La remigrazione, inventata in America
Famiglia di lavoratori migranti, rimasta senza lavoro, cammina lungo l'autostrada diretta a San Diego per ricevere assistenza pubblica • Foto: Dorothea Lange • FSA • Licenza Pubblico dominio
Applicata durante la grande depressione degli anni 30
Durante il secondo inverno della Grande depressione, nel dicembre del 1930, il sindacalista William N. Doak entrò in carica come Segretario al lavoro del presidente americano Herbert Hoover, annunciando un grande piano di espulsioni degli stranieri irregolari negli Stati Uniti. La logica era semplice: ogni straniero allontanato avrebbe liberato un posto di lavoro per un cittadino americano; in un paese travolto dalla disoccupazione, meno stranieri significava meno famiglie povere a carico dell’assistenza pubblica; ciascuno sarebbe stato meglio nella propria terra, tra la propria gente e con la propria lingua.

Ritratto di William Nuckles Doak, sindacalista americano e 3º Segretario del Lavoro degli Stati Uniti (cr. Bain News Service Library of Congress Wikimedia commons pubblico dominio)
Benché il programma poggiasse su un criterio legale (espellere stranieri irregolari), la sua applicazione assunse una connotazione etnica, rendendo le persone d’origine messicana i bersagli più esposti. A Los Angeles, le autorità locali aprirono un “deportation desk” (sportello per la deportazione), le cui partenze furono ribattezzate “repatriation”, rimpatrio. Tra i repatriados, spinti da retate di polizia ed incentivi economici, c’erano immigrati regolari e irregolari, ma anche cittadini statunitensi.
Un secolo dopo, il tema dell’immigrazione e della necessità di garantire l’omogeneità di una determinata popolazione ha riassunto forte salienza politica: la razza, come colore, come discendenza e come identità, è tornata. E’ tornata perché la competizione politica, dall’inizio del XXI secolo, ha subìto una duplice trasformazione: la dimensione economica sinistra/destra, lungo la quale i partiti si sono tradizionalmente divisi circa il ruolo dello stato nell’economia, ha perso centralità; sono emerse nuove fratture di natura socio-culturale e si è riaffermata l’antichissima, ma mai sopita, identità comunitaria.

Ispezione sanitaria di immigrati negli Stati Uniti, c. 1900. (Crediti: NIH/NIAID / Pubblico dominio via Wikimedia Commons)
Cittadinanza multiculturale o monoculturale? Multilinguismo o monolinguismo? Colori o purezza? Le cause alla base di queste alternative sono molteplici: gli effetti redistributivi della globalizzazione, la rinascita del terrorismo islamista e le successive pulsioni anti-islamiche, le crisi dei rifugiati, la perdita di status della vecchia Europa e di quelle classi medie protagoniste del grande boom economico post-bellico.
Alcune delle convinzioni che all’inizio degli anni ‘30 portarono la campagna di Doak a scagliarsi contro i messicani sono state rivalutate e tradotte in programmi politici. Negli Stati Uniti Donald Trump ne ha fatto il cuore della propria proposta: promessa di espulsioni di massa, difesa del lavoro americano e volontà di ripensare la cittadinanza americana che è costituzionalmente sancita dallo ius soli. In Europa, invece, dove la cittadinanza si trasmette per lo più per discendenza, il terreno dello scontro non è tanto il diritto di cittadinanza quanto l’idea stessa di popolo, e di chi possa legittimamente farne parte.

Algeri, scena all'arrivo di un piroscafo, 1899 (Detroit Publishing Co./Photoglob Zürich Wikimedia Commons/Library of Congress Pubblico dominio no Copyright Wikimedia commons)
Su questa base, l’ampia e variegata famiglia della destra radicale europea ha trovato un punto d’incontro nella narrazione che contrappone una visione cosmopolita a un’identità parrocchiale, radicata in un territorio, in una lingua e in una discendenza. Quando sostenuta fino in fondo, questa visione nativista vede nella remigrazione il suo naturale approdo. Che cosa s’intenda precisamente con questo termine non è chiaro: è remigrazione l’incentivo economico al ritorno, come quello offerto dalla Francia nel 1977 agli algerini, dalla Germania Ovest ai lavoratori turchi nel 1983 e dai Paesi Bassi, che dal 2000 hanno anche una legge ad hoc? Oppure l’espulsione degli irregolari? E vi rientrano i cittadini nati nel paese, come molti repatriados degli anni ‘30?
Pur rimanendo incerte nelle modalità di attuazione, le attuali pulsioni remigrazioniste hanno una matrice riconoscibile in una teoria della cospirazione: il piano Kalergi. Aristocratico austro-giapponese, cittadino cecoslovacco e poi francese, teorico della Paneuropa (fu il primo a proporre di adottare l’Inno alla gioia di Beethoven come canto europeo), Richard von Coudenhove Kalergi proponeva l’integrazione pacifica dei popoli europei, sostenendo come il progresso e la vita urbana avrebbero dato vita a società multietniche.

Thomas Mann (a sinistra), l'attrice Ida Roland e il politico Richard von Coudenhove-Kalergi a Berlino nel 1930. (Foto: Autore sconosciuto / Wikimedia Commons / Pubblico Dominio)
Definito da Hitler allerweltsbastard, bastardo cosmopolita, e accusato dai nazisti di essere un agente al servizio delle consorterie ebraiche, il conte Kalergi, ben dopo la sua morte, ha continuato ad essere oggetto di letture capovolte, secondo le quali esisterebbe nei suoi scritti un piano d’incentivazione dell’immigrazione, oggi soprattutto africana e asiatica, verso l’Europa al fine di rimpiazzarne le popolazioni autoctone, ossia bianche e cristiane.
Nonostante questa teoria sia di rado menzionata esplicitamente nel dibattito pubblico, molte sue parti (l’idea di un popolo originario e omogeneo, la minaccia di una sostituzione demografica, la complicità di élite indifferenti o ostili) costituiscono la spina dorsale di quel nativismo che negli ultimi anni ha contribuito ad orientare la competizione politica in diversi paesi democratici, in un conflitto tra “noi” e “loro”.
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