Firenze capitale, il no di Carducci
Carlo Bossoli, "Ingresso di re Vittorio Emanuele II a Firenze" (Wikimedia commons)
Lo spostamento da Torino causò tumulti e morti
Nel 1860, come ebbe ad affermare Mazzini, l’Italia si era unificata, ma non unita. Era avvenuto solo un prolungamento del Piemonte a tutta la penisola, ignorando la volontà popolare e le peculiarità socio-culturali dei diversi territori. Leggi, istituzioni e apparati amministrativi erano quelli imposti da casa Savoia. Solo Roma e Venezia ancora non facevano parte del nuovo Regno italico. Il governo, contrariamente a quanto pensavano Garibaldi e Mazzini, era convinto che la soluzione dei problemi italiani andava ricercata prevalentemente all’estero grazie ai rapporti politici e militari con la Francia e l’Austria.

Marco Minghetti (Wikimedia commons)
Il 15 settembre 1864 il primo ministro bolognese Marco Minghetti, dando seguito alle trattative già impostate da Cavour, sottoscrisse con la Francia la Convenzione di settembre, che prevedeva il ritiro delle truppe francesi da Roma, a fronte dell’impegno italiano a non aggredire lo Stato pontificio. Per rendere tangibile l’impegno italiano, in accordo con Napoleone III, nel 1865 la capitale del Regno fu trasferita da Torino a Firenze.
Luigi Rossetti, proclamazione della Repubblica romana, litografia (Wikimedia commons)
In realtà l’intento, non espresso, del governo era di avvicinarsi progressivamente alla definitiva sede romana, rispettando formalmente l’intesa di settembre, senza preoccupare prima del tempo il papato e i francesi, che vigilavano sulla città eterna fin dal tempo della caduta della Repubblica romana del 1849.
Stampa sugli scontri di Torino (Wikimedia commons)
Il trasloco della capitale però non fu indolore. A Torino, che si considerò sminuita e defraudata del potere e dei privilegi economici fino ad allora goduti, il 21 e il 22 settembre 1864 ci furono manifestazioni popolari di protesta e scontri in Piazza Castello e Piazza San Carlo con morti e feriti. Al termine degli scontri si contarono oltre 50 morti e centinaia di feriti. La conseguenza fu la caduta del governo Minghetti sostituito da Alfonso La Marmora.

Lorenzo Kirkmayr, "Alfonso La Marmora" (Wikimedia commons)
Non tutti però si dimostrarono favorevoli al trasferimento della capitale. Tra questi oltre al re che si adeguò in seguito, vi fu Giosuè Carducci, che in una lettera all’amica Louisa Grace Bartolini scrisse: “Non nego che, come fiorentino antico e artista, penso con orrore alla città di Dante e di Giano, di Macchiavello, di Michelangelo e di Ferruccio, cambiata in un’uggiosa capitale di uno stato accentrato”.

Giosuè Carducci (cr. Alinari Wikimedia commons)
Nella nuova capitale che il re raggiunse con un treno speciale la notte del 3 febbraio 1865, la reggia fu stabilita a Palazzo Pitti. I fiorentini accorsi in stazione assistettero a uno spettacolo senza eguali: protetti da un imponente servizio di vigilanza, videro scendere dal treno l’intera corte reale composta da dame, cortigiani e personale di servizio. Poi toccò ai mobili, all’archivio personale del sovrano e a gran parte dei gioielli della corona.
La facciata di Palazzo Pitti (cr. Yair Haklai Wikimedia commons)
Stando alle cronache del tempo, il sovrano soggiornò a Palazzo Pitti solo poche volte, preferendo la tenuta di San Rossore, dove si sentiva più libero e dove poteva andare anche a caccia. La Camera dei deputati fu posta nel Salone dei Cinquecento, mentre il Senato si trasferì nel Sala dei Dugento.

Edoardo Gelli, "Ritratto di Telemaco Signorini" (Wikimedia commons)
In poco tempo Firenze cambiò fisionomia. Molti gridarono allo scandalo per lo scempio operato nei confronti di diversi monumenti storici. Perfino le vecchie mura medievali della città furono abbattute, così come interi e antichi quartieri proletari. L’antica città medicea piano piano scomparve. Pare che il pittore Telemaco Signorini a chi gli chiese se avesse gli occhi lacrimosi per quelle porcherie che venivano giù, abbia risposto: “No, piango sulle porcherie che vengono su”.

Lo scrittore Vittorio Bersezio (Wikimedia commons)
In pochi mesi la popolazione passò da 140 mila a 180 mila, facendo emergere un notevole fabbisogno abitativo e favorendo, di conseguenza, la speculazione immobiliare. Per contro fiorirono i commerci, l’artigianato e il turismo. Lo scrittore e giornalista piemontese Vittorio Bersezio scrisse: “Dell’essere capitale i fiorentini non sentirono altro effetto che il rincaro del costo della vita. Le fogge, gli usi e la favella dei nuovi venuti parvero ai fiorentini poco meno che il segno di un’invasione dei barbari”.

Henri Valentin, "Pio IX con alcuni suoi ministri" (da L'Illustration Wikimedia commons)
L’8 dicembre 1864 con la pronuncia del Sillabo, il papa Pio IX, sempre diffidente verso i piemontesi, intese giocare d’anticipo, lanciando una condanna inappellabile al pensiero laico moderno e di conseguenza a tutta la politica propugnata da Cavour, che tra l’altro non mise mai piede a Roma.
Michele Cammarano, "I bersaglieri nell'assalto a Porta Pia" (Wikimedia commons)
Parte dell’enciclica Quanta cura, cioè il Sillabo, oltre a difendere la legittimità del potere temporale e la supremazia sullo Stato, criticava, infatti, tutte le varie forme di libertà del pensiero liberale. La crisi economica del nuovo regno unitario era gravissima. Il bilancio dello Stato, grazie all’unificazione dei debiti degli Stati scomparsi e l’abolizione dei dazi doganali, versava in pessime condizioni.
Hjalmar Morner, "Banditi in Abruzzo" (Wikimedia commons)
La situazione politica poi aggravava il quadro generale, con il sud in balìa del brigantaggio e ancora lontanissimo dal punto di vista sociale e politico dal nord del paese. L’unificazione doganale e l’applicazione della legislazione piemontese a tutto il territorio nazionale, finirono per accentuare ancora di più il divario tra l’economia del nord e quella dell’Italia meridionale.
In una foto d'epoca la breccia di Porta Pia visibile a destra (Wikimedia commons)
I provvedimenti adottati dalla destra furono in grado solamente di tamponare la situazione fino alla battaglia di Porta Pia e alla presa di Roma nel 1870. Al pareggio di bilancio si arrivò solo nel 1876. Mazzini e Garibaldi dovettero prenderne atto, ma il loro pensiero già volava a Venezia.
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