Non sappiamo più guardare l'arte     

Non sappiamo più guardare l'arte     

Visitatori all'interno della Galleria degli Uffizi di Firenze davanti all'Adorazione dei Magi di Leonardo da Vinci. Foto di Bocassina / Wikimedia Commons, licenza CC BY-SA 4.0

Com’è cambiata la visita ai musei nell’epoca dei telefonini  

C’è una scena che chiunque abbia varcato la soglia di un museo negli ultimi anni conosce a memoria: sale gremite, una tela appesa e una folla di schiene voltate all’opera per inquadrare il miglior profilo con lo smartphone. Viene da chiedersi se non stiamo assistendo a una silenziosa eclissi dell’opera d’arte: un momento in cui l’oggetto artistico smette di essere centro di contemplazione per farsi semplice sfondo, una scenografia necessaria a confermare la nostra presenza nel mondo.

Visitatori all'interno di uno spazio museale di fronte a una collezione di terrecotte tradizionali (Foto RahulRajak027 / Wikimedia Commons / CC BY-SA 4.0)

Eppure, il confine tra la pittura di ieri e il contenuto di oggi è meno netto di quanto crediamo. Come evidenzia Riccardo Falcinelli in Visus. Storie del volto dall’antichità al selfie, la ricerca attorno al volto non è nata con Instagram. Dai ritratti divini dell’antichità ai grandi ritratti d'epoca, l’essere umano ha sempre cercato di attribuire alla propria immagine un valore elevato, eroico o persino sacro. La fotocamera del telefono eredita la medesima urgenza che un tempo muoveva i pennelli dei maestri: il bisogno viscerale di lasciare una traccia, di sublimare la propria estetica, di dire al mondo «io ero qui».

Investimento 

Oggi questa dinamica si scontra con una questione materiale: siamo ancora disposti a pagare il prezzo di un biglietto per entrare in un museo? Spesso il costo dell'ingresso viene percepito come un investimento da monetizzare a tutti i costi. Si paga per accedere a un luogo di tendenza e il selfie diventa lo scontrino sociale che giustifica la spesa. La vera metamorfosi in realtà non riguarda il portafoglio, bensì il tempo e la qualità della nostra percezione.


Il selfie di una coppia a Cascais, Portogallo (foto di Pedro Ribeiro Simoes via Wikimedia commons licenza Creative commons 2.0 Generic)


È ancora possibile, nell'era digitale, riconoscersi davvero in un'immagine? Prima dei moderni studi di eye tracking (tracciamento oculare), lo studioso François Molnar aveva intuito come l’arte classica fosse concepita per guidare lo sguardo attraverso ritmi ben precisi. I movimenti oculari, ampi o lenti, venivano sollecitati per suscitare percezioni ed emozioni profonde. C’era una danza calibrata tra la superficie dipinta e l’occhio di chi la osservava. Oggi quell'eleganza del saper percepire è minacciata dallo scorrere compulsivo sul telefonino. Ci si chiede allora se siamo ancora capaci di cogliere la delicatezza dell’«ultima mano», quel gesto sottile con cui l’artista attenuava le tracce del proprio intervento, dando vita all’illusione di una perfezione senza sforzo.

Da qui nasce un equivoco diffuso, la convinzione che per sfruttare il museo si debbano percorrere decine di sale di fretta e furia, accumulando opere come fossero storie da scorrere. Ma è davvero necessario vedere tutto? O non sarebbe più opportuno dedicare il giusto tempo a una o due opere soltanto, fermandosi a respirarle per cogliere il vero motivo della loro esistenza?

Un visitatore fotografa l'Autoritratto con cappello di feltro grigio (1887) di Vincent van Gogh al Van Gogh Museum. Foto di Stale Grut via Unsplash / Licenza Unsplash)

Un’opera d'arte è la descrizione di un pezzo di mondo filtrato dalla percezione di chi l'ha creata. Insegnava allo spettatore a porsi domande, a immaginare cosa ci fosse al di là dei margini della cornice. Abituati a cornici digitali di pochi centimetri, siamo ancora capaci di spingere la mente oltre ciò che ci viene mostrato? O ci accontentiamo del rettangolo luminoso che stringiamo tra le mani? La risposta non sta nel condannare i social media o il costo della cultura, ma nel ripensare la nostra fruizione. La vera sfida non è decidere se scattare una foto, ma ritrovare la disciplina del tempo. Riconoscere che un'opera richiede un'attesa che nessun algoritmo può accelerare.

Dunque la domanda resta aperta, ed è rivolta a ciascuno di noi: di fronte a questo inarrestabile bombardamento visivo, l’arte è davvero finita, o siamo noi che abbiamo semplicemente smesso di saperla guardare?

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