Misoginia, così gli antichi odiavano le donne     

Misoginia, così gli antichi odiavano le donne     

La morte della filosofa Ipazia ad Alessandria, incisione del XIX secolo pubblicata in Vies des savants illustres di Louis Figuier. Immagine di pubblico dominio, via Wikimedia Commons

Le origini della cultura patriarcale e dei femminicidi di oggi

Quando oggi parliamo di femminicidio ed evochiamo giustamente la cultura patriarcale come origine e causa del fenomeno, dovremmo anche parlare di misoginia, parola che gli studiosi del mondo antico conoscono molto bene e con la quale essi definiscono un aspetto della cultura greco-romana che non è possibile ignorare, proprio perché tracce della sua persistenza si riscontrano ancora oggi.

Manifestazione per i diritti delle donne a Washington, 2017 (foto di Vlad Tchompalov con licenza Unsplash 

“Uomini che odiano le donne”, non è solo il titolo di un romanzo di Stieg Larsson di grande successo editoriale, ma è anche l’espressione che potremmo utilizzare per tradurre il termine pocanzi citato. La misoginia è un tratto abbastanza costante e diffuso nella cultura greca e romana, dalle origini fino almeno all’età bizantina: ha avuto momenti di maggiore rilevanza, ha trovato spazio nelle pagine degli scrittori e dei filosofi, ha visto anche fasi di attenuazione del fenomeno, con la presenza di eccezioni molto significative ma sporadiche, tuttavia, di fatto, quasi tutto il mondo antico ha nei confronti della “razza” delle donne un atteggiamento non solo di esclusione, ma spesso di vero e proprio odio.

La storica del diritto e classicista Eva Cantarella a una conferenza il 18 aprile 2012 (Foto Giovanni Dall'Orto Wikimedia commons licenza CC BY-SA)

Il celebre saggio di Eva Cantarella “L’ambiguo malanno” del 1981 costituisce ancora oggi il nostro testo di riferimento sul tema: quel libro fu per me e per la mia generazione un’autentica scoperta perché per la prima volta, oltre a chiarire la condizione giuridica della donna nel mondo antico, se ne spiegavano molto bene le ragioni culturali e politiche. Il titolo del libro è la citazione della frase che Ippolito, protagonista dell’omonima tragedia e ferocemente misogino, pronuncia in una sua celebre rhesis, cioè un discorso, contro tutto il genere femminile, perché disgustato dal comportamento della matrigna Fedra, la cui unica colpa era stata quella di essersi innamorata di lui. Ippolito non uccide Fedra, ma le sue violente parole la sconvolgono al punto che la donna si impicca per la vergogna.


Jean-Auguste-Dominique Ingres,
I tragici greci (Les Tragiques grecs), 1866, olio su tela, Musée des Beaux-Arts, Angers. Foto di pubblico dominio, disponibile tramite Wikimedia Commons 

Se un drammaturgo come Euripide, sensibile verso i temi più scottanti del suo tempo, mette in scena una situazione come questa, significa che la misoginia era ancora molto vitale, tanto più in una struttura così androcratica come quella ateniese; lo stesso autore - occorre dirlo - aveva però anche fatto pronunciare a Medea la prima denuncia delle sofferenze che l’essere donna comporta. Le radici di questo odio partono nel mondo greco da molto lontano ed è bene sottolineare che nei testi dei poeti come Esiodo, Eschilo, Euripide, che non riportano necessariamente il proprio punto di vista ma certamente il sentire di gran parte del mondo maschile, esso si accompagna spesso alla domanda sul perché Zeus abbia voluto creare la “razza” delle donne.

Scena tratta dalla tragedia Medea di Euripide prodotta da MacMillan Films, con l'attrice Olivia Sutherland nel ruolo di Medea. Foto di MacMillan Films / Wikimedia commons licenza CC BY-SA 4.0

Ce n’era proprio bisogno? Non potevano i maschi generare anche da soli? E’ inutile spiegare che dietro questa semplice domanda c’è proprio il desiderio neanche tanto inconscio che esse spariscano dalla faccia della terra o che non siano mai nate. Poiché però e malauguratamente non si può fare a meno di loro, la pòlis nata circa intorno all’VIII-VII secolo si organizzò con una struttura politica che escludeva due categorie, gli schiavi e le donne, non perché giuridicamente diversi ma perché “naturalmente” diversi, diversi dai maschi.


Schiavi al lavoro in una cava, dettaglio di una placca votiva in terracotta dipinta da Penteskouphia, datata 575–550 a.C. Conservata presso l'Antikensammlung di Berlino (F 871). Foto di pubblico dominio, da Wikimedia Commons


Casi di femminicidio nel mondo greco non sono molto attestati perché la pòlis, almeno fino all’età ellenistica, si era protetta dalla minaccia costituita dalle donne e dalle loro eventuali trasgressioni codificandone una vera e propria segregazione. Nonostante questa struttura, che avrebbe dovuto rassicurare il maschio rispetto al pericolo costituito per lui da questa razza ambigua e incomprensibile, le neonate femmine venivano esposte molto più spesso dei maschi, il che significa che quasi sempre morivano, perché non costituivano un investimento per nessuno, ma solo un peso di cui liberarsi il più presto possibile con un matrimonio.



Il legislatore Dracone Incisione di Max Karl Baldamus (Crediti: Wikimedia Commons / Pubblico dominio)

Se le adultere – secondo la legge risalente a Dracone – non venivano condannate a morte come il loro amante era solo perché il loro coinvolgimento sessuale era sempre considerato passivo: vittime, in quanto incapaci di autodeterminarsi, di discernere il bene dal male, per la loro mancanza di lògos (ragione).

Nelle conclusioni del suo saggio Eva Cantarella fa una riflessione di sconcertante attualità: afferma cioè che il cammino delle donne verso l’emancipazione è tutt’altro che irreversibile. La storia delle donne greche e romane infatti dimostra che se esse in alcuni periodi - come l’età ellenistica e in certi momenti della storia romana – godettero di maggiore rispetto e riconoscimento, con la crisi dell’Impero romano e durante i regni romano-barbarici vennero sospinte di nuovo nella subalternità.

La modella e pittrice Marie Spartali Stillman posa nei panni della filosofa, matematica e astronoma alessandrina Ipazia (Fotografia di: Julia Margaret Cameron Pubblico dominio)


Vorrei, a conferma di questo, chiudere il mio racconto con una figura di donna a me particolarmente cara, la cui vera storia è stata magistralmente ricostruita dalla studiosa del mondo bizantino Silvia Ronchey in un documentatissimo saggio del 2010: Ipazia, matematica, astronoma, filosofa e maestra di importanti uomini politici nella ricca e colta Alessandria greco-romana del V secolo dopo Cristo. Per le sue idee e la sua libertà come donna fu seviziata e uccisa da fanatici appartenenti a una setta forse pilotata da un invidioso e intollerante vescovo.

Chi vuole capire dove possa arrivare l’odio per una donna bellissima e coltissima legga questo libro o guardi l’altrettanto splendido film di Alejandro Amenabàr, “Agorà”, che ricostruisce in modo non così fedele alla storia, ma fedele all’idea che di Ipazia noi abbiamo, la vicenda di questa straordinaria testimone della violenza maschile sulle donne.

Riproduzione riservata