Violenza dei minorenni, in cerca di perché
Un bambino partecipa a una manifestazione contro la violenza armata reggendo un cartello con la scritta "No more guns". Foto di Jason Leung su Unsplash.
La famiglia non è più un contenitore di norme
La violenza perpetrata dai ragazzi minorenni non è un fenomeno nuovo, ma in questi ultimi anni si è intensificata, tanto da lasciare sgomenti. Quali le cause? C’è chi incolpa le famiglie, la società, i mass media. Sono possibili alcune riflessioni. I minori non sono più fragili di quelli di prima, sono invece esposti prematuramente a schemi adulti senza avere ancora gli strumenti per contenerli. Il mondo ha anticipato loro l’accesso alla sessualità, al denaro, al dolore dell’umanità, allo smartphone, prima del sostegno che gli è dovuto in base all’età.
Jean Piaget, Pierre Bovet e colleghi davanti all'Istituto Jean-Jacques Rousseau a Ginevra (1925). Foto di autore sconosciuto. Disponibile su Wikimedia Commons, licenza Pubblico Dominio
Gli stadi di crescita individuati dallo psicologo svizzero Jean Piaget non sono più coerenti con i tempi. Le fasi sensomotorie, preoperatorie, della concretezza e delle operazioni formali, ognuna dipendente dall’età del soggetto, sono state stravolte, anticipate e smussate dalla realtà. Secondo Piaget lo sviluppo cognitivo è un processo individuale che precede l’apprendimento. Nell’analizzare l’attuale situazione dei minorenni a volte al di sopra delle righe, sono allora più attuali le tesi della scuola russa di Lev Vygotskij per il quale lo sviluppo cognitivo è guidato dal contesto storico e sociale. “Attraverso gli altri diventiamo noi stessi”.

Foto di Farshad Sheikhzadeh su Unsplash (https://unsplash.com/photos/r1LdYhgxvX4)
Quali i modelli di altri che si offrono ai ragazzi? Uomini che con la forza e il potere del denaro stravolgono il mondo, maschi che proclamano il patriarcato ancora come una forma di convivenza tra generi, che proclamano guerre e non cercano la pace. Per un bisogno di supremazia in un’epoca in cui un like vale più di una storia vera. E allora cosa avviene nei ragazzi che hanno in mano e davanti agli occhi simboli adulti potentissimi, ma non hanno ancora la scatola per contenerli? Come sosteneva lo psicologo statunitense Jerome Bruner, ognuno deve possedere una scatola di attrezzi per conoscere e affrontare il mondo.
La socialità
Certo in questo momento storico sono mutate molte funzioni. La famiglia non è più un contenitore normativo. La scuola non è un ascensore sociale come una volta. Il gruppo dei pari si incontra su Tik Tok, un non luogo che non stacca mai e non gioca in strada o nei cortili. In questo ritiro sociale aumentano solitudine e ansia. E dall’altra parte l’infantilizzazione è prolungata e così la dipendenza economica e abitativa. Le ragazzine a sedici anni ricorrono alla chirurgia estetica con la compiacenza genitoriale, perché il corpo diventa causa di giudizio. In questa dimensione di vita, per un minore il domani è problematico, anzi non sa se ci sarà un domani e la vita diventa inutile, la propria e quella degli altri.
Foto di Devin Avery, disponibile gratuitamente su Unsplash.com
Che fare? Il modello proibizionista non funziona più e neppure quello iperprotettivo per ricostruire nei giovani un pensiero prospettico di speranza e di senso. Sono possibili alcune strade per fare sì che i gesti dei minori rimangano nella norma e non diventino ribellione, superficialità delle azioni e non rispetto degli altri. Occorre forse contenere e offrire confini chiari e limiti da inseguire. Condividere con loro emozioni e disagi senza giudicare. Consegnare un senso del vivere, non spiegando il mondo, ma facendolo abitare con uno sguardo di benevolenza.
Non sempre siamo davanti a violenze esasperate, anche piccoli gesti rivelano piccole e iniziali violenze. Quale sarà il seguito? Un ragazzino di dodici anni, e altri lo seguono, incide una svastica sul banco di scuola. Alla richiesta dell’insegnante che gli chiede se si rende conto di quello che ha fatto, dichiarerà che lo ha fatto per scherzo, per fare ridere, lo ha visto su Internet. Non c’è ideologia e solo un vuoto di significato.
Banco di scuola antico a due posti. Foto di Wikimedia Commons, licenza CC BY-SA 4.0.
Non sa che quel segno, ottanta anni fa, è passato anche da noi, su un treno. Il ragazzino non è un piccolo nazista, è un ragazzino che ha trovato un telecomando troppo potente per la tv che ha in testa. Perché a dodici anni per sentirsi forti c’è bisogno di un simbolo che fa paura, ignorando la differenza tra un gioco e una cosa che ha fatto male davvero? Il ragazzo non possiede lo schema storico per comprenderlo. E noi cosa facciamo?
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