Nuove forme di analfabetismo e pregiudizi
Collaborazione fra le mani nella creazione di un testo (cr. Left rj Wikimedia commons)
L’incompetenza alimentata dalle tecnologie
I nostri nonni l'hanno conosciuto. L'analfabetismo classico, quello delle persone non in grado di decifrare lettere e numeri e attribuire ad essi un significato. Nei primi anni '50 non sapeva leggere e scrivere circa il 30% degli Italiani, per cui la Rai produsse, negli anni ‘60, programmi televisivi di alfabetizzazione per adulti, quale "Non è mai troppo tardi", condotto dal maestro Manzi che diventò una celebrità nazionale. Oggi più o meno tutti i cittadini italiani hanno almeno le basi della scolarizzazione.

Il maestro Alberto Manzi nel 1960 (Wikimedia commons)
L'attuale sviluppo tecnologico e informatico diffonde una quantità di informazioni senza precedenti, però il risultato non è un aumento omogeneo della cultura, ma una progressiva incompetenza che non ammette repliche, alimentata da interpretazioni fuorvianti, da pregiudizi e dal narcisismo della nostra epoca. Il professor Tullio De Mauro ha definito questo fenomeno analfabetismo funzionale.
Evaporate le grandi narrazioni ideologiche, politiche e in buona parte anche quelle religiose, una importante percentuale della popolazione, pur essendo in grado di leggere una frase o una pagina di un testo, non è in grado di coglierne il senso compiuto. Oppure legge in maniera acritica accettando come vere affermazioni inventate o figlie della superstizione. Non riesce a capire fino in fondo un articolo di un giornale o i termini di un contratto o a interpretare e riassumere un testo scritto.

De Mauro con il presidente Napolitano (cr. Quirinale Wikimedia commons)
In Italia gli analfabeti funzionali sono stimati nell'ordine di grandezza del 47%, in Gran Bretagna del 21% e in Germania del 14%. Il fenomeno rischia di diventare pericoloso perché l'ostinazione sorda di chi presume di capire e sapere tutto è anche appassionata di pregiudizi ideologici, razziali, religiosi e trova nelle false notizie, mediate da comunità virtuali e reti sociali, l'alimento preferito.
De Mauro definisce il pregiudizio “un'opinione precostituita, un convincimento, un giudizio preventivo affrettato, privo di giustificazione razionale o emesso a prescindere da una conoscenza dell'oggetto, tale da impedire valutazioni corrette”. Secondo Augias il pregiudizio è un "giudizio già pronto per l'uso" la cui diffusione è favorita dal fatto di essere semplice e poco impegnativo: i francesi sono spocchiosi, i tedeschi rozzi e brutali, i liguri avari, gli italiani mafiosi - pizza e mandolino -, i neri sono meno intelligenti, le donne sono meno razionali degli uomini…

Corrado Augias al festival internazionale di giornalismo (cr. Simona Lodato Wikimedia commons)
Che fatica e che noia dover distinguere per scoprire che esistono francesi cordiali, italiani onesti (la maggioranza), neri intelligentissimi, donne manager, e così via. Per scoprire che le semplificazioni e le generalizzazioni non sono mai centrate e spesso sono fonte di equivoci. I pregiudizi e la disinformazione ci motivano a credere a qualsiasi sconosciuto, purché la pensi come noi.

Scuola serale per adulti a Londra in tempo di guerra, 1940 (cr. Ministry of Information Wikimedia commons)
I social, dove si mescolano interessi economici e commerciali, politici, elettorali alle più varie solitudini e al disagio di vivere, sono il terreno di coltura ideale per i pregiudizi. Tutti vi hanno lo stesso spazio per potersi esprimere ma i pregiudizi e l'analfabetismo funzionale favoriscono quel terreno fertile per la proliferazione incontrollata di notizie false e pilotate, a cui si è aggiunto più recentemente l’uso della Intelligenza artificiale.
Nei siti social gli utenti vedono costantemente riconfermato ciò che pensano e hanno già condiviso. Si perde la possibilità di entrare in contatto con contenuti o idee e posizioni diverse dalle proprie. Come un’eco che rimbalza tra "amici" conosciuti superficialmente con un click, le opinioni di cui si è già convinti si autorinforzano.

Scena da "Cuore", film del 1948 tratto dal romanzo ambientato a scuola (cr. D. Coletti Wikimedia commons)
Questi strumenti diventano uno specchio in cui viene riflessa la propria immagine con i propri interessi, gli agganci e le informazioni per costituire e rafforzare progressivamente la comunità virtuale di appartenenza, con tutte le sue certezze.
Ad esempio, un utente che manifesta un interesse per la medicina omeopatica non incontrerà in quel luogo virtuale altri che la sconsigliano. Il fenomeno no-vax, ad esempio, si è nutrito anche in questo modo, subendo un processo di convergenza di opinioni e, quindi, di rafforzamento perché le opinioni contrarie sono rifiutate a priori, anche di fronte alla dimostrazione dell'errore.

Adulti al computer nella biblioteca di Moskovsky, in Ucraina, prima della guerra (cr. Evgenia Kulyk Wikimedia commons)
Una presunta competenza spesso pretende di dibattere alla pari con chiunque. Scienziati, ricercatori, medici, insegnanti, non sono più figure cui affidarsi ma sono diventati odiosi rappresentanti di un sapere elitario e degli apparati.
Per non cadere nel tranello, occorre autonomia di giudizio, supportata da un minimo di conoscenza, di cultura e di curiosità che mantenga aperta la mente anche verso altre posizioni o competenze. La cultura avanza sempre nel confronto fra idee diverse e domande che attendono risposte.
Narcisismo, individualismo e analfabetismo funzionale sono il nutrimento di affermazioni tipo (riportatami da una mia paziente, insegnante): "Tu bocci mio figlio? E io ti taglio le gomme".
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