Agamennone, un autocrate dei giorni nostri

Agamennone, un autocrate dei giorni nostri

Tiepolo "L'ingresso del cavallo in Troia" (Wikimedia commons)

Simbolo della forza bruta, perfetto per le guerre di oggi

Per quasi un secolo abbiamo vissuto come se la storia avesse smesso di produrre guerre. O meglio: ci siamo convinti di essere autorizzati a farlo. Nel 1986, lo storico americano John Lewis Gaddis chiamò “lunga pace” il bilanciamento di poteri tra l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti che, dal 1945, aveva evitato lo scontro tra grandi potenze. Pochi anni dopo, l’equilibrio del terrore, a seguito del collasso economico e ideologico del blocco sovietico, fu sostituito da un nuovo ordine, unipolare ma multilaterale: gli Stati Uniti erano la nuova potenza egemonica.


Lo storico John Lewis Gaddis (Us naval war college Wikimedia commons) 

C’è una sequenza, nella suite sinfonica “I Pianeti” del compositore inglese Gustav Holst, che descrive involontariamente questa evoluzione: da Marte, portatore di guerra, simbolo di due conflitti mondiali; a Venere, messaggera di pace, garante della natura fredda del confronto tra blocchi; fino a Giove, re dei pianeti, fonte di prosperità, vale a dire l’Occidente a guida americana, impegnato ad inseguire la fine della storia.

Imperialismi

Negli ultimi venticinque anni, tuttavia, lo scivolamento dall’ordine al disordine è stato costante: la (apparente) stabilità di Giove ha lasciato il posto al logoramento di Saturno, portatore di vecchiaia nella stessa suite di Holst. La forza - militare, economica e tecnologica - è tornata protagonista delle relazioni tra Stati, l'ordine unipolare liberale si è parzialmente sfaldato in un assetto multipolare e instabile, e con esso è tornata una fascinazione per le più ciniche (o deliranti) aspirazioni imperiali, evocate a Mosca come a Pechino e Washington.


Il regista Christopher Nolan (cr. Republic of Korea Wikimedia commons) 

In questo clima, le analisi sul prezzo della guerra come strumento di risoluzione a reali o presunte controversie internazionali sono numerose e, a volte, non si limitano a libri, interventi pubblici o articoli accademici, ma sfruttano mezzi capaci di raggiungere ampie platee: l’Odissea di Christopher Nolan ne è un recente esempio.

La visita di Chryses ad Agamennone, mosaico a Napoli (cr. Habib M'henni Wikimedia commons) 

Senza entrare nella infinita discussione sul rigore filologico dell’opera di Nolan nei confronti del poema e dell’intero ciclo omerico, è interessante soffermarsi sul significato profondamente politico del film. Mescolando episodi narrati nell’Odissea, nell’Iliade e anche nel quasi del tutto perduto Ilioupersis (come la profanazione del tempio di Atena a Troia), Nolan presta grande attenzione al racconto della guerra e le dà un volto o, meglio, una maschera: il re degli achei, Agamennone, non è un personaggio ma l’incarnazione della guerra stessa. Così come, nell’astrologia musicale di Holst, Marte apre la suite e rappresenta un principio che si ripete senza sviluppo melodico, allo stesso modo Agamennone non combatte mai nel film, ma compare, sempre identico a sé stesso, quando lo scontro è in atto. 

Omicidio

Nel momento in cui il re si mostra umano, spogliato dell’armatura, termina il senso stesso della sua esistenza: finita la guerra, torna a Micene e viene ucciso dalla moglie. La decisione di Nolan di presentare in questo modo la figura di Agamennone sembra particolarmente coerente con le riflessioni di Simone Weil, che tra il 1939 e il 1940 scrisse un breve ma potente libro, “L’Iliade o il poema della forza”. Pubblicato in inglese sulla rivista newyorkese Politics nel novembre del 1945, a pochi mesi dalle bombe atomiche che misero definitivamente fine al secondo conflitto mondiale, il testo di Weil contiene due passaggi che, benché focalizzati sull’Iliade nel suo complesso, potrebbero essere applicati alla scelta cinematografica dell’Odissea.


La nave usata nel film di Nolan (cr. Talk Tuah Lunchly Wikimedia commons) 

In primo luogo, il conquistatore, essendo posseduto dalla forza, diventa cosa inanimata come la sua vittima. Weil non stabilisce un’equivalenza morale tra aggressore e aggredito (non confonde, cioè, l’equilibrio nel giudizio con l’equipartizione delle responsabilità) ma identifica un effetto comune: la forza bruta deumanizza tanto chi la usa quanto chi la subisce. Inoltre, la forza non è eterna ma “in prestito dal destino”: chi la detiene finisce spesso per contarci troppo, e dall’abuso deriva distruzione. La traiettoria di Agamennone non dice altro: una specie di automa in armatura finché la guerra dura, uomo nudo e vulnerabile nel momento in cui il prestito scade.


M.L. Woodforde "Gustav Holst" (Wikimedia commons)  

Ecco, quindi, che questa chiave di lettura dell’Agamennone di Nolan, se estesa al presente, risulta più chiara. Nell’attuale era della turbolenza, caratterizzata sia dalla perdita di fiducia nell’ordine internazionale liberale sia da pesanti attacchi alle istituzioni e alle norme che quell’ordine hanno creato, non è difficile identificare personalità simili al re degli achei. Sono quasi sempre autocrati, o aspiranti tali, che fanno dell’uso, o anche solo dell’esibizione, della forza la propria ragion d’essere - restando, come il Marte di Holst, sempre identici a se stessi - e che tentano di plasmare a propria immagine e somiglianza il contesto in cui agiscono: un mondo multipolare che, nei fatti, non è che un mondo di imperi e di sfere d'influenza, dove il ricorso alla forza (e quindi alla guerra) torna a essere il metodo normale per spartirsi il potere.

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