La carta si prende la rivincita
Pergamena del 1222 con sigillo di Federico II in trono (cr. Sailko Wikimedia commons)
Agende, vinili, macchine da scrivere: il ritorno degli oggetti morti
La ceralacca esiste ancora. L’ho scoperta a Milano, passando per via Brera con un’amica ed entrando da Pettinaroli, cartoleria e stamperia dal 1881: sigilli, ex libris, globi d’epoca, carta d’Amalfi con i fiori nell’impasto, quaderni in pelle che costano come una cena. Tutte cose bellissime, costosissime, aliene al nostro mondo. Parola sbagliata, aliene. Quegli oggetti non vengono da un altro mondo: vengono dal nostro, fino all’altro ieri. Mi sono sembrati alieni per via di una lontananza che era soprattutto mia.

Lettere sigillate con la ceralacca (Wikimedia commons)
Intorno a quella vetrina c’è un continente. Le vendite di vinili crescono da diciannove anni e negli Stati Uniti hanno passato di nuovo il miliardo di dollari: non accadeva dal 1983. I taccuini Moleskine si vendono a milioni, le riviste indipendenti proliferano in trimestrali spessi come libri, perfino qualche vecchia macchina da scrivere ricompare nelle stanze dei ventenni, a Brooklyn come a Milano. Retromania. Un ritorno dell’analogico, culto di oggetti che, in un altro momento della nostra storia, eravamo ansiosi di buttare.

Vecchi dischi in vinile (cr. Leoconbass Wikimedia commons)
I numeri, però, presi sul serio, raccontano un’altra storia: quel miliardo è nominale. Dove un tempo si spedivano centinaia di milioni di dischi l’anno oggi se ne spediscono meno di cinquanta. In Italia il CD, che nessuno espone e nessuno fotografa, vende ancora più pezzi del vinile. Questo è un culto, una specie di controcultura, la prima rivolta della storia contro l’abbondanza. Nessuno ci ha sottratto la musica o la scrittura: ne abbiamo più di quante ne potremo consumare.

Walter Benjamin nel 1928 (Wikimedia commons)
Per capire che cosa stiano davvero comprando i rivoltosi bisogna scomodare Walter Benjamin. Novant’anni fa definì l’aura «apparizione unica di una lontananza, per quanto vicina essa possa essere». La riproduzione tecnica, sosteneva, frantuma questa distanza: la copia porta l’opera vicino a chiunque, la rende seriale e disponibile. Benjamin non scriveva un necrologio. Nell’aura vedeva anche il residuo del culto e nella sua dissoluzione una liberazione possibile. Chi oggi lo cita con la lacrima cita, in realtà, un demolitore.
Al centro, Martin Heidegger (Willy Pragher Wikimedia commons)
La cosa più curiosa è osservare chi ne abbia raccolto le macerie. Il Manifesto dei media lenti, pubblicato online nel 2010 da tre studiosi tedeschi della rete, dichiara che i media lenti «sono auratici» perfino quando vengono prodotti industrialmente. La parola coniata per descrivere ciò che la riproduzione distrugge viene issata sulla carta stampata in migliaia di copie. Il manifesto della rinascita dattilografica è stato scritto da Richard Polt, traduttore di quell’Heidegger che considerava la macchina da scrivere una tecnica capace di strappare la parola alla mano. Ogni epoca sceglie il proprio artigianato tra i cadaveri della tecnica precedente. L’autenticità è sempre l’ultimo modello dismesso.
La candela e la lampadina (cr. Repuli Wikimedia commons)
Il punto è che l’aura migra. Non è una proprietà misteriosa dell’originale, ma una funzione della distanza. Quando un medium viene superato da uno più immateriale, smette di essere l’ambiente invisibile in cui viviamo e diventa un oggetto che possiamo finalmente vedere. La candela diventa romantica dopo la lampadina, la pellicola diventa arte dopo il sensore. Finché il disco era il modo normale di ascoltare musica, era soltanto un supporto. Quando la musica è diventata un flusso senza luogo, il disco ha acquistato un qui e ora: questa copia, comprata quel pomeriggio, con quel segno sulla copertina e quel salto sul secondo lato.
Lo scrittore Bruce Chatwin (cr. Viaggio Routard Wikimedia commons)
Moleskine è la dimostrazione di questo meccanismo. Nel 1986 Bruce Chatwin raccontò la scomparsa del “vero” taccuino nero francese con una frase da epigrafe: «Le vrai moleskine n’est plus». Undici anni dopo un’azienda milanese prese quella morte raccontata, registrò il nome e rimise l’oggetto in produzione. Il taccuino di oggi non discende tanto dall’oggetto perduto quanto dal suo necrologio. L’aura è stata sintetizzata a partire dalla distanza. Non compriamo il passato (spesso mai vissuto) ma il racconto della sua lontananza.

Un disco in vinile a 33 giri (cr. cogdogblog Wikimedia commons)
Sarebbe facile fermarsi qui e concludere che la rivolta della carta sia soltanto marketing dell’autenticità: il mercato che confeziona l’antidoto dopo averci venduto il veleno. Spiegherebbe il prezzo, non il bisogno. Perché sotto l’aura, vera o fabbricata, questi oggetti possiedono una qualità concreta: oppongono resistenza. Il disco impone un ordine e costringe ad alzarsi per girarlo.
Una macchina da scrivere Olivetti Lettera 12 (Wikimedia commons)
La macchina da scrivere trasforma ogni frase in una piccola decisione, perché correggere costa. Sono possibilità in meno: vincoli volontari. La rivolta della carta è il nome romantico di un ammutinamento più intimo: l’attenzione che si ribella alla propria dissipazione e raccoglie come armi gli strumenti appena dismessi dal nemico. Essere alieni è il nuovo mestiere di quegli oggetti: stare a distanza pur essendo a portata di mano, e (non sempre) di listino.
Riproduzione riservata