Cavour, patriota anche sul letto di morte

Cavour, patriota anche sul letto di morte

La visita del Re a Cavour sul letto di morte (dal sito Fondazione Cavour)

Le sue ultime parole per l’Italia, il Sud, la Chiesa

Il 6 giugno 1861, alle sei e mezzo del mattino, morì a Torino Camillo Benso, conte di Cavour. Aveva 50 anni. Erano trascorsi meno di tre mesi dalla proclamazione del regno d’Italia, quasi che la storia, che si era servita di lui negli ultimi anni, avesse voluto liberarsene come di un politico non più necessario. Invece, purtroppo, lo sarebbe stato ancora per molto tempo.


M. Gordigiani, 1850 "Ritratto di Cavour" (Wikimedia commons)


La sera del 29 maggio, dopo un aspro confronto alla Camera sulla sorte dei volontari garibaldini, apparve molto provato. Dopo aver consumato la cena e fumato un sigaro si era addormentato come sempre. Nemmeno un’ora dopo però era stato svegliato da conati di vomito. Più tardi, sentendosi sempre peggio, era stato chiamato il medico, che gli praticò quello che allora consigliava la medicina: salasso, ventose, chinino. Pur accusando febbre, vomito, freddo, dolori intestinali e sete non cessò mai di parlare delle condizioni del paese e delle cose più urgenti da fare. Quasi sentisse che il tempo per lui stava per terminare.


S. Capisanti, "Ricasoli presenta il plebiscito di annessione della Toscana al regno d'Italia" (Wikimedia commons)

I due problemi che più lo preoccupavano erano il riconoscimento ufficiale del regno d’Italia da parte della Francia e le condizioni del sud. Al re che gli fece visita il giorno prima della morte chiese informazioni e si dilungò sulle condizioni dei poveri napoletani.

E. Dubufe, "Il congresso di Parigi" dopo la guerra di Crimea, Cavour è il primo a sinistra (Wikimedia commons)

Il messaggio che volle lasciare prima d’andarsene fu molto chiaro e in qualche modo rivoluzionario. A suo parere sarebbe stato sbagliato e controproducente combattere la corruzione, ereditata da re Ferdinando, o la resistenza dei napoletani verso i nuovi regnanti piemontesi con la forza, non si doveva più pensare nemmeno a stati d’assedio. Occorreva invece, secondo lui, governare quel popolo con la libertà e lasciare che i napoletani potessero esprimere senza alcun timore le loro peculiari attitudini.

Stampe di Garibaldi e Cavour (Wikimedia commons) 

Di Garibaldi, nonostante gli scontri anche recenti, disse: “E’ un galantuomo, non gli voglio male. Vuole andare a Roma e a Venezia, e ci voglio andare anch’io. Nessuno ha più fretta di me”.  Il suo ultimo contributo all’Italia moderna fu il tentativo di dimostrare che tra la religione e l’esistenza di uno Stato laico non vi era contraddizione.



La lapide per padre Giacomo Marocco che confessò Cavour (cr. K. Weise Wikimedia commons)


Quando si accorse che ormai non gli restava molto tempo, chiese al suo domestico di chiamare padre Giacomo, parroco della Madonna degli Angeli, che in effetti giunse la sera di martedì 4 giugno. Poi disse al medico: “Debbo prepararmi al gran passo dell’eternità. Mi sono confessato e ho ricevuto l’assoluzione. Voglio che si sappia, voglio che il buon popolo di Torino sappia ch’io muoio da buon cristiano. Sono tranquillo, non ho mai fatto male a nessuno”.


Stampa colorata del funerale di Cavour (Wikimedia commons)


Prima d’esalare l’ultimo respiro trovò la forza di sussurrare a padre Giacomo: “Frate, frate, libera chiesa in libero Stato”. Pare che papa Pio IX si sia informato presso il diplomatico francese, presente al capezzale al momento della confessione a padre Giacomo, sulle reali capacità di intendere di Cavour. Ottenuta la conferma dal diplomatico, avrebbe esclamato: “Ah! Questo Cavour ci ha fatto molto male e Dio gli perdonerà meno facilmente che a questo povero Vittorio Emanuele, che non sa affatto quello che si vuole da lui. Ma infine quest’uomo ha creduto d’amare il suo paese. Era generoso, buono e faceva della carità”. Come scrisse lo storico Alfredo Oriani “per la prima volta dopo tanti secoli un dolore italiano era veramente nazionale”.

Riproduzione riservata