Abramo e un amaro boccone di dolce vita

Abramo e un amaro boccone di dolce vita

In via Veneto le riprese di una scena de "La dolce vita" di Fellini

Orlandini, artista nel crepuscolo della Roma del bel vivere

Venerdì è morto a 65 anni l'attore e pittore Abramo Orlandini, da tempo dimenticato dal mondo del cinema. Iosonospartaco lo ricorda come ultimo esponente di un mondo artistico e di uno stile di vita ormai scomparsi.

Il quotidiano culturale che state leggendo – iosonospartaco.it – per propria scelta ha deciso di tenersi alla larga da un incasellamento politico e dal restringersi in un ambito territoriale di tipo provinciale. Perché quindi parlare della morte di una persona conosciuta in una sola provincia – Reggio Emilia – pur avendo avuto un passato ricco di esperienze di calibro maggiore? Perché la morte di quest’uomo – Abramo Orlandini, nome ai più sconosciuto – rappresenta la fine di una stagione che a piena ragione può dirsi iniziata oltre mezzo secolo fa. La stagione della dolce vita.


Abramo Orlandini in rosa a passeggio a Reggio Emilia (cr. Enrico Rossi per Rossi fotografi)


Quale dolcezza può esservi nella vita di un uomo morto a 65 anni dopo averne trascorsi gli ultimi in una casa di riposo, afflitto da malattie serie e non più in grado di ricavare dall’esistenza le gioie e soddisfazioni che lo avevano reso unico? Qui sta il punto. Abramo Orlandini anche se appartenente a una generazione successiva a quella dei frequentatori di via Veneto a Roma e delle coppie celebri inseguite dai fotografi, ha rappresentato l’ultimo anello di un’onda lunghissima partita dagli anni d’oro della Hollywood romana, quando il cinema poteva dare un’opportunità se non a tutti quanto meno a molti.


Anna Magnani e Totò in "Risate di gioia", 1960 (Wikimedia commons)


Tale e tanta era la produzione cinematografica – non solo capolavori, c’era tanto cinema di serie B – da richiedere la presenza di grandi attori ma anche di comprimari di rango e di personaggi bizzarri contenti di legare il proprio nome e il volto a un settore artistico in enorme espansione al punto da apparire inesauribile. I conoscitori del cinema italiano possono ritrovare questa situazione nel film “Risate di gioia” girato da Monicelli nel 1960, in cui Anna Magnani e Totò interpretano due comparse di Cinecittà impegnate a inseguire un improbabile momento di gloria che non arriverà mai.

Ugo Tognazzi ed Elena Sofia Ricci in "Ultimo minuto" di Pupi Avati (Wikimedia commons)

La produzione di film in Italia da un pezzo non è più quella degli anni Sessanta tuttavia attorno al mondo del cinema hanno sempre continuato a gravitare personaggi che per la loro particolarità e disponibilità hanno incontrato il gradimento di registi anche di grido. Fra questi Abramo Orlandini, mai protagonista ma riconoscibilissimo in molte produzioni di successo. Il volto strano e la capacità di lasciare il segno in ruoli di contorno ne hanno fatto più di una comparsa, un comprimario di sicura efficacia. Un esempio. In “Ultimo minuto”, pellicola del 1988 ambientata da Pupi Avati in un corrotto mondo del calcio, nella claque di tifosi chiamati da applaudire il presidente Ferroni – Ugo Tognazzi – il primo volto che si incontra è quello di Abramo Orlandini che impersona una delle macchiette umane realmente esistenti in natura impegnate a campare alle spalle e alle spese di campioni dello sport che ne fanno i propri zerbini.


Abramo Orlandini alle spalle di Vittorio Sgarbi in "Sgarbi quotidiani" (da X)

Ma il cinema – siamo agli inizi degli anni Novanta – viene soppiantato dal boom delle televisioni legato all’ingresso di Berlusconi sul mercato e per Orlandini si apre una nuova possibilità che coglie al volo, diventando una celebrità nazionale anche se il suo nome nessuno lo conosce. Assoldato come maggiordomo di Vittorio Sgarbi in “Sgarbi quotidiani” è presenza fissa nelle case degli italiani pur senza parlare, fermo immobile alle spalle del critico d’arte ancora giovane e non entrato nell’agone politico. Proprio questa era l’onda lunghissima di un mondo dello spettacolo che non sapeva più offrire una dolce vita ma qualche spicciolo di popolarità a buon mercato.


Abramo Orlandini con sigaretta e cappello rosa (cr. Enrico Rossi per Rossi fotografi)

Anche quell’esperienza terminò e Abramo Orlandini con i suoi vestiti di assurdi colori ritornò a percorrere le strade della sua città portando in mano i quadri dipinti in uno stile indefinibile e difficilmente vendibili. Le sue condizioni di salute sono andate via via peggiorando, al punto da rendere Orlandini bisognoso dell’aiuto altrui. I suoi concittadini sono stati prodighi soprattutto di affetto non facendolo mai sentire solo, anche dopo il ricovero in una casa di riposo.

In via Veneto la lapide a ricordo del film di Fellini (cr. P. Clark Wikimedia commons)

La notizia della sua morte a 65 anni, con un fisico gravemente compromesso, ha colpito più che altro la sua stessa generazione, quella di chi lo aveva conosciuto ragazzo per poi vederlo spiccare il volo verso una Roma che avrebbe dovuto dargli la celebrità e il benessere salvo poi obbligarlo a tornare sui propri passi. La dolce vita è un’espressione oggi nota solo agli anziani, Abramo Orlandini, che anziano non era, ha fatto in tempo a scoprire quanto potesse essere amaro l’ultimo boccone di questa dolcezza.    

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