Sarah, la vergogna della venere nera

Sarah, la vergogna della venere nera

Ritratto di Sara Saartje Baartman (Wikimedia commons)

Strappata all’Africa ed esposta come un animale allo zoo  

Tra Namibia e Sudafrica vivono i Khoisan, una popolazione africana che include due etnie, i Khoikhoi, (una volta chiamati ottentotti) e i San (una volta conosciuti come boscimani) geneticamente e linguisticamente identici, ma evolutisi culturalmente in modo differente: i primi sono divenuti allevatori, i secondi sono ancora oggi cacciatori-raccoglitori.


Donne boscimane nel loro villaggio (stampa di Samuel Daniell Wikimedia commons)


Le loro lingue sono caratterizzate dall’utilizzo delle consonanti clic, cioè numerosi modi di schioccare la lingua su palato e denti, che hanno valore fonologico. Ma non sono, come si credeva una volta, gli ultimi resti immutati di un'umanità primitiva, perché sono sempre stati in contatto con altre popolazioni, prima di tutto il vasto mondo dei popoli Bantu. Gli aborigeni australiani sono rimasti del tutto isolati sicuramente per decine di migliaia di anni di più.


Due donne di etnia bantu (cr, segeant GD Robinson Wikimedia commons) 


Queste popolazioni comunque furono già oggetto di indagine scientifica pre-antropologica alla fine del Settecento, quando naturalisti ispirati da Linneo visitarono quell’area dell’Africa, così ricca di biodiversità, per classificare vegetali e animali. L’ornitologo francese François Le Vaillant, imbevuto del mito del “buon selvaggio” di Rousseau, durante una di queste esplorazioni scientifiche, si innamorò e visse per un breve periodo con una ragazza khoikhoi, di cui scrisse nostalgicamente nei suoi diari, ricordando tra l'altro come lei avesse rinunciato volontariamente a cospargersi la pelle di ocra e cenere (come sua tradizione) perché si era accorta che questo diminuiva per lui il piacere dei loro rapporti intimi.


Lizars, stampa di François LeVaillant (Wikimedia commons)


In questa parte d’Africa, sotto controllo olandese, intorno al 1775 nacque una bambina destinata a una dolorosa notorietà. Veri e propri commandos di coloni si impadronivano delle terre dei nativi sottomettendo, tra gli altri, un clan da loro denominato Baartman (cioè selvaggio). Erano trattati come servi domestici, in una strana situazione legale in cui non erano né liberi né schiavi (e per di più alcuni dei loro padroni erano a loro volta neri liberi o meticci delle Indie Orientali). Come che sia alla bambina venne dato, come d’uso, il cognome della famiglia e un nome proprio olandese (quello originale è sempre rimasto sconosciuto).


Nativo sudafricano dedito alla caccia (cr. P. Weinberg Wikimedia commons) 


Sarah Baartman (chiamata normalmente Saartje) visse quindi vent'anni nella Provincia del Capo, in un ambiente fortemente multietnico, facendo la serva e la balia per varie famiglie, l’ultima delle quali, quella di Hendryk Cesars (lui stesso un meticcio), non era per nulla ricca. Sappiamo però che in quel periodo ebbe anche storie d'amore con un soldato e con un altro domestico, dando alla luce tre figli, tutti morti in tenerissima età.


Stampa a colori di Sartjee la venere ottentotta, 1810 (Wikimedia commons)


Nel 1806 gli inglesi occuparono il Sudafrica e un ufficiale medico spiantato, Alexander Dunlop, ne notò subito alcune caratteristiche fisiche che sorprendevano ed eccitavano i soldati ricoverati nel suo ospedale. Infatti Saartje aveva una grossa steatopigia congenita, cioè un accumulo di grasso che le donava due natiche enormi, come quelle statuine paleolitiche europee che poi sarebbero state chiamate “Veneri preistoriche”.


Stampa di Saartje sotto l'occhio dei curiosi, 1815 (British museum Wikimedia commons) 


Dunlop progettò di portarla in Inghilterra ed esibirla a pagamento, ma lei acconsentì solo a condizione che venisse anche Hendryk che, pieno di debiti, accettò. Il tutto fu sigillato da un contratto scritto molto più tardi da Dunlop, che in ogni caso gli altri due non potevano leggere, essendo analfabeti. Però Saartje parlava correntemente l'olandese e avrebbe imparato poi abbastanza bene anche l'inglese.


Avviso che annuncia la visione della venere ottentotta (cr. Wellcome Wikimedia commons)


Nel 1810 arrivarono a Londra e dopo una campagna pubblicitaria a base di manifesti e annunci Dunlop iniziò, in qualità di impresario, ad organizzare visioni pubbliche, al prezzo di due scellini, e più lucrose sessioni private. Seminuda e agghindata da “selvaggia” Saartje ballava, cantava, fumava la pipa e talvolta permetteva anche di tastarle le natiche.



Disegno che ritrae Saartije Baartman (dal sito The venus sickness)


Il pubblico, composto sia da uomini che da donne, era affascinato, in un mix di voyeurismo e desiderio erotico, da quella sessualità esotica e misteriosa (si favoleggiava che avesse organi genitali enormi, ma lei si rifiutò sempre di mostrarli). Le fu anche attribuita una biografia di fantasia e per un po’ divenne un’attrazione popolare. Ma l’Inghilterra aveva appena vietato la schiavitù e gli abolizionisti portarono in tribunale Dunlop e soprattutto Hendryk Cesars, che figurava come il padrone (o datore di lavoro, secondo il contratto).


Disegno del viso di Saartje Baartman (cr. W. Marechal Wikimedia commons)


Saartje fu interrogata e alla fine fu deciso che non era lì contro la sua volontà, quindi libera, altrimenti paradossalmente sarebbe dovuta essere rimandata in Sudafrica (dove con ogni probabilità sarebbe finita peggio). Abbandonata dagli abolizionisti e morto anche Hendryk, continuò ad esibirsi, con sempre minor successo, sotto il controllo di Dunlop. Girò fiere e teatri in Inghilterra e Irlanda, fu battezzata e probabilmente rimase ancora incinta. Nel 1814 morì anche Dunlop e l’attività fu continuata da un certo Henry Taylor, che la portò in Francia durante la prima abdicazione di Napoleone.

La Grand Galerie de l'evolution nel Jardin des plantes (Wikimedia commons)

Il clamore fu di nuovo notevole, ma anche qui si affievolì abbastanza presto e Saartje venne ceduta per l’ultima volta a un addestratore di animali di nome Reaux, che ebbe l’idea di esibirla al Jardin des Plantes, vicino al Museo di Storia naturale. Grandi scienziati, come Saint-Hilaire e soprattutto Cuvier, la studiarono con avidità (scrivendo che era intelligente, ma ritenendola comunque più imparentata con le scimmie).

William Sadler, "La battaglia di Waterloo", 1815 (Wikimedia commons)

Le sue condizioni di vita, donna libera senza disponibilità economica (le era garantito solo vitto e alloggio), ma costretta a mostrarsi letteralmente in gabbia come un animale, peggiorarono nel caos della Francia del dopo Waterloo. Morì l’ultimo giorno del 1815, non sappiamo se per polmonite, sifilide o abuso d’alcool. Il corpo fu immediatamente affidato ai patologi e finalmente Cuvier poté averne scheletro, cervello e organi genitali, che sotto vetro rimasero esposti nei musei francesi per 150 anni, prima di essere opportunatamente nascosti.

Cesare Lombroso (cr. Gina Lombroso Ferrero Wikimedia commons)

A fine Ottocento si raggiunse l'apogeo del razzismo pseudoscientifico positivista e tra le varie follie di Cesare Lombroso vi è anche il suo individuare nell'ipertrofia genitale delle donne ottentotte un tratto primordiale di tutte le femmine di malaffare. Dopo le leggi razziali del 1938 nacque, voluta da Mussolini, la rivista “La difesa della razza” che nel suo primo numero pubblicò un'immagine proprio di Sarah Baartman (erroneamente definita meticcia) per illustrare il pericolo degli incroci interrazziali.

Mitterrand e Mandela (Wikimedia commons)

Sarebbe poi stato Nelson Mandela a chiedere a Mitterrand il rimpatrio dei resti di Sarah Baartman; ci vollero anni di battaglia interna alla burocrazia francese e una modifica alla legge, ma finalmente dal 2002 le sue spoglie possono riposare in una tomba nella sua terra d’origine.


La tomba di Saartje Baartman in Sudafrica (cr. A. nlwiki Wikimedia commons)


La sua storia è stata riscoperta negli ultimi decenni attraverso numerosi saggi scientifici e articoli giornalistici, non tutti accurati, romanzi, documentari e un film del 2010 “Black Venus”, presentato a Venezia. Solo recentemente però si è scavato in profondità nelle fonti disponibili per ricostruire la sua vita come persona, più volte sradicata dagli ambienti in cui era nata ed era vissuta, e non solo come caso antropologico e fenomeno da baraccone o viceversa autentico simbolo di riscatto anticoloniale (il governo ha perfino dato il suo nome ad una nave per il pattugliamento ambientale). Ancora oggi migliaia di sudafricani portano il cognome Baartman.

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