Le leggi elettorali sono storia
Voto per l'elezione del presidente del Parlamento europeo (cr. Eu Parliament Wikimedia commons)
La mancata imitazione del modello Westminster
Da settimane l'Italia discute di legge elettorale, l'ennesima di una serie che sembra non conoscere fine. Per quanto il tema sia tecnicamente complesso, la questione su che sistema adottare per tradurre il voto dei cittadini in rappresentanza politica ha assunto una forte salienza politica: ancora una volta, infatti, le regole del gioco sono state cambiate a partita non terminata, cioè a ridosso del voto e con il sostegno parlamentare dei soli partiti di governo. Dopo quasi cinquant’anni di sistema proporzionale, quando negli anni ‘90 la Prima Repubblica si sgretolò, il nostro paese ha radicalmente mutato la struttura della competizione elettorale, approdando a sistemi ibridi, un po’ maggioritari, un po’ proporzionali, ma soprattutto confusi.
L'aula di Montecitorio, Camera dei deputati (cr. Presidenza della Repubblica Wikimedia commons)
Negli ultimi trent’anni, le riforme elettorali sono state quattro, e presto diventeranno cinque, quando il Senato approverà la nuova legge. Tutte sono state battezzate con traballanti latinismi che suonano come incantesimi di Harry Potter: il Mattarellum, che ha retto dal 1993 al 2005; il Porcellum, in vigore dal 2005 fino a quando, nel dicembre 2013, è stato silurato dalla Corte Costituzionale; l'Italicum, entrato in vigore nel 2016 ma mai applicato ad un'elezione politica; il Rosatellum, varato nel 2017 e tecnicamente ancora in vigore; infine, lo Stabilicum, il nuovo sistema proporzionale, corretto da un premio di maggioranza, con liste bloccate e privo dell’opzione ballottaggio.

Palazzo Madama, Senato della Repubblica (cr. Fratello Gracco Wikimedia commons)
Sebbene ciascuna di queste riforme abbia inseguito, almeno sulla carta, lo stesso obiettivo - conciliare rappresentanza, governabilità e legittimità - il problema resta di metodo, non di merito: le regole del gioco, per durare, vanno condivise e non approvate da chi detiene le carte migliori del momento, perché altrimenti cambiano a ogni cambio di maggioranza, indebolendo la legittimità delle istituzioni e la credibilità della classe politica.
L'aula della Camera dei Comuni a Londra (cr. Herry Lawford Wikimedia commons)
Molte sono state le analisi che hanno provato a spiegare la frenesia e, allo stesso tempo, l’incapacità (o la non reale volontà) riformatrice della classe politica italiana. Eppure, spostando il focus dall’offerta politica alla domanda, all’inizio degli anni ‘90 la volontà di partecipazione e di rinnovamento trovò espressione nella stagione dei referendum elettorali, il cui obiettivo era inserire nella democrazia rappresentativa italiana ingredienti fino ad allora estranei alla sua storia: alternanza, bipolarismo, governi stabili, responsabilità diretta di chi governa di fronte agli elettori - l'ossatura, in sostanza, della democrazia maggioritaria modello Westminster.

Thomas Phillips, "Ritratto di Charles Grey", 1820 (Wikimedia commons)
L’assetto moderno di questo sistema iniziò a prendere forma quasi due secoli fa grazie al Great Reform Act del 1832, voluto dal Primo Ministro inglese Charles Grey, ai più noto grazie ad una miscela di tè aromatizzata al bergamotto, Earl (conte) Grey. Leader dei Whig (semplificando, i liberali), Grey cambiò il volto della politica inglese aprendo la strada alla moderna democrazia. La trasformazione del sistema elettorale britannico, nelle aristocratiche parole del conte “secondo la crescente intelligenza del popolo e le necessità dei tempi”, si tradusse in tre mosse: abolizione dei rotten boroughs (letteralmente, borghi putridi, collegi quasi disabitati, controllati da un notabile, che eleggevano comunque un deputato), nuovi seggi alle città industriali, estensione del voto maschile. Tutto ciò, perfezionato da numerosi interventi parlamentari successivi, portò a quell'architettura novecentesca (oggi sotto stress) fondata su collegi uninominali, bipartitismo, scelta diretta del governo.

I tabelloni elettorali in un seggio italiano (cr. Osce Parliamentary Assemby Wikimedia commons)
Alcuni degli stessi ingredienti che, trent’anni fa, il movimento referendario avrebbe voluto inserire stabilmente nel contesto italiano. Seppur animata dalla sincera volontà di durare più dello spazio di una legislatura, quella stagione riformatrice fu presto circondata dalla nebbia, non londinese ma molto italica: il tentativo di innestare istituti che nel Regno Unito erano maturati nell'arco di secoli produsse un ibrido né compiutamente maggioritario né genuinamente proporzionale. A imporlo furono le urne: nel 1991 si votò un referendum per avere un solo candidato in scheda; nel 1993, cambiarono le regole di elezione del Senato, costringendo il Parlamento a rispondere in fretta con il Mattarellum: tre quarti dei seggi col maggioritario, un quarto col proporzionale.
Urne per la Camera e il Senato (cr. Ministero dell'Interno Wikimedia commons)
Nonostante i limiti, l'aspirazione al modello Westminster nasceva sulle macerie della Prima Repubblica ed era animata dal disgusto per le degenerazioni della partitocrazia, imputate, a torto o a ragione, al proporzionalismo e al parlamentarismo italiano. Superata quella fase, l’odissea delle leggi elettorali non si è più fermata: dall’inizio del Duemila la prassi è cambiarle a ridosso del voto, per fare un assist al governo di turno. Con un paradosso che i fatti, per ora, hanno quasi sempre confermato: le leggi pensate per avvantaggiare chi le scrive finiscono, il più delle volte, per avvantaggiare qualcun altro.
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