Il gatto al cinema, a teatro, nei fumetti

Il gatto al cinema, a teatro, nei fumetti

Un gatto lungo un vicolo a gradini a Massa Marittima, Grosseto (cr. G. Gianni o O Wikimedia commons)

I mille ruoli del felino nelle nostre esistenze

Se il cane è indubbiamente il migliore amico dell’uomo che dire allora del gatto? Parliamo di quello che forse è l’animale più “domestico”. Infiltratosi 10.000 anni fa nelle prime comunità stanziali umane divenne ben presto il beniamino delle grandi civiltà agricole, dal Medio Oriente alla Cina, per la sua indispensabile attività di caccia ai roditori e quindi di protezione dei granai e dei raccolti.


Statuetta della dea-gatto Bastet, al museo egizio di Torino (cr. Cangminzho Wikimedia commons)


In Europa arrivò, come l’agricoltura, un po’ più tardi e in America solo con gli europei; ma nel frattempo la sua importanza era tale da assurgere a ruoli divini presso gli antichi egizi (la dea-gatto Bastet) fino al maniacale amore (e timore) che ne hanno in Giappone, come è testimoniato dall’onnipresenza del maneki neko, il gattino portafortuna che nella sua versione commerciale è diventato un marchio di enorme successo (Hello Kitty).

Anche Hello Kitty in una cerimonia ufficiale in Giappone (Wikimedia commons)

Pur essendo completamente falsa la leggenda nera che li vorrebbe perseguitati nel medioevo è vero che questi felini, per il loro carattere indecifrabile ed edonista, sono sempre stati visti come fortemente ambivalenti, creature liminali, non ascrivibili ad una semplice dicotomia bene/male. Non è un caso che nelle moderne saghe cinematografiche di Batman questo sia proprio il ruolo di Catwoman, a volte ladra e a volte eroina, interpretata via via dalle bellissime Michelle Pfeiffer, Halle Berry, Anne Hathaway e Zoë Kravitz.


Il busto di Catwoman al museo del cinema di Torino (cr. SunOfErat Wikimedia commons) 


Onnipresente nel folklore e nelle fiabe l’amabile felino si presenta come Gatto Mammone o indossando i famosi stivali, fino a diventare lo Stregatto di Alice nel Paese delle meraviglie o il compare, altrettanto furfante, della Volpe in Pinocchio. Edgar Allan Poe gli dedicò uno dei suoi racconti più orrorifici (Il gatto nero, il cui nome Plutone era già un programma). Charles Baudelaire ne cantò il fascino ambiguo all’interno de I fiori del male. Émile Zola, lui stesso indefesso “gattaro”, scrisse Il paradiso dei gatti. T.S. Eliot compilò addirittura una raccolta di bizzarre poesie a loro dedicate: Il libro dei gatti tuttofare.


L'insegna del musical Cats a Broadway (cr. Broadway Spain Wikimedia commons) 


Opera che è all’origine di Cats di Andrew Lloyd Webber, che si è rivelato uno dei musical di maggior successo della storia e contemporaneamente, nella sua trasposizione cinematografica del 2019, uno dei più catastrofici insuccessi di Hollywood. Uno dei demoni al servizio di Woland, ne Il Maestro e Margherita di Bulgakov, è l’enorme gatto Behemoth, ghiottone e onnipotente.


Andrew Lloyd Webber (cr. Effie Wikimedia commons) 


Nel 1913 uscì la prima striscia a fumetti con un micio protagonista: Krazy Kat, innamorato del topo Ignatz, che lo picchia sempre con un mattone. Da lì parte una sequenza di personaggi dei fumetti e dei cartoni: Felix (1919), Tom, con il topo Jerry, di Hanna & Barbera (1940), Silvestro della Warner (1945) fino a Isidoro (Heathcliff in originale), Garfield e Doraemon, il gatto-robot dei manga.



Il pupazzo del gatto Garfield (cr. noelweather Wikimedia commons)


Una citazione d’obbligo per Fritz il gatto di Robert Crumb, vero simbolo della controcultura degli ’60, che nel 1972 Ralph Bakshi trasformò in un film d’animazione di enorme successo e scandalo (il primo vietato ai minori), dato che il protagonista si divideva continuamente tra sesso e droga. Lo stesso Crumb si arrabbiò talmente che fece morire immediatamente il suo personaggio nel fumetto.

Robert Crumb, autore di Fritz il gatto (cr. N. Caranti Wikimedia commons)

Ma i gatti non sono sempre simpatici e divertenti. Art Spiegelman negli anni ’80 realizzò un epocale romanzo grafico sull’Olocausto, primo fumetto a vincere un premio Pulitzer. Si tratta di Maus dove gli ebrei sono topi e i nazisti appunto gatti (i polacchi antisemiti invece maiali). Hitler, che oltre ai suoi baffetti ha pure quelli lunghi di un gatto, è raggelante. Ricordiamo pure Church, il gatto zombi di Pet Sematary di Stephen King.


Lo scrittore Stephen King (cr. K. Payravi Wikimedia commons)


Menzione d’onore per i (forse) incolpevoli gatti, voluttuosamente accarezzati dal capo della Spectre nel ciclo di 007 o da don Vito Corleone nel Padrino. Entrambi senza nome come quello di Audrey Hepburn in Colazione da Tiffany. Altri gatti celebri sono quello di Kim Novak, Cagliostro in Una strega in paradiso (1958), Birba, sempre a caccia di Puffi insieme al suo padrone Gargamella, Fifì, la protagonista de La gabbianella e il gatto (1998). E per concludere iI gatto della famiglia Simpson, Palla di neve (in realtà più di uno) e Grattachecca, protagonista del cartone dentro il cartone.


Il manifesto del film "Una strega in paradiso"


Non manca qualcosa o qualcuno? Sì, perché Walt Disney non amava i gatti. Infatti nel suo universo di animali antropomorfi c’è solo un gatto, il malvagio Gambadilegno. In Cenerentola il gatto Lucifero non sta certo dalla parte della protagonista, in Lilly e il vagabondo le due gatte siamesi (Si e Am) sono perfide. Solo qualche anno dopo la morte del fondatore arrivano Gli Aristogatti, capolavoro di adattamento e doppiaggio. Infatti Romeo “Er mejo der Colosseo” in originale parlava con forte accento irlandese. Rimane misterioso il perché del cambio di nome dei tre micetti: in originale Berlioz, Toulouse e Marie, diventati Bizet, Matisse e Minou.

Gambadilegno in un cartone animato degli anni 30 (cr. W. Disney Wikimedia commons) 

Segnaliamo per concludere che l’Oscar 2025 per il film d’animazione è andato a Flow, pellicola lettone senza dialoghi che ha come protagonista ovviamente un gatto, che vagabonda in un mondo allagato dove l’umanità è improvvisamente sparita.


Lo scrittore giapponese Natsume Sōseki (cr. O. Kazumasa Wikimedia commons)


Nel 1905 in un Giappone che si affacciava alla modernità fu pubblicato da Natsume Sōseki un libro fondamentale: Io sono un gatto, dove le vicende di una famiglia sono narrate esclusivamente dal punto di vista del loro felino di casa, che si dimostra anche erudito e filosofo. Da qui peschiamo la citazione finale e quanto mai opportuna: “Gli umani per quanto forti non saranno in auge per sempre. Meglio attendere tranquillamente l'ora dei gatti”.

 

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