Mazzola, l'addio a un uomo perbene
Sandro Mazzola in allenamento con Helenio Herrera, il mago, 1973 (Wikimedia commons)
La morte di un campione nella vita e nel calcio
E’ luogo comune, un po’ fiacco ormai, che in Italia le passioni popolari si volgano preferibilmente su coppie rivali: Bartali-Coppi, Loren-Lollobrigida, Rossi-Biaggi, Callas-Tebaldi, e così via all’infinito. Una coppia rivale celeberrima fu quella di Rivera e Mazzola che, in più, simboleggiarono il derby milanese di calcio, i primati e le classifiche.
Mazzola in nazionale con Rivera nelle qualificazioni europee, 1971 (Wikimedia commons)
Dico subito che io ero per Rivera, perché al tempo tifavo Milan (smisi, a un certo punto, e allontanai i miei interessi sportivi dal pallone) e avevo un debole per lo stile. Rivera era morbido ed elegante quanto Mazzola incline allo scatto e a puntare la porta. Con questo consideravo superiore la tecnica di entrambi, anche se, ovviamente, la lealtà critica veniva meno quando i due si contendevano il ruolo di titolare in nazionale. I tifosi di Mazzola rivendicavano la maggiore energia del loro beniamino e la disponibilità a sacrificarsi quando necessario, quelli di Rivera esaltavano il piacere di uno spettacolo creato dalla pura classe e dalla genialità. Un giornalista commentò un ingresso del milanista nel secondo tempo a una partita dell’Italia più o meno in questo modo: «Entra Rivera e si accende la luce». Mi capitò di sentire, davanti a una tv al bar – erano i mondiali del Messico – una entusiastica traduzione napoletana della frase: «Mo’ entra Rivera e s’appiccia a luce».

Mazzola con Pelé prima dell'amichevole con il Brasile, 1963 (Wikimedia commons)
Mazzola se n’è andato qualche giorno fa. Non c’era bisogno del lutto per ricordare e riconoscere – fossero suoi sostenitori o antichi avversari – quale campione fosse stato e come riuscì a onorare la memoria del padre, caduto nella tragedia di Superga con i compagni del grande Torino.

Sandro bambino allo stadio con la madre Emilia Ranaldi e il padre Valentino (tratta da Il calcio illustrato Wikimedia commons)
Qualcuno ricorda che Sandro non era brillante nelle interviste (a differenza dei prodighi di oggi che si offrono ai microfoni, dicendo ogni volta le stesse cose; per non parlare degli allenatori e soprattutto dei giornalisti televisivi, che ambiscono ad arrangiamenti filosofici) e preferiva stare sul generico. Era schivo, certamente, con rare puntate sentimentali o ironiche. Per le prime ricordo una chiacchierata in cui si soffermò sul padre che se lo portava per mano fino a bordo campo, per le seconde una protesta bonaria a una Domenica Sportiva alla quale partecipava anche l’amico rivale. Come diversivo la regia aveva mostrato le prodezze di un giovane prete distintosi, in una partita dilettantesca, per una tripletta; Rivera si complimentò e regalò al giovane un calice sul quale, in rilievo, campeggiava lo stemma del Milan. «Eh no – intervenne Mazzola – il Signore c’è per tutti, non solo per il Milan».
Venezia-Inter 66/67, il gol di Mazzola sblocca il risultato, la partita poì fini 2-3 (Wikimedia commons)
Il Mazzola che tutti abbiamo presente era magro, scattante e perfino caparbio. Capace di segnare e di rincorrere l’avversario se aveva perso la palla, di incurvarsi per aumentare la velocità verso la porta avversaria. Nei primi anni sessanta la nazionale non trovava un centravanti e lui, per un breve periodo, fu quasi forzato a diventarlo. Sentii un tifoso romano che a proposito, sugli spalti dell’Olimpico, commentò: «E’ n’ po’ leggèro, ma se mette su quarche chilo po’ diventà un centrattacco bòno davéro».
Mazzola in azzurro a Roma per Italia-Polonia, qualificazione europea, 1965 (Wikimedia commons)
Io però lo avevo visto giovanissimo a Correggio in un’amichevole contro la Libertas: quasi filiforme, tecnico, preciso nei passaggi e, ovviamente, coccolato da un pubblico che lo accostava al padre benché notasse le evidentissime differenze fisiche fra i due. Un uomo misurato, adatto a fare il dirigente come poi fece e a trasmettere un senso di solidità.

Genova, Mazzola con Rivera prima di Italia-Lussemburgo (Wikimedia commons)
Il calcio è molto cambiato (a mio modesto avviso in peggio) ed è cambiata (sempre in peggio) l’emotività che lo accompagna. Non c’è bisogno di essere nostalgici per confrontare le tecniche – c’era il catenaccio, certo, ma c’erano anche i bellissimi contropiede, il dribbling, la personalità dei giocatori sul campo, non solo davanti ai microfoni – e i comportamenti del pubblico. Ho assistito a derby Roma-Lazio con le tifoserie mescolate e sono andato senza alcun danno a sostenere la mia squadra, appunto il Milan, all’Olimpico, cioè in trasferta; questi modi erano anche indotti dai comportamenti degli atleti.

Mazzola e Rivera, stretta di mano fra capitani prima del derby del 1971, l'arbitro è Lo Bello (Wikimedia commons)
Quando vedo l’esultanza dopo un gol oggi sento pena: mucchi di gente isterica o impazzita, giocatori che si arrampicano per le gradinate, si strappano le magliette mostrando tanti e tanti scarabocchi, o fanno il giro di tutto il terreno di gioco. Poco tempo fa ho visto in un filmato in bianco e nero un gran gol di Rivera: tre dribbling e il tiro poi, col pallone nel sacco, il campione che si limitava ad alzare le braccia prima di accogliere i compagni già avviandosi verso il centro del campo.

La figurina di Mazzola per l'album dei Mondiali 1970 in Messico (cr. Panini Wikimedia commons)
Anche Mazzola si comportava così. I giocatori come lui e del suo tempo, almeno questo merita una chiara nostalgia, ci mancano e ci mancheranno. Come del resto i commentatori, capaci di sintesi competenti senza bisogno di trasformare la testa in una banca dati e con smania di indagare il mercato.
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