Nuove tecnologie fra integrazione e solitudine

Nuove tecnologie fra integrazione e solitudine

Giovani al Future music festival (cr. Eva Rinaldi Wikimedia commons)

Seconde generazioni e strumenti di comunicazione

Siamo la generazione del doppio: doppia cultura, doppia lingua e spesso anche doppia vita. Essere ragazzi di seconda generazione significa navigare tra due mondi, cercando di non perderne nessuno dei due. Sospesi tra le radici dei genitori e il mondo in cui camminiamo tutti i giorni. In aggiunta anche il ruolo dei nuovi mezzi di comunicazione che è diventato sempre più centrale. Ma questi strumenti ci aiutano davvero a integrarci o ci stanno spingendo a chiuderci in bolle invisibili?


Studentessa irakena all'ingresso della scuola (cr. Jason Young Wikimedia commons)

La risposta è tutt'altro che semplice. Da una parte i social e le piattaforme digitali funzionano come una piazza globale senza confini. Per un ragazzo che vive il peso di una doppia appartenenza il web è stato una vera rivoluzione. Prima se volevi conoscere qualcuno che avesse vissuto la tua stessa storia dovevi sperare di incontrarlo per caso nella vita reale, oggi basta un clic per trovare una community.

Si condividono video divertenti, consigli o ricette che uniscono due mondi diversi. In questo senso il digitale crea un senso di appartenenza immediato che non ha bisogno di un quartiere specifico per esistere.


Bambini orientali vicini ma isolati al videogioco (cr. iMorpheus Wikimedia commons)

Tuttavia c’è un lato della medaglia che fa riflettere. Proprio perché troviamo conforto nell’essere sempre connessi in rete, a volte smettiamo di sforzarci di uscire e socializzare nel mondo reale. È molto più facile chattare in una bolla dove tutti si capiscono al volo senza dover spiegare ogni volta la propria storia o giustificare le proprie scelte piuttosto che affrontare la complessità dell'integrazione nella società al di fuori degli schermi. Si rischia di creare una bolla in cui le persone comunicano quasi esclusivamente tra simili finendo per isolarsi dal resto della popolazione.


Giovani di varie etnie accomunati dall'università (cr. M.V.F. Viramontes Wikimedia commons)

Non si tratta di un isolamento fisico perché siamo connessi con chiunque, si tratta invece di un isolamento mentale. Questo meccanismo può essere un'arma a doppio taglio poiché ci dà la forza del gruppo ma rischia di diventare un alibi per non mettersi in gioco davvero, evitando il confronto con chi è diverso da noi.



Classe di biologia alla Christ School (cr. Christ School Wikimedia commons) 

Per le seconde generazioni, la tecnologia è diventata un rifugio. Ma il rischio è che questo rifugio si trasformi in una gabbia. La vera sfida non è scegliere tra connessi o non connessi ma capire come usare questi mezzi per costruire ponti invece che alzare muri invisibili. Dovremmo imparare a usare la nostra identità multiculturale non come un motivo per chiuderci in una nicchia, ma come una risorsa per far capire agli altri chi siamo, senza aver paura di uscire dalla nostra zona di tranquillità digitale. Abbiamo il mondo in tasca grazie a un cellulare ma la vita vera accade fuori.

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