Confessioni di un templare malandrino del 2000
Combattimento durante la seconda crociata (Wikimedia commons)
Come diventai cavaliere crociato in una notte d’armi
Donde nacque la tua templarite acuta durata più d’una decade, direte voi? E culminata col volume “Missale Vetus ad Usum Templariorum”, strenna natalizia 2010 della Fondazione di una banca che fu (ebbene sì, anche gli Istituti di Credito possono morire)? Ma voi chi? E poi chi sono io per dar per scontato che voi (quelli di poco fa), sappiate chi io sia? Orbene, necessita andare con ordine (e che Ordine).

Templari con Baussant e Giovanniti nella battaglia di Nablus, affresco nella chiesa di San Bevignate, Perugia (cr. Giada6455 Wikimedia commons)
Giornalista di umili origini ed umanista di infime scaturigini, come tutti i culturopatici, presi una pericolosa sbandata per gli Ordini Monastico Cavallereschi a cavallo (guarda caso) degli anni 2000, quando il millenarismo evidentemente fa sentire le sue spire sulle menti e sui cuori dei suoi figli più esposti alle intemperie dell’immaginario collettivo come direbbe Cornelius Castoriadis.
Il gran sacerdote
Fioccavano già i 45 inverni sui capelli vieppiù ingrigitisi del sottoscritto, peraltro ossessionato da un corposo numero di primavere, per via delle antiche frequentazioni parrocchiali e curiali, dalla figura di Melchisedek, re di Salem e sacerdote di Elyon, di gran lunga la figura più emblematica dell’intero Antico Testamento. Insomma c’erano tutti gli ingredienti per cascarci a piedi pari.

Juan Antonio de Fria, "Melchisedek e Abramo", 1668 (Wikimedia commons)
La goccia toponomastica che fece traboccare il vaso della curiosità morbosa del neofita studioso, fu scoprire che proprio sotto il comunistissimo sindaco di Reggio Emilia Renzo Bonazzi (sì proprio lui, quello della disfida con Guareschi al teatro Valli), a metà circa degli anni ’60, la giunta di allora intitolò una strada periferica ai Poveri Cavalieri di Cristo o del Tempio di Salomone, comunemente detti Templari.

Guareschi legge "Il candido" (cr. Farabola Wikimedia commons)
Ironia della sorte proprio lungo quell’arteria dimenticata da Dio ma assai battuta dagli uomini causa il bestiale traffico cittadino della via Emilia, sorgerà più avanti l’unico vero ristorante etnico degno di questo nome vantato dalla città, guarda anche in questo caso, un ristorante libanese, per restare appunto in tema mediorientale. Colpo di grazia, su questo già di per sé scottante e brulicante humus, dopo 40 anni di studi classici, sempre chi vi scrive, aveva deciso di darsi una rinfrescata cognitiva e, visto che aveva letteralmente o quasi inventato la semiotica, di sorbirsi quanto più possibile la vasta ed enciclopedica produzione di Umberto Eco.
Il romanzo
E qui casca l’asino. In quello che è il romanzo meno letto financo dagli echiani ma che il grande studioso e scrittore alessandrino (di Alessandria non d’Egitto) riteneva il cuore stesso del suo pensiero (non) filosofico, ovvero “Il pendolo di Foucault”, l’incipit faceva più o meno così: “I Templari c’entrano sempre”. Per dare ai nostri Cavalieri il primato (che a loro sarebbe risultato molto sgradito e che più postumo non si può) delle figure topiche al centro di ogni complottismo possibile immaginabile.

Umberto Eco nella sua casa di Milano (cr. Aubrey Wikimedia commons)
Orbene, tutto ciò detto, lo scrivente, peraltro impregnato della cultura del mantello (per evidenti motivi evangelici) e della Cavalleria perdente e sgangherata, alla Don Chisciotte di Cervantes per intenderci (essend’egli un perdigiorno dedito alla maniacale lettura dei classiconi), decise di buttarsi a capofitto, come il Cavaliere dalla Triste figura sul suo Ronzinante prima di lui contro i mulini a vento, nel templarismo tout court o a 360 gradi come dicono gli influencer della porta accanto.

Honorè Daumier "Don Chisciotte", Neue Pinokotek Monaco (Wikimedia commons)
E giù di letture (nell’ordine comunque di poche centinaia di volumi, nulla di più), di scritture (in modo piuttosto contenuto, con gli eventuali papiri scaturiti dall’irrefrenabile vis crociata più che crociana, non si sarebbe empita manco la metà della mitica biblioteca di Babele) e pure di viaggi. Con particolare riferimento ed inerenza a quelli europei e mediorientali: per toccare con mano (lo sapessero le Belle Arti) e vedere de visu i luoghi e le rimanenze ove vissero, combatterono, pregarono e morirono i nostri poveri Cavalieri di Cristo (nome che l’Ordine assunse ad esempio in Portogallo il giorno dopo la bolla “Vox in excelso” di Clemente V (22 marzo 1312).

H.A.C. Serrur "Papa Clemente V", Palazzo dei Papi ad Avignone (Wikimedia commons)
Ma soprattutto, ahinoi, il Cavaliere dalla sempre più tristissima figura, iniziò a frequentare società segrete (come quelle di Pulcinella), massonerie obsolete (tutte tarallucci e vino), organizzazioni templariste (più che altro per noia) e addirittura sedicenti neo-ordini templari talmente credibili che nessuna gerarchia li aveva mai istituiti (ma se nessuno ti “ordina”, che ordine è?).
C’è di tutto
Insomma un mezzo ginepraio, culturalmente parlando perché si incontravano pure degnissime persone, che mal distinguevano però un rito funebre copto dall’abracadabra del Mago Silvan. C’era di tutto nella particolarmente fiorente landa dell’entroterra lombardo dove io mi infrattavo le sere dei week-end (quando la gioventù era in tutt’altre faccende affaccendata), in special modo in fredde e misteriose abbazie cistercensi: ex massoni reilluminati sulla via di Gerusalemme, reietti della Protezione civile che confondevano i cataclismi con le crociate, lancillotti della tavola sghimbescia, profeti che erano certi i gargoyle avessero un’anima, cercatori del Santo Graal che alla bisogna si accontentavano del pitale del nonno. Ma il non ancora iniziato, dalla fascinazione facile ma anche (come intercalerebbe Veltroni) dalla ratio illuministica spesso accesa, cominciò fin da subito a mangiare la foglia.

Lancillotto e Ginevra, litografia (cr. after bitter Wikimedia commons)
Veniamo allora al dunque: rapida ascesa e repentina eclisse di un Cavaliere di Grazia. O di come divenni Templare a tutto tondo durante una comica notte d'armi
A questo punto l'editore m'impone di stringere per motivi di spazio e di tenuta dei gentili lettori. Ma non posso non accomiatarmi senza riassumere d'un fiato come divenni, dapprima braccio destro poi elemento maldestro del Gran Maestro. Per via del mio argomentare e dubitare tutti attorno alla tavola rotonda ed aspirare non tanto a riconoscimenti e lustrini più o meno nobiliari e/o occultismi de' noantri bensì alla mera storia e magari spiritualità dei nostri Poveri Cavalieri.
La notte
C'è anche da dire che il sottoscritto aveva una piuttosto ferrata preparazione liturgica, pastorale, teologica e pure storico-esegetica (per motivi di studio ed interesse) rispetto ai Confratelli pur di grado più alto che invece si erano ritrovati, passati gli “anta” ad interessarsi d'improvviso delle cose ultraterrene, dell'aldilà, del Bardo supremo, della psicostasìa e pure di Dio se vogliamo dirla tutta.

Lastra tombale di Guido Pallavicino in armi da templare, Fontevivo di Parma (Wikimedia commons)
Fatto sta che addivenni un bel dì, anzi una bella notte, rischiarata da una mezzaluna (manco a farlo apposta) in una chiesa che non nomino né localizzo per motivi di privacy ecclesiastica, alla famosa notte d'armi, che avrebbe dovuto segnare il trasferimento del sottoscritto dalle tenebre ctonie alla luce della Grazia. Per divenire appunto Miles Gratiae: la cerimonia consisteva in sostanza in un veglione (di quelli veri, nulla a che vedere col Capodanno) in piedi ed in preghiera sparsi alla rinfusa nella chiesa tra l'oscurità. Io e altri Fratelli posizionati dietro l'altare, nel coro per intenderci, altri nelle navate.

I resti della chiesa di Balldungan, Irlanda, costruita dai templari (cr. Broderick Mark Wikimedia commons)
Cademmo uno ad uno: il quasi Templare alla mia destra si afflosciò gradualmente nel mantello crucesignato scandendo dopo le 23 le ore notturne con sonore quanto ritmate russate. Il Fratellone (per via della fisicità importante) verso l'albeggiare crollò invece nel centro della navata autoimplodendo e svegliando di soprassalto da una parte il frate dormiente, dall'altra profanando l'aurea di mistero e sacralità che si era diffusa come un nirvana.
Incubi e sogni
Io tenni duro più o meno fino alla fine, non senza però cadere vittima di allucinazioni mistiche e deliri ascetici. Tra le 2.30 e le 3.15 ad esempio credetti d'essere la reincarnazione maschile di Ildegarda di Bingen e scambiai un piccolo taglio fattomi ad una mano durante la cena col coltello, con delle stigmate donatemi direttamente da Padre Pio. Erano circa le 6.30 quando le Alte Gerarchie arrivarono ed alfine ci nominarono Cavalieri, con una spadata sulla spalla. Proprio come si vede nelle copertine dei romanzi-riduzione per ragazzi di “Ivanhoe”.

Visione di Ildegarda, miniatura del 1151 (Wikimedia commons)
Il resto non è storia recente. Il Cavalierato mi ringalluzzì ulteriormente e divenni sempre più fastidioso agli occhi della comunità per il mio comportamento tommaseo (l'apostolo Tommaso, colui che non crede se non mette il naso). Da qui il volontario allontanamento per incompatibilità di fini e di metodi. Una chiosa seria finale la redigo però: nella storia dei Templari c'è già così tanto mistero e storia da scrivere che pregherei chi mi avesse seguito fin qui, di cambiar canale qualora vedessero il Giacobbo di turno cianciare su questi Santi uomini che furono Martiri nella e della Chiesa. Ad Augusta per angusta.

L'attestato di nomina a Cavaliere Templare dell'autore di questo articolo
PS: il presente scritto autobiografico è redatto a mo' di confessione, come nelle raccolte di racconti brevi perlopiù ottocenteschi e condito con allegorie, metafore, sineddochi, ossimori, iperboli e metonimie. Ma vi assicuro sul mio (dis)onore che è tutto vero.
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