000 metri cubi in gran parte costituiti però dai materiali di confinamento necessari a impedire la diffusione di radiazioni.


Adriano Celentano e Claudia Mori nel 1972 (cr. Sorrisi e canzoni Wikimedia commons)


E’ giusto ricordare come termine di paragone che il nostro paese produce ogni anno 10 milioni di tonnellate di rifiuti “pericolosi” (solventi, oli esausti, catrame, amianto, metalli pesanti) per un volume che è stimabile in 20 milioni di metri cubi. Anche i semplici rifiuti urbani si aggirano annualmente intorno ai 30 milioni di tonnellate e siamo ben lungi dal raggiungere l’obiettivo del riciclo fissato al 65%.


Il sito della centrale nucleare di Caorso (cr. Simone Ramella Wikimedia commons)


Qual è l’origine dei nostri rifiuti radioattivi? Poco più della metà proviene dalle quattro centrali nucleari che furono attive: Latina, Garigliano-Sessa Aurunca, Trino e Caorso. Il 42% deriva da attività nel campo della medicina, dell’industria e della ricerca; quota destinata a crescere. I nostri ospedali con la radioterapia, la medicina nucleare e le analisi radioimmunologiche sono responsabili della produzione di 600 metri cubi di rifiuti ogni anno, in gran parte a bassissima attività e costituiti non solo dalle sostanze utilizzate ma soprattutto dai materiali contaminati: garze, indumenti, lenzuola, camici, guanti, siringhe. Non dimentichiamo poi l’uso corrente che viene fatto delle radiazioni nell’industria: la radiografia dei materiali, che utilizza spesso sorgenti emittenti da smaltire al momento del loro esaurimento, è irrinunciabile in certi ambiti per verificare l’efficacia delle saldature e l’integrità delle tubazioni.



La piscina nucleare della centrale di Caorso (cr. Simone Ramella Wikimedia commons)


Ma dove stanno questi rifiuti? Certo non a Scanzano Jonico, dove la decisione nel 2003 di individuare quel comune come sede di deposito delle scorie radioattive scatenò una protesta generalizzata rimasta nelle cronache come “marcia dei centomila”. Le motivazioni della scelta erano state le caratteristiche geologiche del territorio (spessi banchi argillosi) e la bassa densità abitativa.

In Slovacchia barili per rifiuti radioattivi (cr. Schimic Wikimedia commons) 

E’ proprio la densità abitativa del nostro paese che costituisce un problema, essendo quasi il doppio di quella di Francia e Slovacchia, i paesi europei che maggiormente basano la produzione di energia sul nucleare e che producono quindi più rifiuti. Questi due paesi hanno risolto brillantemente il problema della gestione dei rifiuti a bassa attività allestendo modernissimi depositi di superficie in aree poco abitate. Va detto però, per completezza di informazione, che nessuno dei due paesi è ancora riuscito a realizzare un sito per lo stoccaggio in profondità dei rifiuti ad alta attività. E ad impedirlo non sono state le preoccupazioni per la sicurezza (che è massima, anzi assoluta), ma la difficile accettazione da parte delle comunità locali.


La centrale nucleare di Doel, in Belgio (cr. Michiel 1972 Wikimedia commons)


Francia e Slovacchia, così brave e così avanti, si sono anche prestate “generosamente” (dietro lauto compenso) ad aiutarci a gestire i nostri rifiuti: la Slovacchia ha conservato e trattato (riducendone il volume al 10% di quello iniziale) 1.300 metri cubi di rifiuti; la Francia ci affitta da decenni i suoi depositi temporanei ospitando 5.500 metri cubi di rifiuti ad alta attività che non abbiamo la possibilità di gestire. Il contratto è stato rinnovato recentemente fino al 2040 a costi ovviamente altissimi (3 miliardi di euro spesi sinora).

Contenitore per rifiuti da raggi X (cr. X ray doors Wikimedia commons)

Non abbiamo ancora risposto alla domanda precedente. Dove stanno i nostri 33.000 metri cubi? La maggior parte sono stoccati come depositi temporanei nelle quattro ex centrali già citate, il resto si trova nelle province di Roma, Matera, Alessandria, Vercelli in quattro centri di ricerca di Enea (fino al 1991 “Energia Nucleare ed Energie Alternative”, oggi “Ente Nuove Tecnologie Energia e Ambiente”...). La maggior parte dei rifiuti ospedalieri viene invece conservata in sicurezza negli stessi ospedali fino al decadimento per essere poi smaltita come rifiuti speciali.


La centrale di Gosgen, in Svizzera (cr. J. Toma Wikimedia commons)


L’attuale norma italiana prevede la costruzione di un deposito nazionale (definitivo) dei rifiuti. Sono state individuate 51 aree idonee (a bassa densità abitativa e con caratteristiche geologiche adeguate) così distribuite: 21 nel Lazio, 10 in Basilicata, 8 in Sardegna, 5 in Piemonte, 5 in Puglia, 2 in Sicilia. E’ stato emanato anche un bando per ulteriori candidature da parte dei territori: nessuna domanda. Il deposito comprenderà un parco tecnologico con laboratori di ricerca e di sviluppo industriale che potrà costituire un polo di attrazione per ricercatori ma anche per visitatori.


Il deposito di scorie di Runit, Isole Marshall (cr. Us defense special weapons agency Wikimedia commons)


Tutto ciò scatena una riflessione. Abbiamo da una parte i tecnici che conoscono il rischio, sanno come gestirlo, sono certi che si possano realizzare depositi sicuri e propongono candidamente ai Comuni di farsi avanti; dall’altra abbiamo tantissime persone che non solo non vorrebbero mai vivere vicino ad un deposito di rifiuti radioattivi, ma non penserebbero neppure lontanamente di visitarlo. Ma non è un dialogo tra sordi?


Il trasporto di materiali radioattivi (cr. E. Koch Anefo Wikimedia commons)


Le posizioni appaiono inamovibili. Progettare un deposito e prevedere addirittura le visite sembra fuori dalla realtà (o almeno dall’attuale realtà), come sono fuori dalla realtà alcuni oppositori netti che spesso basano la loro opinione su dati incompleti e su una scarsa conoscenza del problema e del problema energetico in generale.

La centrale di Barseback in Svezia (cr. Lars Bo Wassimi Wikimedia commons) 

E’ chiaro che il deposito nazionale in questo clima culturale resterà solo un bel progetto sulla carta: calare la decisione dall’alto rischierebbe non solo di acuire le contrapposizioni e scatenare proteste ma porterebbe sicura perdita di consenso per la parte politica che se ne assumesse la responsabilità.



Ciampi con il presidente americano Bush (cr. E. Dramer Wikimedia commons)


Come uscirne? Non abbiamo soluzioni, ci permettiamo solo di ricordare due grandi personaggi: il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi che è stato convinto fautore della crescita culturale scientifica nazionale nella scuola e nell’università ma anche al di fuori, chiedendo a chi fa istruzione e ricerca di aprirsi all’esterno in una progettualità che coinvolga il mondo del lavoro e la società in generale, non trascurando la semplice ma importantissima divulgazione scientifica generalizzata; Piero Angela che è stato insignito nel 2018 del Premio “Carlo Azeglio Ciampi”, proprio per il suo impegno nella divulgazione. Lui che con il suo libro “La sfida del secolo” aveva approfondito in modo documentato, trasparente e razionale molte delle problematiche affrontate in questo piccolo lavoro.

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