Rudolph e Berruti entrarono nella mia vita
Jutta Heine, Giuseppina Leone e Wilma Rudolph alle olimpiadi di Roma, 1960 (cr. Mario de Biasi Wikimedia commons)
Il coraggio, le vittorie, l'affetto fra Wilma e Livio
Livio Berruti entrò a casa nostra, delicatamente, sabato 3 settembre 1960. Faceva ancora caldo, eravamo tornati da Serapo, un paio di giorni prima, per vari motivi: mio padre aveva esaurito le ferie, e tornare al lavoro al centro della settimana gli dava maggior tranquillità. Ancora non usava il bollino rosso per il traffico, e il tragitto da Gaeta a Napoli era breve, ma la nostra 600 era carica di bagagli di tutta l’estate, e metteva tempo. Ma soprattutto, a casa ci attendeva il Mondo nuovo.
Un vecchio televisore con il rivestimento in legno (cr. T. Medak Wikimedia commons)
C’era stato infatti un prologo, a ridosso del mio sesto compleanno, qualche mese prima. Due tecnici erano entrati trasportando un grande carrello di tek, un legno molto amato da mio nonno, un ufficiale di Marina che aveva girato il mondo, e su di esso una grande scatola, anch’essa di legno, con uno schermo di vetro. I tecnici in camice bianco passarono molte ore (o almeno così mi parve), a registrare dei cavi che venivano dal terrazzo e passavano nella persiana dello studio di nonno, dove la sera, fino a quel momento, ascoltavamo la radio scegliendo tra diversi segnali che sembravano suoni sovrapposti.
Il tetto di un condominio popolato di antenne (cr. Vomirencostard Wikimedia commons)
Invece la televisione aveva una sola scelta, e soltanto il bianco e il nero, ma era una finestra affacciata sul mondo. Per me, costretta a restare su una poltroncina per gran parte della giornata, questo universo di ascolti prima, di visioni poi, costituiva un’inesauribile fonte di felicità e curiosità.
La cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Roma, 1960 (cr. Harry Pot Anefo Wikimedia commons)
Da aprile ad agosto, il passo fu rapido, tra la chiusura dell’anno scolastico, le pagelle, il mare. Ma i grandi continuavano a dire: vedrai le Olimpiadi. Vedrai gli americani. Vedrai Berruti. Così quel pomeriggio del 3 settembre lo vidi, Berruti, ma corse così veloce che tutto era finito in un attimo: nessun primo piano, soltanto sul podio dei 200 metri, col suono dell’inno.
Livio Berruti con al collo la medaglia olimpica (cr. Mondadori Wikimedia commons)
Io però avevo una fonte privilegiata, tutta mia. Da quando avevo imparato a leggere e scrivere, la mia zia più giovane, nemmeno ventenne, mi aveva dato un incarico di grande responsabilità: copiare in bella grafia le didascalie delle fotografie che lei stessa ritagliava dalle riviste di moda e attualità, da Oggi a Annabella, e incollava con la Coccoina in un album privato. Ben presto ero stata anche promossa a ritagliare le immagini selezionate con le forbicine da ricamo di mia madre, vista la mia lunga presenza al tavolino.
Montgomery Clift nella presentazione del film "I confess", 1953 (cr. Warner Bros Wikimedia commons)
Le associazioni però di persone e avvenimenti, così come le sequenze, spettavano a mia zia. In fin dei conti, era un arricchimento di un album di famiglia. Inizialmente, Berruti fu affiancato a Montgomery Clift, di cui la zia aveva conservato le immagini precedenti all’incidente che lo aveva sfigurato nel 1956, costringendolo a molti interventi di plastica facciale. “Che bello che era!” Sospirava anche mia madre.
Wilma Rudolph a medaglia con la staffetta (cr. Ansa Wikimedia commons)
Durante le Olimpiadi di Roma, il numero di riviste acquistate, sfogliate, ritagliate, aumentò in modo esponenziale. Tralascio Epoca e l’Europeo, alle quali nonno era abbonato, e che vennero sottratte (per fortuna) all’isolamento delle immagini, limitandosi a sfogliarle, piano, e senza leccarsi le dita per farle scivolare sulla carta.

Una copertina della rivista Arianna
Oltre a Oggi, comparve Gente; a Annabella si affiancò Grazia, e poi quella rivista mensile, Arianna, che da allora mi rimase impressa come rivista delle ragazze emancipate. Così, accanto a Livio Berruti, prese posto una persona speciale, sia nelle foto di quei giorni che nell’album di zia Deddé. Un’altra atleta, una primatista da tre medaglie d’oro, nei 200 metri piani come Berruti, nei 100 metri piani, e nella staffetta 4x100. Ogni giorno vinceva una medaglia, ogni giorno saliva sul podio e si sentiva l’inno degli Stati Uniti d’America, e vedevo mia madre agitarsi e commuoversi più del necessario, visto che non si trattava di un’italiana e, per dirla tutta, nemmeno di una donna bianca.
L'arrivo vincente di Berruti nei 200 metri alle olimpiadi di Roma, 1960 (Wikimedia commons)
Era Wilma Rudolph, che con Berruti ebbe (forse) un flirt, circoscritto alle passeggiate all’interno del Villaggio Olimpico mano nella mano. Per mia madre, impegnata in una strategia contro la poliomielite degna della Nemesis di Philip Roth, la biografia di Wilma Rudolph sembrava scritta in funzione della costruzione in me di un robusto orgoglio iperabilista. Dunque la piccola Wilma, una di tanti fratelli, aveva contratto la poliomielite da piccolissima, quando ancora vigeva la segregazione razziale negli ospedali, costringendo la madre e i fratelli più grandi a accompagnarla due volte a settimana, con una corriera, forse un Greyhound, a seguire lunghe e dolorose terapie in un ospedale per neri del Tennessee, fino all’età di otto anni.
La staffetta 4x100: Rudolph, Williams, Jones, Hudson (cr. Ansa Wikimedia commons)
L’elemento di maggior stupore, per me, era sapere che anche Wilma, come me, aveva portato alla gamba destra il tutore di sbarrette di ferro che serviva a bloccare il ginocchio camminando o a sbloccarlo per sedersi. E se ne era liberata a 11 anni, cominciando a correre fino a diventare primatista. Se contavo che mi separavano ancora cinque anni dal diventare primatista, mi sembrava un’enorme distanza, ma comunque accettabile. Forse nelle mie terapie si inceppò poi qualcosa, forse - si sa - l’America era un’altra cosa. Ma nel settembre del 1960 vedere, ritagliare, trascrivere sull’album i nomi di Livio e Wilma, mi dava una forza enorme.

Berruti alle olimpiadi di Tokyo (Asahi Shinbun Wikimedia commons)
Wilma Rudolph - che in quegli anni e per il resto della sua vita ha combattuto una battaglia antirazzista non differente da quella di Rosa Parks - ci ha lasciato ancora molto giovane. Livio Berruti soltanto pochi giorni fa, il 9 agosto 2026. Ma entrambi sono rimasti nelle storie della mia famiglia dal 1960, senza mai andar via. E il loro insegnamento è sintetizzato da una frase di Livio che è valida per ogni persona, perché tutti siamo in qualche modo atleti. “Lo sport ti apre molte porte, poi dipende dalle tue capacità, te lo devi meritare. Ti permette di affermarti nella battaglia della vita, che è molto più importante”.
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